Un tassello in piùChiavi di lettura indispensabili per interpretare la storia dell’antifascismo

Nel libro “La resistenza lunga” (Laterza) Simona Colarizi racconta l’eroica battaglia dei partigiani nell’ultimo tragico epilogo del conflitto mondiale, diventato anche guerra civile, che ha in parte oscurato la ricostruzione dell’intera storia

A distanza di quasi ottant’anni dalla fondazione della Repubblica italiana, democratica e antifascista, il significato del termine antifascismo sembra aver perduto la sua dimensione storica in un uso corrente, troppo spesso improprio, quasi sempre contrapposto a quello di fascismo – anch’esso privato dei suoi specifici contenuti – ma diventato un “marchio” politico di cui fregiarsi a seconda delle circostanze. Questo oblio era già evidente in una minoranza di giovani a metà degli anni Settanta, quando antifascismo e fascismo finivano per ridursi a mere etichette in quella lotta per bande, a volte sanguinosa, che ha marcato una delle stagioni più difficili della democrazia italiana.

Nel periodo ’92-’96, in seguito alla traumatica fine di tutti i partiti storici fondatori nel 1945 dell’Italia repubblicana, un intenso dibattito scientifico sulle origini aveva riproposto il discorso sull’antifascismo nel suo significato storico di lievito valoriale alla Carta Costituzionale, rimasta pilastro della continuità istituzionale nella cosiddetta seconda Repubblica.

Questo rinnovato confronto storiografico non era bastato però a invertire la tendenza all’uso politico dell’antifascismo da parte dei partiti che occupavano la scena politica negli anni Duemila. Come nel vecchio, anche nel nuovo sistema politico dichiararsi antifascisti faceva da alibi al vuoto identitario che affliggeva le sinistre, ma serviva anche come strumento per delegittimare gli avversari della destra, bollati con il marchio opposto di fascisti. Ancora oggi, lo scontro politico si continua ad alimentare impropriamente di una vicenda storica lontana ormai più di un secolo, col risultato di ignorare il contesto politico, culturale, sociale e internazionale dell’epoca e di cancellare la stessa identità degli antifascisti, diversi gli uni dagli altri nei valori ideologici, morali e politici, ma alla fine uniti per fondare il nuovo Stato democratico. Quando si lamenta l’assenza di impegno civile nelle generazioni più giovani, forse vale la pena riflettere su quanto questa costante rimozione e distorsione della storia abbia contribuito a indebolire i valori repubblicani che i padri antifascisti avevano affermato nel corso della lunga lotta contro il fascismo.

La storia dell’antifascismo va dunque letta come storia dei tanti soggetti antifascisti che hanno combattuto il regime fascista: i partiti antifascisti le cui radici risalivano all’Italia liberale, le nuove formazioni politiche antifasciste, i giovani antifascisti cresciuti nel ventennio che non si riconoscevano nei vecchi partiti, la generazione dei più anziani protagonisti della prima guerra civile del ’19-’22, ritornati sulla scena nella seconda guerra civile del ’43-’45. Accanto ai militanti c’è poi il mondo della cultura antifascista legata ai valori dell’Italia liberale, e infine la moltitudine di anonimi antifascisti silenti dalle più diverse provenienze politiche e sociali il cui antifascismo si esprime in un gesto, in un insulto, in una scritta sui muri, in un atto sporadico di disobbedienza. Un antifascismo emerso da analisi sociologiche, psicologiche e antropologiche sulla società civile, un ricco terreno di analisi nel quale si sono rintracciate forme di dissenso precedentemente poco esplorate. A ogni nuovo tassello aggiunto alla ricerca storica, si riapriva il confronto tra le interpretazioni che naturalmente intrecciavano in maniera indissolubile la lettura del fascismo a quella dell’antifascismo. […]

Il fattore internazionale resta una chiave di lettura indispensabile per interpretare la storia dell’antifascismo, se si considera che già prima della marcia su Roma una rete antifascista europea aveva protetto gli oppositori di Mussolini che cercavano asilo all’estero per sfuggire alle violenze e alle persecuzioni degli squadristi. Un esodo diventato sempre più massiccio quando la cappa della dittatura non aveva lasciato più spazio alla minima espressione di dissenso in patria. I partiti fratelli europei non solo avevano aiutato gli antifascisti a sopravvivere, ma avevano contribuito all’elaborazione politica e ideologica dell’antifascismo italiano, dai socialisti, ai democratici, ai comunisti organici al Comintern.

