Mediterraneo contesoLa Russia ha bisogno che l’Italia sia indebolita per la sua posizione strategica, dice Maurizio Molinari

Il direttore di Repubblica spiega a Linkiesta perché il nostro paese subisce i tentativi di Mosca e Pechino di strapparla dalla area politica e commerciale occidentale

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Nella redazione del quotidiano La Repubblica, la stanza di Maurizio Molinari, plancia di comando di un giornale molto attento alle dinamiche internazionali, è tappezzata di cartine geografiche. Per capire dove va il mondo «la geografia – dice – oggi è centrale. Come ci suggeriva Henry Kissinger, la geografia fotografa interessi permanenti». E infatti il l’ultimo libro del direttore di Repubblica si chiama “Mediterraneo conteso” (Rizzoli), dimostrazione che l’Italia, geograficamente centrale in quel mare, può essere uno snodo fondamentale nella geopolitica di domani. «Io credo – osserva Molinari – che abbiamo un’opportunità. L’Italia è una portaerei permanentemente al centro del Mediterraneo, conteso in questo momento fra le tre maggiori potenze globali: Russia, Cina e Stati Uniti.  Tutte e tre ne hanno bisogno. La Russia ha attaccato l’Ucraina per avere una proiezione nei mari del sud, e prima ancora dell’Ucraina, si era già insediata fisicamente in Siria, in Libia, nel Sahel, con basi aeree e navali come neanche l’Unione sovietica ha mai avuto. Quando Mosca ha fatto esercitazioni nell’Adriatico lo ha fatto per dimostrare che anche in quello che appare come un lago europeo e occidentale, lei vuole avere voce in capitolo. E quindi anche le interferenze di ispirazione russa che ci sono state nella politica italiana rientrano in questa operazione. La Russia ha bisogno che in qualche modo l’Italia, come alleato dell’occidente e membro dell’Unione europea, sia indebolita»

La Cina?
La Cina ha bisogno del Mediterraneo per realizzare la via della Seta, che ha due traiettorie, terrestre e marittima. E i nostri porti, dai tempi dell’Impero Austro-ungarico, sono i più vicini per accedere ai mercati dell’Europa occidentale. Ma gli Stati Uniti presidiano il Mediterraneo come frontiera di difesa nei confronti delle crisi che arrivano dall’Africa e da oriente. Questa competizione viene fotografata in maniera quasi brutale dalla trattativa in corso in Libia tra la Russia e il Generale Haftar, che controlla la Cirenaica. Putin intende creare a Tobruk una grande base navale della sua flotta, che nei desiderata dei russi dovrebbe ospitare anche una base di sommergibili nucleari.

Davanti alla Sicilia una base di sommergibili nucleari russi?
E attenzione alle date. Gli inviati russi arrivano a Tobruk per negoziare l’accordo con Haftar il 10 ottobre. Tre giorni dopo l’attacco di Hamas a Israele. Se mettiamo insieme i tasselli capiamo gli snodi della competizione nel Mediterraneo fra Russia, Cina e Stati Uniti. Ed ecco perché, di conseguenza, il nostro Paese ha un’opportunità per svolgere un ruolo strategico di primo piano.

Un tassello per comprendere la geopolitica di questi anni è naturalmente anche Kyjiv, dove l’arrivo del tremendo inverno ucraino impedisce grandi avanzate terrestri, e le elezioni americane, nel 2024, potrebbero di nuovo cambiare gli scenari.
La realtà è che Putin ha la percezione di avere il vento nelle vele. Questo è il motivo per cui l’ipotesi di una trattativa non è sul tavolo. Putin vede che da un lato l’offensiva d’estate degli ucraini è stata neutralizzata, dall’altro sa che per affrontare l’inverno la Russia ha più risorse dell’Ucraina, a cominciare dal fatto che ha più munizioni, con i rifornimenti che arrivano dalla Corea del Nord, e che ha appena arruolato centosettantamila uomini che hanno portato le forze armate a circa 1,3 milioni di unità. Mentre gli ucraini, ogni volta che perdono un uomo, lo perdono e basta. Quanto agli Stati Uniti si affacciano su una campagna elettorale disseminata di incognite, con la situazione interna instabile a causa delle indagini su Trump ma anche della fragilità di Biden.

