Quirinale forte Riforma o no, Mattarella non lascia (ma resta l’enorme sgrammaticatura di La Russa)

Il presidente della Repubblica non ha nessuna intenzione di dimettersi nel caso passasse l’elezione diretta del premier, con buona pace dell’inadeguato presidente del Senato

LaPresse

Non scalfito minimamente dalle polemiche di questi giorni, Sergio Mattarella è determinato a portare a compimento il secondo settennato. Non lascerà il Quirinale nemmeno se passasse il premierato voluto dal governo Meloni, resterà al suo posto: Mattarella non è uno che getta la spugna, e d’altronde è questo l’intendimento maturato quando accettò la seconda elezione espressa dal Parlamento il 29 gennaio 2022.

Non c’è dunque un fatto nuovo, né alcun nesso con la proposta di riforma costituzionale del Governo e con le polemiche ne sono derivate. Sono stati parecchi in questi mesi a prevedere le dimissioni di Capo dello Stato nel caso di approvazione del premierato come atto non dovuto ma politicamente inevitabile. Invece anche in quel caso, tra l’altro tutt’altro che certo, Mattarella resterebbe dov’è. Non sarebbe un gesto polemico. Il fatto è, come detto, che egli intende portare a termine il mandato che il Parlamento gli ha conferito, come si sa, al termine di un processo travagliato.

Tantomeno c’entra l’ultima e clamorosa polemica, quella innescata da Ignazio La Russa. Due giorni fa il presidente del Senato ha sostenuto che è in vigore «una Costituzione materiale che amplia di fatto i poteri del capo dello Stato», mentre l’elezione diretta del presidente del Consiglio, «potrebbe ridimensionare l’utilizzo costante di questi ulteriori poteri» con un effetto che sarebbe «un atto di salute» per la Carta.

La seconda carica dello Stato, che è il supplente del Capo dello Stato (circostanza che aggrava la sua uscita), ha in pratica salutato il ridimensionamento di poteri a suo dire non previsti dai costituenti: l’allusione nemmeno tanto nascosta è alla famosa fisarmonica che il Quirinale apre per sopperire alla debolezza del Parlamento. Poco importa che La Russa vi abbia fatto riferimento parlando di un intervento «meritorio»: il punto è che per lui il Presidente deve rientrare nei ranghi (quali siano poi, questi ranghi, è materia di discussione tra i giuristi).

La cosa grave non è tanto cosa pensi il presidente del Senato di una legge peraltro ancora in divenire ma che decida di entrare nel merito di una questione politica di prima grandezza. Infatti le sue parole hanno confermato che l’obiettivo della proposta Meloni-Casellati è esattamente il ridimensionamento del ruolo del Capo dello Stato. Cosa poi pensi il presidente della Repubblica di questa ipotesi del premierato è cosa che egli non esterna di certo. Di certo, ha ben altre preoccupazioni.

Per una situazione internazionale che evoca lo scenario, come disse Papa Francesco, di una «guerra mondiale a pezzi»; e per l’incancrenirsi di una condizione insostenibile per l’ambiente con gravissimi rischi per il pianeta. E ovviamente per i persistenti squilibri sociali nel nostro Paese. Oggi di questi parlerà Mattarella nel suo atteso discorso alle Alte cariche dello Stato, concetti e preoccupazioni che certamente esternerà la sera del 31 dicembre nel tradizionale discorso di fine anno. Due occasioni per esprimere le sue convinzioni a tutto campo. Ben saldo sulla tolda del Quirinale.

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