Essere Kate MossI cinquant’anni di una popstar che fattura senza frignare nell’epoca in cui si frigna per fatturare

Ha abitato il secolo del talento, ha fatto sempre quel che le pareva, e oggi tenta di normalizzarsi per favorire la carriera impossibile della figlia Lila

Se c’è un fenomeno che è impossibile da spiegare alla generazione che ha deciso che lo star system dovess’essere innanzitutto uno specchio, pronto a riflettere la mia medietà e la mia fragilità, quel fenomeno è Kate Moss, sulle cui foto noialtre vegliarde sbaviamo invidia da quand’eravamo adolescenti. Da quando abitavamo il secolo del talento, e il suo era il talento più raro e difficile: il talento della simmetria, delle proporzioni, della bellezza.

Domani Kate Moss compie cinquant’anni, e non mi fa impressione solo per la questione dell’età congelata – tutti hanno sempre l’età di quando li hai visti la prima volta, e KM per me è per sempre la gamine in mutande che, muta diciannovenne, girava intorno a Mark Wahlberg nella pubblicità di Calvin Klein – ma perché per tutta la vita l’ho ritenuta una ragazzina, e questo compleanno mi costringe a constatare che ha un misero anno e tre mesi meno di me.

Ho la tentazione d’andare a recuperare l’articolo che scrissi per il suo trentesimo compleanno, e chissà che traguardo mi sembrava, chissà – povera me, povera me: mi guardo intorno e sono tutti migliori di me – che segno d’adultità mi parevano quei minuscoli trent’anni.

Ho la tentazione d’andare a recuperare l’articolo che scrissi dopo essere stata in fila una giornata assieme ad altre sciamannate che aspettavano la sua apparizione nel negozio di Topshop, marchio d’acrilico a poco prezzo per il quale firmava qualche vestito (capsule collection, la chiamano quelli che parlano in modaiolese), e ho ancora una camiciola con taglio impero che, al mondo, potrebbe permettersi d’indossare senza sembrare una fricchettona tardiva solo Kate Moss.

Soprattutto, ho la tentazione d’andare a recuperare le migliaia di righe che scrissi, nel 2005, quando i meno svegli dicevano che la carriera di Kate Moss era finita, quando il Daily Mirror pubblicò il filmato della bella e la bestia (il suo allora fidanzato Pete Doherty) che sniffavano coca in uno studio di registrazione.

I titoli sembravano quelli che ci sono ora per Chiara Ferragni, la mollano tutti gli sponsor, H&M non la vuole più, deve chiedere scusa, deve andare in rehab, deve non essere più Kate Moss ma una qualunque, una di noi, una in cui specchiarci.

Figuriamoci. Non serviva un esperto di riduzione del danno per capire che non era finito un bel niente, perché il fattore d’attrazione di Kate Moss – Kate Moss che non metteva mai il reggiseno, Kate Moss che sfasciava camere d’albergo con Johnny Depp, Kate Moss di cui da trent’anni il Daily Mail pubblica foto all’uscita dalle feste per dimostrare l’indimostrabile, cioè che sia invecchiata imbruttita sfasciata – non è mai stato l’immedesimabilità.

Kate Moss non ha mai cercato il consenso, patto fondativo di questo secolo senza talento; non ha mai aderito a quella condizione per il successo che nel Novecento era propria di Mike Bongiorno e ora di Chiara Ferragni: rassicurarci. Essere così così, dimodoché vedendola noialtre qualunque potessimo dire: se ce l’ha fatta lei, allora anch’io.

Il suo posto nel mondo, il suo successo, dipendeva – dipende ancora – da una cosa che in questo secolo che s’è inventato un’insensatezza quale la bellezza per tutte, l’ognuna-è-bella-a-modo-suo, l’estetica in cui nessuna è brutta (e quindi neanche bella) una cosa che non si può più neanche dire per scherzo: la superiorità genetica. La fortuna naturale.

Erano già esistite belle donne dalle vite dissolute, ma prima o poi si vedeva, prima o poi perdevano in fotogenia, prima o poi toccava loro cominciare con le cliniche dimagranti, con le disintossicazioni, coi tentativi di mantenere il patrimonio estetico rinunciando alla vocazione allo sfascio: guarda Liz Taylor, guarda Marianne Faithfull. Kate, invece.

