DisallineamentiNetanyahu gioca con il cessate il fuoco, Biden lo avverte, per ora

Una giornata difficile, quella di ieri: Gaza schiacciata dai bombardamenti, prime crepe tra i due grandi alleati, Israele e Stati Uniti. Sullo sfondo l'opinione pubblica mondiale, che plaude al voto sul cessate il fuoco dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite

LaPresse

Dall’inizio della crisi, in queste ore si assiste al momento più difficile tra Israele e gli Stati Uniti. Il futuro della guerra contro Hamas è messo infatti in discussione dalle dichiarazioni, mai così dure, di Joe Biden nei confronti del governo dello Stato Ebraico. Ieri, giornata di pesanti bombardamenti sulla Striscia di Gaza, è stata anche la giornata che ha visto le più forti pressioni da parte dell’opinione pubblica mondiale per un cessate il fuoco. Un appello che ha visto protagoniste anche decine di associazioni pacifiste ebraiche.

Biden, ai margini dell’incontro con Volodymyr Zelensky, ha dichiarato di aver detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che Israele sta rischiando di perdere il sostegno internazionale a causa dei «bombardamenti indiscriminati». La certezza più volte manifestata dall’esecutivo di Tel Aviv che l’alleato americano garantisca un appoggio incondizionato alle scelte sul prosieguo della guerra si è scontrata per la prima volta con espressioni di condanna provenienti da Washington che ha suggerito con forza a Netanyahu di cambiare il governo, dominato da partiti dell’estrema destra.

Poche ore dopo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede proprio un cessate il fuoco umanitario con un voto di 153 membri favorevoli, 10 contrari e 23 astenuti. Il voto è simbolico, ma è anche un importante barometro dell’opinione mondiale.

È una rottura, non c’è dubbio, quella avvenuta ieri nel rapporto tra i due Stati. Biden e il suo governo hanno a lungo sostenuto Israele e appoggiato l’operazione militare su Gaza. Benjamin Netanyahu è stato costretto ad ammettere che vi siano divergenze di opinione con il principale alleato nella guerra ad Hamas. Da qualche giorno si erano intravisti segnali che qualcosa non filasse più liscio nei rapporti.

Benjamin Netanyahu sembrerebbe aver dato nei giorni scorsi un giro di vite all’offensiva su Gaza e ha avvisato che «non ripeterà gli errori degli accordi di Oslo». Si tratta del patto firmato nel 1993 tra Rabin e Arafat che ha dato vita alla rudimentale forma di autogoverno palestinese. Il momento in cui per la prima volta israeliani e palestinesi si sono confrontati guardandosi in faccia. Netanyahu vorrebbe stracciare quegli accordi: «Dopo l’enorme sacrificio dei nostri cittadini e combattenti, non sarà tollerato che Gaza sia lo Stato di Hamastan o Fatahsta».

Nel mirino, Netanyahu ha messo dunque non soltanto Hamas, ma anche l’altra grande formazione palestinese, che governa la Cisgiordania. E questo nonostante proprio Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, fosse stato indicato come il leader in grado di raccogliere più consensi per la gestione del dopo Hamas nella Striscia.