ArcelorMittal ha detto «no» al salvataggio dell’ex Ilva. La multinazionale franco-indiana, nel vertice dell’8 gennaio a Palazzo Chigi, ha respinto le richieste del governo dichiarando di non essere disposta a investire in Acciaierie d’Italia, ovvero l’ex Ilva di Taranto, di cui è azionista di maggioranza.
La riunione decisiva con i membri del governo riguardava le difficoltà economiche dell’ex Ilbva e la possibilità di aumentarne il capitale per far fronte a una situazione di grave crisi di liquidità. Acciaierie d’Italia è posseduta al 68 per cento da Mittal e per il restante 32 per cento dallo Stato tramite Invitalia. L’ipotesi era quella di concordare un aumento di capitale a cui avrebbero dovuto partecipare i due soci, con un maggior impegno dell’attore pubblico, e alla fine dell’operazione lo Stato sarebbe salito al 66 per cento dell’aziende.
L’accordo però non è stato trovato e il governo ha comunicato di aver «preso atto della indisponibilità di ArcelorMittal ad assumere impegni finanziari e di investimento, anche come socio di minoranza, e ha incaricato Invitalia di assumere le decisioni conseguenti, attraverso il proprio team legale».
Dopo cinque anni di gestione di ArcelorMittal, l’unica strada per evitare il collasso definitivo dell’acciaieria più grande d’Europa (che lo scorso anno ha prodotto solo 3 milioni di tonnellate contro le 12 di capacità produttiva) ora è quella di un commissariamento della società. Invitalia può farlo servendosi del decreto del 2023 relativo agli impianti di interesse strategico nazionale, che l’autorizzava a investire fino a un miliardo di euro nell’ex Ilva. All’articolo 2 si dice espressamente che «al socio pubblico che detenga almeno il 30 per cento delle quote societarie» si consente di richiedere l’ammissione immediata alla procedura di amministrazione straordinaria per porre sotto tutela impianti classificati strategici, come sono appunto quelli dell’ex Ilva.
Il governo farà il punto con i sindacati giovedì 11 gennaio. In ballo ci sono diecimila lavoratori, più altrettanti dell’indotto. Andrà assicurate alla società la liquidità per continuare a operare. Per cui ripartirà la formula che già è stata attuata in passato dei vari prestiti ponte, che finora hanno portato lo Stato a spendere 3,5 miliardi di euro dopo l’estromissione dei Riva (oltre agli ammortizzatori sociali). Di conseguenza, andrà riaperta la discussione con l’Unione europea per far accettare gli aiuti pubblici.
Nel frattempo, andrà cercato anche un nuovo socio privato in grado di potersi caricare un’impresa di questo tipo, incluso il programma di decarbonizzazione che da solo costa 4,7 miliardi coperti solo per metà dallo Stato. Si parla già del gruppo cremonese Arvedi, che aveva provato già nel 2017 a rilevare l’Ilva. Altre soluzioni al momento non se ne vedono. Intanto ArcelorMittal rivendica gli 1,8 miliardi di investimenti fatti.