Costi e beneficiGli orti urbani rendono una città più sostenibile nonostante le loro emissioni

L’impronta carbonica dell’orticoltura urbana è più consistente rispetto a quella dell’agricoltura tradizionale (nelle campagne). Questa pratica, però, ha una preziosa valenza culturale e può abbassare le temperature in città: non va demonizzata ma incentivata, anche per innovarla e renderla più ecologica nei materiali

LaPresse/Stefano Porta

Il 22 gennaio, sulla rivista Nature Cities, è stato pubblicato il primo studio su larga scala in grado di valutare l’impatto ambientale dell’agricoltura urbana (Ua), che include gli spazi verdi di proprietà comunale – spesso affidati a privati, associazioni o imprese – per la produzione di frutta, verdura, erbe aromatiche e fiori all’interno di una città. 

I risultati sono a primo impatto sorprendenti e forniscono un contributo accademico fondamentale a un tema spesso sottovalutato. L’impronta carbonica dei prodotti agricoli sorti in un contesto urbano sarebbe, recita il paper della ricerca, circa sei volte superiore rispetto a quella dei raccolti provenienti dalle aziende agricole tradizionali. 

Lo studio, però, non ha meravigliato gli addetti ai lavori, anzi: ha sfatato una serie di false credenze che circolano indisturbate nel panorama mediatico internazionale, rafforzando – dall’altra parte – il valore culturale degli orti urbani. La loro capacità di aggregare, educare e creare socialità è fuori discussione; quella di apportare benefici a livello climatico, invece, non ha abbastanza supporto scientifico. Ma non è necessariamente un problema. 

Secondo l’Istat, il “rinascimento” degli orti urbani italiani è avvenuto tra il 2015 e il 2019: in cinque anni, il numero di questi spazi è cresciuto del diciotto per cento, per una superficie totale che ha toccato quota 2,1 milioni di metri quadrati. La spinta decisiva è arrivata con la pandemia, che ha permesso a cittadini di ogni età di scoprire (o riscoprire) la passione per il giardinaggio, l’agricoltura e la natura. 

Quattro italiani su dieci, stima la Coldiretti, in quel periodo coltivavano frutta e verdura in giardini, terrazzi e orti urbani «spinti dalla crisi economica generata dal Covid e dalla voglia di trascorrere più tempo all’aperto». Nel mondo, scrive Bloomberg, il venti-trenta per cento dei residenti nelle grandi città pratica una forma di orticoltura urbana, spesso su terreni e appezzamenti all’aperto. 

Passando allo studio, un team dell’università del Michigan, negli Stati Uniti, ha calcolato le emissioni di gas climalteranti di settantatré siti di agricoltura urbana in Francia, Germania, Polonia, Regno Unito e Usa. Nel 2019, con l’aiuto degli agricoltori e dei giardinieri impiegati nei rispettivi orti, gli esperti hanno monitorato quotidianamente l’impronta carbonica delle infrastrutture agricole, delle forniture, delle coltivazioni e dell’acqua usata per l’irrigazione. L’attenzione dei ricercatori si è quindi estesa a tutto il processo, non limitandosi a un elemento in particolare. 

Le emissioni calcolate dagli accademici – espresse in chilogrammi di “anidride carbonica equivalente” (CO2e) per porzione di cibo – sono state confrontate con quelle generate da frutta e verdura coltivate in campagna con metodi tradizionali. La CO2 equivalente, ricordiamo, è un’unità di misura che esprime l’impatto sul riscaldamento globale dei vari gas serra (non solo l’anidride carbonica, ma anche il metano, il protossido di azoto e molti altri) rispetto alla stessa quantità di anidride carbonica. 

In media, stando ai risultati della ricerca, il cibo coltivato negli orti urbani ha emesso 0,42 chilogrammi di CO2e per porzione, mentre quello proveniente dai sistemi agricoli classici ha prodotto 0,07 chilogrammi di CO2e per porzione: «Questo studio non mi meraviglia, visto che per moltissimi aspetti l’efficienza delle produzioni agricole professionali è nettamente superiore a quella hobbistica e che molti miti sono pronti a cadere di fronte a ricerche condotte con metodo scientifico. Uno di questi è che produrre il proprio cibo consenta di risparmiare», spiega a Linkiesta l’agronomo e guida ambientale Emilio Bertoncini. 

Esistono però delle eccezioni in grado di fornire indicazioni interessanti su come ridurre l’impronta carbonica dell’orticoltura urbana. Alcune colture (i pomodori) e alcuni orti cittadini (il venticinque per cento di quelli gestiti individualmente) sono stati associati a una minor quantità di emissioni di gas climalteranti. Queste eccezioni, secondo lo studio, suggeriscono che i professionisti dell’orticoltura urbana possono ridurre il loro impatto climatico puntando su ortaggi solitamente coltivati in serra. È poi importante mantenere il proprio orto urbano per molti anni, perché per realizzarne uno da zero servono processi e materiali inquinanti. 

«La maggior parte degli impatti climatici delle “fattorie urbane” è causata dai materiali utilizzati per costruirle. Queste piccole aziende agricole, in genere, operano solo per pochi anni o un decennio. L’agricoltura convenzionale, d’altro canto, è molto efficiente e con cui è difficile competere», racconta Benjamin Goldstein, co-autore dello studio e responsabile del Sustainable urban rural futures (Surf) dell’università del Michigan. 

Puntare sul riuso, il recupero dell’acqua piovana (da sfruttare nell’irrigazione) e i materiali riciclati; allestire aiuole rialzate; usare contenitori pensati apposta per il compostaggio; installare capannoni: sono tutti consigli approvati dagli esperti per ridurre l’impatto ambientale di un orto urbano senza intervenire sulle colture. Secondo i ricercatori, inoltre, bisogna riutilizzare i rifiuti urbani come i detriti prodotti dai lavori di costruzione e demolizione: sostanze del genere possono rivelarsi utili per costruire il proprio orto urbano. 

In conclusione, i dati sulle emissioni emersi dallo studio non mettono in dubbio gli altri vantaggi degli orti urbani. Innanzitutto, possono limitare l’effetto isola di calore: questo li rende degli elementi non irrilevanti nell’equazione della città sostenibile. Ultimi, ma non meno importanti, i benefici sociali e culturali: «Credo che l’orticoltura urbana abbia valenze di altro genere, soprattutto culturale, che possono contribuire a modificare l’impronta ecologica di chi li conduce», aggiunge Bertoncini. Gli orti urbani, infatti, educano i cittadini a rapportarsi in modo sano e rispettoso con la natura, ma non solo. 

Esistono poi diverse associazioni che affittano questi spazi verdi per dare opportunità lavorative a persone diversamente abili, pazienti psichiatrici, detenuti o cittadini in difficoltà economiche. Questi esempi virtuosi si concretizzano anche nei community garden, un’evoluzione in stile anglosassone degli orti sociali, che vengono curati da più persone e non si limitano a coltivare frutta e verdura, sfruttando gli spazi per fare cultura. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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