Se Putin percepisce che il suo reale avversario strategico, gli Stati Uniti, è in una fase di transizione, quali possono essere le prossime mosse sullo scacchiere?
Putin si prepara ad affrontare la propria rielezione a marzo, ovvero un voto a valanga che ne consoliderà il rapporto con la Grande Madre Russia, e poi lancerà una sfida ancora più feroce e dura in Ucraina puntando a perseguire il suo progetto: cambiare l’architettura di sicurezza in Europa. Quando dice: “Il predominio dell’occidente sul mondo sta finendo”, dice quello che pensa.

Una tregua “coreana”, cioè un lungo cessate il fuoco di fatto senza una pace stabilita da un trattato, quindi sarebbe lontana?
La tregua è possibile quando il più forte, oppure chi ha attaccato, decide di fermarsi. Qui è plausibile che non appena l’inverno finisce assisteremo a una nuova offensiva russa, che, come molti alla Nato temono, non sarà a sud, bensì a nord, puntando alla riconquista dei territori persi a est di Kyjiv e intorno a Kharkiv.

L’altro focus di queste ore naturalmente è su Israele. Il premier Benjamin Netanyahu parla di “vittoria definitiva” ma per vincere Hamas bisogna avanzare a Gaza. E c’è un enorme problema con gli sfollati, compressi tra bombe, tunnel, fanatici e macerie.
Il fatto è che anche il Medio Oriente appare lontano da una soluzione. Hamas aveva in partenza trentamila uomini ben armati e addestrati. Dopo tanti giorni di guerra la stima migliore fatta dagli israeliani è di averne eliminato il trenta per cento, e gli altri?

Oltretutto le armi che vengono trovate ogni giorno nei tunnel o nei depositi lasciano intendere che l’arsenale di Hamas sia notevole.
Bisogna considerare tre binari. Il primo è che Israele di fatto sta prendendo il territorio, ma non riesce a smantellare il grosso di Hamas. Il secondo è che resta in campo il problema della liberazione degli ostaggi, problema che si colloca all’interno del negoziato in corso tra Israele e Qatar, che potrebbe essere la strada verso un’intesa sulla conclusione dei combattimenti, magari con l’ipotesi, di cui si sta parlando, dell’uscita da Gaza dei capi militari di Hamas. Noi sappiamo che alcuni dei capi politici di Hamas, che si trovavano in Qatar, sono già andati in Algeria.

Situazione complicata dall’emergenza umanitaria dei civili e dalla discussione su cosa succederà a Gaza dopo lo scontro armato.
È il terzo binario: la protezione dei civili. Non credo che ci sia alternativa a una missione umanitaria, sul terreno, delle Nazioni Unite. Oppure della Lega araba, se all’Onu ci dovesse essere il veto dei russi. Bisogna comunque essere molto prudenti.

Però Israele, per consentire l’intervento di una missione umanitaria, si dovrà ritirare lungo i confini della striscia di Gaza.
Se facciamo attenzione al linguaggio, gli israeliani dicono: “Noi non vogliamo rioccupare Gaza, noi vogliamo mantenere il controllo della sicurezza”. Quindi: fine delle operazioni militari, ritiro dai luoghi abitati, ritorno della popolazione nelle città, inizio dell’operazione umanitaria. Dopodiché resta il punto vero, cioè la soluzione politica. E per questo bisognerà attendere la nuova amministrazione americana.

In quell’area un tempo l’Italia aveva un suo ruolo. L’intelligence era molto attiva, Bettino Craxi e Giulio Andreotti avevano molti rapporti con le organizzazioni palestinesi. Oggi in che situazione ci troviamo?
In un mondo frammentato come quello di oggi, gli italiani, anche se con un profilo basso, stanno facendo alcune cose. Nel sud del Libano c’è un altro negoziato, per impedire che il conflitto tra Israele e Hezbollah vada oltre il livello attuale. L’Italia fa parte di quel gruppo di Paesi guidato dagli americani che sta negoziando un rafforzamento della risoluzione del 2006, voluta proprio dall’Italia, per spingere Hezbollah oltre il fiume Litani e creare di fatto un cuscinetto nel sud del Libano. Secondo, nel mar Rosso gli americani stanno creando una task force per proteggere la libertà di navigazione dagli attacchi dei ribelli Houthi nello Yemen, sostenuti dall’Iran; e l’Italia ha già inviato una nave.

