Nastro gialloLa resistenza contro Putin nei territori ucraini del Donbas occupati dai russi

Il movimento di civili è nato il 25 aprile 2022, si organizza su Telegram e ha diverse sezioni nei principali centri urbani occupati. In questi mesi ha svolto operazioni di sabotaggio dei governi fantoccio del Cremlino e missioni di controinformazione, fornendo sostegno all’esercito regolare di Kyjiv

Una bandiera ucraina issata a Andriivka dopo la sua riconquista
Una bandiera ucraina issata a Andriivka dopo la sua riconquista (AP Photo/Alex Babenko)

Controinformazione, guerriglia, sabotaggio informatico e atti dimostrativi. Piccole azioni che preoccupano i vertici del Cremlino e la loro macchina militare di cartone. La resistenza ucraina nei territori occupati agisce sottotraccia, adottando ogni mezzo a disposizione contro l’esercito di Vladimir Putin e la sua propaganda, da dieci anni impegnata a diffondere l’idea di una popolazione russofona che ha accolto «il popolo fratello» come un liberatore, una bugia sulla quale è stata costruita una retorica fatta di falsità storiche e simboli. Ma è proprio su questo terreno, quello del mito, che il regime finisce per impantanarsi e basta un simbolo apparentemente innocuo come quello del nastro giallo per mettere in discussione tutto il racconto putiniano. Volantini, graffiti per le strade delle città occupate e nastri appesi per le strade sono le armi del movimento del Nastro Giallo, una delle principali sigle della resistenza civile ucraina nei territori sotto il controllo dei russi. 

Fondato il 25 aprile 2022, il Nastro Giallo ha compiuto una serie di atti dimostrativi iniziati due anni fa con l’azione “Kherson è Ucraina”: organizzandosi su Telegram, cinquecento persone hanno marciato pacificamente contro l’esercito occupante, rivendicando l’appartenenza ucraina della città. Gli uomini di Putin hanno dovuto aprire il fuoco per fermarli, ferendo quattro manifestanti. «Molti amici negli oblast di Donetsk e Luhansk mi hanno detto di sentire che l’Ucraina stesse lentamente scomparendo dopo l’occupazione del 2014» racconta il cofondatore del movimento al Kyiv Indipendent «non volevamo che accadesse lo stesso a Kherson». Dopo la liberazione della città da parte dell’esercito ucraino, il Nastro Giallo è iniziato a comparire nelle altre regioni invase, servendosi di un’organizzazione capillare e un numero sempre più alto di volontari (al momento sono dodici le sezioni nei principali centri urbani, alle quali si aggiunge l’intensa attività online con il gruppo Telegram utilizzato per aggiornare i simpatizzanti sulle iniziative del movimento).

Dopo le proteste pacifiche, il Nastro Giallo ha iniziato a svolgere operazioni di sabotaggio contro i governi fantocci filorussi, dalla campagna “Stop Referendum” finalizzata alla controinformazione contro le elezioni farsa imposte dall’esercito di Putin al flash-mob “Stop Rashism” (storpiatura del termine russismo, ideologia ufficiosa del Cremlino) dove i cittadini hanno distrutto i simboli – manifesti, cartelloni ed effigi varie – che inneggiavano all’invasore. Alle iniziative identitarie si sono aggiunte quelle di carattere paramilitare con la diffusione online di informazioni sensibili sui reparti locali dell’esercito russo (indirizzi delle basi, luoghi di ritrovo e accampamenti) fornendo aiuto all’esercito regolare ucraino, pur mantenendo la struttura indipendente nata due anni fa. 

