Zero idee per tuttiL’imbambolata inconsistenza del Pd di fronte al notorio metodo Meloni

La sinistra ha perso la capacità e la voglia di ragionare, di discutere, di fare. Nel mondo succede di tutto, la destra al governo fa e disfa, ma Schlein e Landini non pesano nulla politicamente perché scontano una ambiguità di fondo, soprattutto su Israele

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Mai la sinistra italiana è stata così irrilevante come in questa fase apertasi con la vittoria della destra alle politiche del 2022. Dal Partito democratico alla Cgil alla sinistra cosiddetta radicale non c’è traccia di una vittoria, un successo, un risultato portato a casa. A quindici mesi dall’insediamento del nuovo governo di destra, il carniere di Elly Schlein e Maurizio Landini è spaventosamente vuoto. Ci sono state delle manifestazioni, è vero, ma nessun obiettivo è stato centrato e non si registrano particolari movimenti politici di protesta. In Parlamento alle opposizioni, schiave dei numeri sfavorevoli, non resta che innalzare qualche cartello. Ieri al cosiddetto “Meloni Time” Elly Schlein è stata abbastanza efficace, ma il meccanismo è tale che la presidente del Consiglio straripa in lungo e in largo. 

Da più di un anno la destra fa quello che vuole. Misure economiche ridicole che lasciano del tutto irrisolto il principale problema italiani, cioè i bassi salari. Il Pd su questo ha giocato la carta abbastanza minore del salario minimo, ma è stato respinto con perdite: ed è stata la cosa migliore prodotta in un anno dalle menti del Nazareno. La destra ha preso le redini dell’informazione senza incontrare troppe resistenze: la sinistra non ha nessuna idea sulla comunicazione ed è frenata da anni di consociativismo in Rai e altrove (lo polemica sul Teatro di Roma anche per questo non poteva risultare particolarmente forte). 

Va avanti l’autonomia differenziata, la sinistra grida alla rottura nazionale invocando Giuseppe Garibaldi, ma non riuscendo a spiegare in parole semplici cosa succede e anzi alternando la violenza della denuncia alla rassicurazione che tanto la riforma non si farà mai. Lo scambio con il premierato è vero, ma dalla maggioranza è persino teorizzato mentre il Pd si limita a cantare la solita canzone della difesa della Costituzione più bella del mondo. Nel mondo succede di tutto, ma la sinistra di Schlein e Landini non pesa nulla perché sconta una sua ambiguità di fondo, soprattutto su Israele, che non rende chiaro da che parte sta. 

All’ombra del ritorno di Trump, con i nazisti tedeschi che crescono, i Javier Milei, i Viktor Orbàn, le Marine Le Pen,  la sinistra mondiale non sa bene che dire, sbiadisce la socialdemocrazia tedesca – era successo solo dopo il 1933 – quella francese è guidata da un populista, resiste in Spagna con toni un po’ estremisti. Da noi la destra ogni giorno fa politica, mentre la sinistra al massimo fa qualche comunicato stampa.

I circoli del Pd sono deserti, tranne qualche eroe che ancora ha voglia di fare qualcosa ma non sa bene cosa. I dirigenti  non discutono seriamente da tempo, ognuno cerca di salvarsi come può nel terrore di un’ennesima sconfitta alle regionali e alle Europee. In gioco ci sono anche destini personali, vite concrete, rischi di restare senza lavoro. Gli intellettuali di sinistra scrivono libri o fanno film, spesso bene, ma i rapporti con la politica e con il partito sono inesistenti. Dei giovani manco a parlarne, la maggior parte nemmeno sa cosa sono il Pd, la Cgil, Sinistra e Verdi. I Giovani democratici (la Fgci del Pd) – ha raccontato Alessandro Luna sul Foglio – chiedono un congresso che non si fa da quattro anni per via delle divisioni tra i capetti, ognuno ha il suo referente tra gli adulti del partito. Quanto a Landini, è come se anche lui aspettasse gli eventi per capire cosa fare da grande, e il sindacato è come le lucine dell’albero di Natale, si accendono e si spengono. 

Fondamentalmente il problema politico del Pd è che questa destra ha rotto non solo con il consociativismo, ma persino con il rispetto dell’opposizione di sinistra. Per cui non ha nulla da chiedere e niente di cui discutere con il Pd. Che rischia seriamente di diventare un partito inutile, o meglio di pura testimonianza, perché nessun partito serio può vivere senza incidere nella realtà. I dirigenti vanno in tv già rassegnati a prenderle e balbettano, i migliori si salvano con il mestiere, ma non propongono niente di eclatante. 

La situazione è oggettivamente sfavorevole ma l’impressione è che la sinistra abbia perso la capacità e la voglia di ragionare, di discutere, di fare. Prevale la tattichetta su ciò che conviene per restare a galla: nell’incertezza totale sulla tenuta di Elly Schlein nessuno le si stringe al fianco, come dovrebbe essere normale in un partito, ma pure nessuno la attacca frontalmente, hai visto mai che riesce a reggere. Ogni tanto la leader avanza qualche propostina, ma idee forti zero. La cosa strana è che non si rivolgono all’esterno dove certamente c’è più pensiero che al Nazareno o alla Cgil o a casa dei Verdi. Priva com’è di contenuti e di iniziativa, è inevitabile che la sinistra non intercetti nulla dagli altri partiti così che i sondaggi sono sempre fermi. 

Tutti i grandi leader degli ultimi trent’anni, tranne Piero Fassino che sulla politica estera meno male che c’è, e Pier Luigi Bersani fisso a La7, sono spariti. Il professor Romano Prodi ogni tanto parla, piuttosto inascoltato. Arturo Parisi, sempre lucido, ha sintetizzato così lo stato del Pd: «L’inconsistenza di un Noi coperta dalla precarietà di un Io». Un caos tutt’altro che calmo. 

Una volta Norberto Bobbio disse una famosa frase sugli eterni dilemmi del Partito comunista italiano: «Si interrogano sul loro destino e non hanno capito la loro natura. Capiscano la loro natura e risolveranno il problema del loro destino». Ecco, il Partito democratico non s’interroga più e ha smesso di capire. Sì, pare la prima volta da decenni la sinistra italiana ha la sensazione di avere perso la sua guerra.

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