Scenari post-elettoraliLa risposta all’asse populista Conte-Schlein c’è e si chiama Paolo Gentiloni

Valori riformisti, esperienza e buone maniere: il quasi ex commissario europeo tornerà a Roma, ma non andrà in pensione. Sarebbe il guastafeste perfetto per l'avvocato del popolo

Chi ha paura di Paolo Gentiloni? È bastato che il commissario europeo all’economia dicesse di voler ritornare a Roma quando scadrà il mandato della Commissione per far correre brividi lungo le schiene di diverse persone. «Torno a Roma»: niente incarichi europei o Nato. Gentiloni è un nuovo tassello della politica italiana e il suo ritorno, a prescindere in quale veste sarà, avrà inevitabili conseguenze indesiderate per molta gente. Ha colpito diversi lettori quanto ha scritto Francesco Merlo rispondendo a una lettrice di Repubblica: «Con Gentiloni, che è l’Italia delle competenze e delle buone maniere, si rafforza non solo l’anima riformista, ma tutto il Pd. Insomma, Gentiloni spaventa i 5stelle, che aspirano a superare il Pd, ad avvelenarlo di populismo e a occuparne il territorio. È dunque ovvio che gli ayatollah a 5 stelle, i guardiani di Conte, si siano già messi ad abbaiare».

Ecco dunque,  il primo terrorizzato dal commissario europeo è Giuseppe Conte, l’uomo che ha dato vita al trasformismo del ventunesimo secolo inzuppando la sua brama di potere nel bidone dell’antipolitica, esattamente il contrario della politica a tutto tondo europeista e riformista di Gentiloni. L’avvocato del popolo per restare a galla ha bisogno di un Pd pure populista ma meno di lui, meglio ancora se un Pd frastornato dalle proprie gesta, confuso, ambiguo, oscuro come quello che più o meno consapevolmente conduce Elly Schlein, un partito che tutto fa tranne l’unica cosa seria che dovrebbe fare, cioè competere e sotterrare il M5S. Nella lotta nel fango del populismo il “contismo” vince perché ha meno scrupoli. È questo che il gruppo dirigente del Nazareno non afferra, che bisogna giocare tutta un’altra partita perché solo una visione di governo, aperta, riformatrice, atlantista può efficacemente sbarrare la strada al camaleontico avvocato che lucra proprio sull’assenza di una chiara proposta di governo alternativa alla destra. E Giorgia Meloni è la seconda persona che farebbe bene a temere una leadership di uno come Gentiloni, perché avrebbe a che fare appunto con una personalità di governo e non più solo con chi abbaia alla luna privo di un una proposta chiara per contendere alla destra il governo del Paese.

Naturalmente è impossibile prevedere adesso in quale veste l’ex presidente del Consiglio sarà in campo. Ma sostanzialmente gli scenari sono due. Il primo è quello che vede Gentiloni prendere il posto di Elly Schlein nel caso di una débâcle del Pd in tutte le elezioni regionali e con una percentuale attorno al venti per cento alle elezioni europee (ovviamente se neanche raggiunge il venti la fine è nota). Molto difficilmente la segretaria reggerebbe tutti questi colpi. Potrebbe farcela solo nel miracoloso caso che tutte le correnti interne si mettessero d’accordo per continuare con la sua leadership, ma appunto si tratta di un miracolo. Se invece Schlein portasse a casa un buon risultato alle europee – diciamo più del ventidue per cento di Nicola Zingaretti cinque anni fa – e anche nel caso di sconfitte alle regionali, magari vincendo in Abruzzo o in Basilicata, allora salverebbe la sua poltrona e Gentiloni potrebbe scendere in campo per costruire un programma di governo e, insieme, una sua virtuale, o meno virtuale, candidatura a palazzo Chigi pur senza incarichi specifici né di partito né istituzionali.

In ogni caso, questo va detto, già adesso nel Pd vi sono persone, parlamentari, ambienti pronti a evocare l’attuale commissario europeo come la figura in grado di restituire al centrosinistra un’immagine forte di governo, un centrosinistra, va da sé, che andrebbe ripensato decidendo una volta per tutte cosa fare del rapporto con Conte e dall’altra parte con Italia viva, Azione e PiùEuropa. I “gentiloniani”, questo vogliamo dire, sono cresciuti, seppure sotto traccia e in attesa degli eventi. Tutte le schegge riformiste ma non solo (anche ex sostenitori di Schlein) potrebbero ricomporsi. Ed è arrivato ormai il momento di metterlo agli atti