Sarebbero invece falliti per tutti gli anni Venti i tentativi degli esiliati di convincere l’opinione pubblica e i governi degli Stati europei su quale minaccia il fascismo rappresentasse per tutte le nazioni fondate sui diritti e le libertà. L’indulgenza verso Mussolini da parte delle élite in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, risultava incomprensibile agli antifascisti italiani sui quali si era scatenata la violenza degli squadristi e poi la repressione del dittatore. Sarebbero state Cassandre non ascoltate, se si considera che tra il 1922 e il 1936 dittature totalitarie e regimi autoritari dominavano ormai su larga parte del continente. A partire dall’avvento al potere di Hitler nel 1933, Rosselli, il fondatore di Giustizia e Libertà, definiva il fascismo come anti-civiltà e quindi anti-Europa, identificando la causa della libertà nella difesa della civiltà e dell’Europa[…]

La storia dell’antifascismo va dunque letta nella cornice del più sanguinoso periodo storico attraversato dall’Europa, iniziato con la grande guerra del 1914 e terminato con un’altra catastrofe durata sei terribili anni, dal 1939 al 1945; un trentennio di totalitarismi e di conflitti nei quali si era consumata fino quasi a scomparire la stessa civiltà millenaria dell’intero continente. La dinamica delle relazioni tra gli Stati europei, trascinati tappa dopo tappa nel baratro del secondo conflitto mondiale, si era ripercossa sull’intera vicenda degli antifascisti italiani, condizionandone strategie e alleanze fino a trasformare il fronte delle opposizioni antifasciste nello specchio fedele dello schieramento internazionale che vedeva le democrazie dell’Occidente schierate con l’Unione Sovietica per sconfiggere tutte insieme Hitler e Mussolini.

All’inizio del conflitto, il patto Hitler-Stalin nel 1939 – lo si è accennato – aveva rotto l’unità degli antifascisti italiani ed europei, lasciando una ferita rimasta ancora aperta nel 1941 quando, con l’invasione tedesca dell’Urss, Stalin era stato accettato come partner dalle potenze democratiche nella guerra contro il comune nemico nazista. L’alleanza internazionale costringeva però anche l’antifascismo a ricomporre lo schieramento unitario, che tale sarebbe rimasto in tutti i paesi dell’Europa occupati dagli eserciti nazisti e fascisti fino al momento della vittoria. Certamente, si trattava di un’unità forzata, come dimostravano le prime crepe aperte nel corso del conflitto nelle relazioni tra gli Stati democratici e l’Unione Sovietica, a indicare quanto inconciliabili fossero le rispettive visioni del mondo. Ciononostante reggeva l’intesa siglata dai tre grandi, Stalin, Roosevelt e Churchill, sul governo dei territori europei destinati a passare nelle mani degli eserciti che li avevano liberati; naturalmente si trattava di amministrazioni militari provvisorie, ma lo stanziamento delle truppe americane e inglesi in Francia, in Italia e in una parte della Germania adombrava già la futura spartizione dell’Europa in due sfere di influenza politica.

Lo sbarco degli alleati in Sicilia e via via la faticosa avanzata per liberare l’intera penisola avrebbero avuto un peso fortemente condizionante sull’ultima fase della lotta antifascista, quando i partigiani combattevano la guerriglia contro i nazifascisti, mentre il Cln trattava con gli inglesi e con gli americani la legittimazione dei suoi governi e della resistenza stessa. Alla fine degli anni Sessanta, quando il mito della lotta partigiana aveva infiammato l’immaginario dei giovani sessantottini, Paolo Spriano, uno dei più stimati storici organici al Pci, aveva cercato con poco successo di smontare l’interpretazione sulla “resistenza tradita” che alimentava le correnti più estreme della contestazione studentesca. Gli antifascisti e in particolare i comunisti erano accusati di aver tradito le aspettative delle masse proletarie che aspiravano a una nuova Italia, non certo quella finita dopo il ’45 nelle mani della vecchia classe dirigente prefascista e fascista in piena continuità con il regime di Mussolini. Una interpretazione in piena contraddizione con il ruolo dei partiti antifascisti nel governo dell’Italia democratica; ma soprattutto un’interpretazione nella quale mancava del tutto la realtà dello scenario internazionale, indispensabile per leggere l’intera storia dell’antifascismo.

 

Da La resistenza lunga. Storia dell’antifascismo 1919-1945, Simona Colarizi, Editori Laterza, 272 pagine, 20 euro