Se avessi tenuto tutti i ritagli di ogni volta che il Mail ci ha segnalato che ormai era andata, Kate aveva la pancia, Kate era sulla strada per diventare Marlon Brando in “Apocalypse Now”, Kate era devastata dalle rughe, e poi nelle impietose foto aveva il pancino d’una sedicenne che ha bevuto una bibita gassata, aveva rughe sottili e così donanti che parevano pittate apposta dal truccatore, se avessi tenuto tutti i ritagli d’una vita a sperare che ci desse la soddisfazione d’imbruttire, la mia casa sarebbe ancor più piena di polvere di quanto già sia.

E invece ha continuato a fare quel che le pareva, a non aver l’aria d’andare a correre di nascosto, a essere splendente a cinquant’anni come lo era a venti, a restare l’unico cascame presentabile della Cool Britannia. Chiunque stia sulla piazza da abbastanza secoli ha sbagliato qualche istantanea di spirito del tempo, ma nessuno quanto Vanity Fair che nel 1997 fa una copertina sulla Cool Britannia e ci mette non Kate ma Liam Gallagher e Patsy Kensit.

Persino quando si è messa a fare la testimonial della Diet Coke, alla serata di presentazione della campagna ha detto alcune delle sue pochissime parole (ha sempre parlato pochissimo, e mai per lagnarsi o per perorare buone cause) causando un putiferio. Era anni dopo lo scandalo con Doherty, e le parole erano: d’altra parte m’è sempre piaciuta la coca. 

Il primo tentativo di Kate Moss di normalizzare sé stessa, di giocare alla celebrità della porta accanto, è forse il segno della crisi degli imminenti cinquanta. Sulla copertina dell’edizione inglese di Vogue, a dicembre, c’erano lei e Lila, la figlia, fotografate assieme e intervistate l’una a proposito dell’altra, come fossero un’ex ragazza di “Non è la Rai” uscita dall’“Isola dei famosi” e la figlia che ambisce a fare la influencer.

La figlia diceva che la mamma le fa il pollo arrosto quando torna a Londra; la mamma si lamentava che le rubasse i Galliano dall’armadio. La figlia raccontava di quando papà le aveva detto che i pittori che stavano cominciando a piacerle da adolescente mamma ce li aveva in casa, guarda che sul muro del salotto della casa in cui abiti c’è un Damien Hirst; la mamma riferiva che la figlia le diceva di mettere la protezione solare (leggerà il Mail).

Era struggente vederla sacrificarsi per la carriera impossibile della figlia. Impossibile perché quei tempi lì non torneranno più. Quel momento in cui il pop aveva meno di cinquant’anni, ed era al massimo della sua vitalità, e sapevamo i nomi delle modelle, ed esistevano le star. “Freedom Uncut” (è su Paramount) si apre con Kate Moss che dice quanto è stato devastante quand’è morto George Michael. È un’introduzione assurda, è seduta su una sedia insensata, ti chiedi per un attimo cosa ci faccia lì, poi ti dici che non poteva non esserci: delle modelle che rimangono, di quegli ultimi anni di vitalità, lei è l’unica che non fosse nel video di quella canzone che conosciamo proprio tutti, e che documentario sulla fine del pop sarebbe, senza di lei.

Non a caso, più avanti George Michael lo dice, che erano anni irripetibili, che quella in cui ha scritto canzoni lui è un’epoca che non esisterà mai più, «non credo che la cultura giovanile produrrà più persone come me o Madonna o Prince, c’è troppa frammentazione».

Ma non è mica solo quello. È che era ancora il Novecento, un secolo in cui nessuno era figlio di nessuno (a parte Eduardo De Filippo, che comunque era illegittimo). In cui esistevano le star perché esisteva la fame di farcela, non la garanzia di poter diventare famosi a mezzo telecamera del telefono.

Adesso quasi nessuna carriera nello spettacolo discende dal talento, sono tutti figli o di qualcuno di famoso o di immaginarie difficoltà raccontate alla telecamera del telefono: non hanno mai dovuto desiderare niente, rinunciare a niente, sbattersi per niente, e infatti s’inventano traumi e lotte immaginarie. L’altro giorno sulla prima pagina del Corriere un’attrice venticinquenne diceva che a scuola le facevano «bullismo», nientemeno, dicendole che era piatta. Pensa Kate Moss, con le sue tettine, che frigna invece di fatturare silente.

Ma soprattutto pensa essere figlia di Kate Moss, e raccontare a Vogue che hai visto la luna piena e volevi fare il rituale di purificazione e allora hai svegliato la mamma per chiederle un accendino. Che lei aveva, perché viene da un secolo così incredibile che si fumava in macchina coi finestrini chiusi e i bambini sul sedile posteriore. Così poi crescono e possono dare interviste sui loro traumi: in cerca di consenso, in mancanza di talento.