Piana Rotaliana C’era una volta un Teroldego

Da vino per tutti i giorni a riferimento per un territorio: la storia di questo vitigno ancora poco considerato è ricca di potenzialità, che qualche produttore visionario sta provando a esplorare

Giulio De Vescovi

Giulio De Vescovi è un ragazzo schivo, faremmo meglio a scrivere uomo, ma la leggerezza con cui affronta la vita ce lo fa immaginare più come un giovane che come un signore azzimato. Ha il piglio concreto del contadino, lo sguardo lontano della gente di montagna. Parla poco, se non conosce l’interlocutore sono più i monosillabi che le parole. Ma quando sulla tavola della sua cantina ci sono alcune buone bottiglie, e le persone intorno sono amici certificati, o conoscenti che hanno passato il test di affidabilità, allora la lingua si scioglie, e i pensieri scorrono liberi. È una protezione, è timidezza, o forse è la consapevolezza maturata nel tempo di voler condividere i propri punti di vista sul vino e sul mondo solo con chi sa che può capire.

Inutile sprecare fiato e tempo con chi vive di certezze, meglio confrontarsi con chi si interroga e ha dubbi.
E lui i dubbi li fa venire, durante degustazioni alla cieca che condivide con chi può comprendere. Ed è proprio durante una delle ultime, poche settimane prima della fine del 2023, che la sopresa del Teroldego d’annata ha fatto terra bruciata davanti a grandi e rinomati blasoni, lasciando di stucco gli esperti bevitori, allo svelamento.
Scoprire quanto un vino per nulla celebrato in Italia possa giocarsela – e vincere – davanti a grandi francesi conosciutissimi e costosissimi, gli ha sciolto la lingua.
«Lo fareste invecchiare, un Teroldego? Gli dareste questa possibilità?». E dietro a questa domanda si schiude un pensiero che si percepisce sia lì da tempo, e sia diventato sempre di più una consapevolezza, e una piccola ferita che non si rimargina.
Il Teroldego 2003 di De Vescovi Ulzbach in degustazione comparata
La Piana Rotaliana, di cui la De Vescovi Ulzbach fa parte, ha seicento ettari vitati a Teroldego, che rimane la prima uva rossa locale: se in questa zona del Trentino i vigneti con altre uve a bacca rossa sono diminuiti in maniera sostanziale, lasciando il posto ai bianchi e riducendosi a un terzo negli ultimi quarant’anni, il Teroldego è passato dal sette per cento  del 1980 al 5.9 per cento di oggi, mantenendo tutto sommato la sua forza produttiva. Certo, le grandi cooperative la fanno ancora da padrone, e gli stili dei piccoli, e le loro idee, faticano a trovare spazio. Un buon vino da pasto, insomma, di sicuro non percepito come vino da degustazione o da invecchiamento.
Ma le cose, piano piano, potrebbero cambiare, se l’atteggiamento e il pensiero di produttori come De Vescovi avessero lo spazio e la fiducia che meritano. Certo, servirebbe coesione, e servirebbero spinte significative in termini comunicativi e gestionali, ma le potenzialità ci sono tutte, e sono solide e suffragate dai fatti. E se in una degustazione alla cieca il Teroldego 2003 è risultato convincente e vincente accanto a grandi e blasonati francesi, la strada da prendere è decisamente segnata. Certo, va tenuta la barra a dritta sulla qualità, bisogna lavorare sullo stile, cosa che questo imprenditore un po’ fuori schema ha fatto in tempi non sospetti, evitando di lavorare in concentrazione quando tutti andavo a copiare i SuperTuscan, e virando verso l’eleganza più tipica della zona alto-atesina, vicinissima territorialmente ma lontanissima nella percezione e nella visione di moltissimi produttori trentini.

Come si costruisce un territorio del vino, e come si ricostruisce una credibilità? Lavorando di cesello, non facendo sconti sulla qualità, e andando dritti per la propria strada, anche quando sembra sbarrata, o quando gli altri decidono di percorrerne una all’apparenza più facile, meno scoscesa e più diretta. Ma se la meta è alzare l’asticella, e trovare nuovi mercati, dare una possibilità concreta a questo vitigno così promettente, come sta provando a fare con caparbietà questo visionario viticoltore, allora val la pena prendersi il rischio, e mantenere negli occhi quel pizzico di insoddisfazione, quello sguardo velato di malinconia per qualcosa che ai pochi eletti è noto, ma che il mondo ancora non coglie.
È lo sguardo tipico dei sognatori, quello che – alla lunga – fa progredire il mondo.