È per questo che in tempi recenti il livello di repressione da parte degli occupanti è aumentato drasticamente, come denunciato dal cofondatore del Nastro Giallo: «Adesso la minaccia più grande è rappresentata dall’FSB (il Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa, erede del KGB sovietico) e dal ministero degli interni russo che sempre più spesso, anche in competizione tra di loro, hanno iniziato a dare la caccia ai civili con accuse di terrorismo, estremismo e vilipendio delle forze armate […] Ti arrestano anche se non appartiene a un gruppo di resistenza, ma semplicemente perché sei ucraino, perché qualcuno ha detto che hai sventolato una bandiera gialloblu anche se in realtà non l’hai fatto, e per questo finisci per tre mesi in qualche ripostiglio dove ti pestano». 

Ciò nonostante, il Nastro Giallo continua a operare e oggi trova la sua sezione più grande in Crimea – «ci sono ragazzi che hanno solo diciotto anni, alcuni che ne avevano nove quando la loro terra è stata occupata», dice al Kyjiv Indipendent il cofondatore del movimento – ma non si tratta di un caso isolato. Il Nastro Giallo è parte di una rete che riunisce più sigle che si muovono nelle regioni invase, coordinandosi tra di loro per agire dove l’esercito di Kyjiv non è ancora arrivato, come il Movimento di resistenza popolare (nato nel 2021) e Atesh. Quest’ultima si differenzia dalle precedenti perché di carattere dichiaratamente militare e svolge le sue operazioni sia nell’Ucraina occupata che nei territori della Federazione Russa, una minaccia che mette in crisi i vertici del Cremlino. 

«Ho voluto contrastare il luogo comune diffuso in Ucraina che nessuno dei nostri è rimasto in quei territori apparentemente perduti, così avrei mostrato che ce ne sono ancora molti e che resistono molto più di quanto si possa credere […] In situazioni del genere una persona si chiede ’Chi sono?’ e per questa gente, dopo nove anni, la risposta è sempre stata molto chiara: sono ucraini». A parlare è Dmytro (nome fittizio), uno dei capi di Atesh che nel 2014 aveva appena finito di discutere la tesi in storia presso l’Università di Donetsk quando la città viene presa dai russi. Dopo aver combattuto in un battaglione volontario contro i separatisti, Dmytro torna nei territori controllati dal governo centrale mantenendo una rete di contatti con i partigiani rimasti al fronte. Questa rete coltivata negli ultimi dieci anni si trasforma in Atesh che oggi provvede a fornire supporto logistico all’esercito ucraino e, allo stesso tempo, affronta i russi armi alla mano. 

Una delle azioni più eclatanti riconducibili alla formazione che ha come portavoce Mustafa Dzhemilev (politico proveniente dalla Crimea, parlamentare ucraino dal 1998 e dissidente durante l’Unione Sovietica) è l’affondamento della flotta russa nel porto di Sebastopoli: l’attacco mosso dalle forze armate ucraine è stato organizzato e coordinato dagli uomini di Atesh. Con mileottocento membri, di cui cinquecento operativi, Atesh è riuscita a reclutare soldati tra i civili dei territori occupati, anche tra cittadini russi «stanchi di Putin e della sua guerra» e il suo successo crescente ha spinto l’Fsb a creare task force impegnate solo ed esclusivamente a combatterla. 

«La nostra gente non ha dubbi nella vittoria», dice Dmytro per il quale «non c’è altra opzione» al di fuori di questa. Una delle bugie più popolari della propaganda russa è quella secondo cui gli ucraini dell’est sarebbero schierati in blocco con Vladimir Putin, il liberatore della popolazione russofona dai guerrafondai nazisti di Kyjiv. Una balla che sentiamo da dieci anni e che in Italia è stata avallata prima da una parte della politica (l’asse gialloverde) e più recentemente dall’incursione mediatica della bolla geopolitica, che con i suoi deliri infarciti di realismo e grandi potenze ha veicolato la propaganda dei circoli Russlandversteher. Se la situazione in Ucraina fosse davvero quella che ci viene raccontata da questi soggetti, il monolitico impero russo non concentrerebbe tutti i suoi sforzi contro questi gruppi che da soli hanno messo in discussione la famigerata operazione speciale del Cremlino. Come sempre, la realtà smonta le mistificazioni.