D’altronde la difesa del Mediterraneo comincia dalle vie di accesso, come, appunto, Mar Rosso e Suez. La Fregata Fasan arriverà nel Mar Rosso dopo Natale, potrebbero arrivare altre navi dal nostro Paese?
È possibile. Inoltre nella missione umanitaria a Gaza ci potrebbe essere un ruolo di protezione per contingenti di diversi Paesi arabi o europei, inclusa l’Italia. Gli Stati Uniti hanno sondato l’Italia sui Carabinieri, e non è un caso che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto un parallelo tra i compiti che potrebbe avere la missione umanitaria e i compiti di polizia civile che i Carabinieri hanno già svolto in Kosovo. Insomma, è vero che l’Italia non è un protagonista di primo piano ma è anche vero che a piccoli passi gli Stati Uniti considerano il nostro Paese un interlocutore nella creazione di coalizioni per affrontare i diversi scenari di crisi.

Torniamo così al “Mediterraneo conteso”, che ci parla del ruolo di rilievo dell’Italia.
Nel Mediterraneo siamo la prima delle grandi basi americane e siamo il terzo Paese al mondo per soldati statunitensi sul proprio territorio, dopo Corea del sud e Germania. E soprattutto siamo una grande base logistica. Inevitabilmente siamo interlocutori di cui tenere conto.

Sembra il grande ritorno della geografia.
E infatti, con tutto quello che è successo, siamo stati obbligati a riscoprire le carte geografiche. Pensiamo alla penetrazione delle Brigate Wagner nel Sahel, se guardiamo la mappa geografica si capisce come i russi, oltre al controllo delle miniere e delle risorse, e oltre alla collocazione delle basi militari, possono puntare al controllo delle rotte dei migranti. Solo nell’ultimo mese, i russi hanno messo in piedi il negoziato con Tobruk e l’accordo di sicurezza con il Niger. Una volta che la Russia controlla la Cirenaica e il Niger, dal cuore del Sahel può consentire le rotte dei trafficanti fino alle coste dell’occidente. E’ indispensabile la comprensione della geografia per tentare di capire le accelerazioni della storia.

Sulle carte geografiche però la Cina sembra lontana, e invece…
La Cina è vicinissima e ci pone una sfida molto più difficile di quella della Russia. Mosca, in fondo, sta combattendo le democrazie in maniera tradizionale, come nei secoli scorsi. Occupa dei territori, combatte… sono modalità che abbiamo già visto. La Cina invece ha un’ambizione economica globale, punta a essere leader delle nuove tecnologie, e attenzione: ha un progetto geopolitico formidabile. Da una parte è il Paese chiave dei Brics, e quindi delle economie del sud globale, ma è anche leader della Shanghai Cooperation Organization…

Ne fanno parte anche Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. E altri Paesi sono in fila per entrare in quel forum.
Adesso, se sommiamo i Brics con la Sco, abbiamo la maggioranza del Pil e la maggioranza della popolazione del globo! Se i cinesi riescono a mettere insieme queste due organizzazioni – non l’hanno ancora fatto ma Xi Jinping ne ha parlato – l’Occidente come noi lo conosciamo diventa improvvisamente tre isole: il Nord America, l’Europa occidentale e l’Oceania, con l’aggiunta di Giappone e Corea del sud. Su questa sfida che arriva dalla Cina, non tradizionale ma economica, le nostre democrazie sono molto in ritardo.

Cina e tecnologia: argomenti per il prossimo libro?
Il prossimo libro, sarà complementare a questo sul Mediterraneo: l’intelligenza artificiale, l’altra dimensione, che sta mettendo alla prova tutte le nostre conoscenze. Una sfida decisiva.