Catastrophe BondsAnche il cambiamento climatico è entrato nel mercato dei derivati finanziari

In “O la borsa o la vita” (Ponte alle Grazie), Andrea Baranes spiega che con l’aumento degli eventi climatici estremi gli strumenti finanziari legati alle materie prime sono diventati sempre più speculativi e meno collegati all'economia reale

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A pochi scommettitori verrebbe in mente di speculare su un derivato che avesse come sottostante i titoli di Stato o la solidità della Germania. Il motivo è semplice: i prezzi di questi titoli oscillano pochissimo, è molto difficile che siano preda di forte instabilità, e di conseguenza c’è poco margine per giocare sulla differenza di prezzo tra acquisto e vendita. Al contrario, le materie prime sono naturalmente soggette a forti oscillazioni dei prezzi, a causa di una pluralità di fattori ambientali, geopolitici, economici, spesso difficili da prevedere. Ecco allora che giocare con i derivati aventi per sottostante determinate materie prime permette di realizzare potenzialmente profitti molto alti in breve tempo. Se l’ideale è quindi puntare su qualcosa di incerto, aleatorio, difficile da prevedere, ecco un candidato ideale: il clima.

Nello specifico, i derivati sono nati per tutelarsi dalle oscillazioni dei prezzi dovuti all’incertezza sul futuro. Gli stessi cambiamenti climatici e i danni provocati dal crescere di eventi estremi (sia per numero sia per intensità) sono fenomeni che intrinsecamente presentano queste caratteristiche di incertezza e contro i quali Stati e imprese possono pensare di doversi tutelare. E, tra l’altro, sono ideali per la speculazione.

I primi derivati aventi per sottostante il clima sono nati nella metà degli anni Novanta. Il primo caso di prodotto finanziario che includeva elementi climatici o meteorologici fu probabilmente creato nel 1996, quando Aquila Energy stipulò un contratto di vendita di energia alla Edison Consolidated. La fornitura di energia per il mese di agosto prevedeva che, se la temperatura fosse stata del dieci per cento inferiore a quella media del mese, l’acquirente avrebbe avuto sedicimila dollari di sconto. Più quell’agosto fosse stato freddo, maggiore sarebbe stato lo sconto. Le condizioni vengono quindi decise al momento della firma del contratto, ma l’importo da versare dipende da un evento aleatorio che succederà nel futuro.

Già nel 1997, anno successivo al primo accordo tra Aquila Energy ed Edison Consolidated, vennero messi a punto strumenti finanziari legati all’andamento medio delle temperature quotidiane in una data regione. Nello stesso 1997 si manifestò per la prima volta El Niño, una corrente di aria calda di origine oceanica che portò a un inverno particolarmente caldo negli usa. Questo significa minori vendite di gas per le imprese energetiche e quindi minori profitti. Diverse imprese del settore furono così spinte a lanciarsi nel nascente mercato dei derivati sul clima come rimedio a tale andamento.

All’inizio il meccanismo sembrava utile, e complementare alle assicurazioni. Se in entrambi i casi la finalità è quella di coprirsi da un rischio futuro, nei primi tempi i derivati sul clima erano legati a eventi a basso rischio e alta probabilità (come appunto un agosto più caldo o più freddo del previsto che avrebbe comportato maggiore o minore consumo di energia elettrica per gli impianti di condizionamento). Le assicurazioni vere e proprie, al contrario, coprivano eventi a bassa probabilità e alto rischio, se non catastrofici (l’agricoltore che stipula una polizza assicurativa sul proprio raccolto in caso di grandinata che lo distrugge). La situazione è cambiata piuttosto rapidamente. Da un lato la deregolamentazione, sia del mercato dell’energia sia ancor più di quello finanziario, ha spinto verso nuove soluzioni di «finanza creativa», progressivamente sempre meno legate all’economia reale e sempre più speculative. Dall’altro, proprio i cambiamenti climatici si sono affermati come sempre più centrali sul piano internazionale. Con il crescere degli eventi estremi e dei rischi connessi, sono aumentate le richieste di coperture assicurative, e in parallelo si sono moltiplicate le opportunità di profitto per il sistema finanziario.

(…) Esistono anche altri strumenti finanziari direttamente legati al clima. Una tipologia che sta conoscendo un notevole successo negli ultimi anni è quella delle cosiddette «obbligazioni catastrofe» o catastrophe bonds. Anche in questo caso sono nate come forma di assicurazione contro rischi particolari, e, in special modo, per le compagnie assicurative, come forma alternativa alla ri-assicurazione. Come le altre obbligazioni, vengono vendute da un emittente a degli investitori. L’elemento che le caratterizza è che sono legate al verificarsi o meno di un determinato evento. Se tale evento non accade, le obbligazioni vengono normalmente rimborsate a scadenza, con il tasso di interesse previsto. Se però l’evento accade, allora le obbligazioni non verranno rimborsate.

Spesso tali titoli assumono la forma di derivati, il cui valore dipende dal superamento o meno di un certo parametro (trigger), come ad esempio la velocità del vento per un uragano, i danni provocati che oltrepassano un certo importo o altri. Tali strumenti sono stati pensati dal mondo delle assicurazioni, in modo da compensare l’ammontare di rimborsi, diminuendo il rischio complessivo al verificarsi di eventi meteorologici estremi. Sono nati anch’essi nella metà degli anni Novanta, a seguito dei danni provocati negli usa dal passaggio di alcuni uragani. A volte è la stessa compagnia assicurativa a emettere tale obbligazione. Se l’evento estremo non si verifica la rimborsa normalmente, in caso contrario invece no, ed è l’acquirente a subire la perdita corrispondente.

In realtà solitamente non sono le stesse compagnie assicurativa a emetterle. Vengono create delle società ad hoc, chiamate «società veicolo» e solitamente registrate in giurisdizioni quali le Isole Cayman o le Bermuda. Le società veicolo emettono le obbligazioni catastrofe per conto di altre imprese. Oltre alle assicurazioni, gli acquirenti possono essere investitori istituzionali (come fondi di investimento o fondi pensione) che provano tramite tali strumenti a diversificare il proprio portafogli o attori più apertamente speculativi, quali gli hedge funds, oltre a fondi che si specializzano proprio su questo settore provando magari a realizzare un bel profitto dal verificarsi di un disastro naturale.

"O la Borsa o la vita" di Andrea Baranes

Tratto da “O la Borsa o la vita” (Ponte alle Grazie), di Andrea Baranes, 16,90€, pp. 288

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