IntelligereCosì siamo passati dall’Internet of Things all’Intelligence of Things

Marco Santarelli, in "Sorvegliati e contenti", spiega che con la rivoluzione digitale il nostro rapporto con gli oggetti che ci circondano è cambiato. Questo rappresenta un’opportunità, ma anche un pericolo se non capito e non gestito bene

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Gli oggetti non sono più strumenti, ma relazioni. Il nostro mondo è popolato da robot invisibili e regolato da un’intelligenza artificiale da cui qualcuno o qualcosa dovrà proteggerci. Ecco che la sicurezza non riguarda più solo la protezione fisica: società e Intelligence internazionale giocano una nuova partita, intersecando e studiando sempre più il rapporto tra le persone e le cose. Quindi il problema si sposta: il termine «oggetto» fino a poco fa indicava ciò che avevamo di fronte come arredo, simulacro. La cosa, quindi, è intesa come maneggevolezza e connessione, ovvero utile in sé e per sé, ma anche in un nuovo territorio. L’angolatura di visuale fondamentale è capire azione e reazione in questi rapporti e non limitarsi ad accettarle passivamente quando sono già accadute.

Intelligence delle Cose significa partire dal concetto di monitoraggio di questi rapporti per definire meglio gli ambiti e i confini, più o meno rigidi, della sicurezza di ognuno di noi. Intelligence, che in questo caso evolve da Internet, non va tradotto come «intelligenza» delle cose (concetto già rappresentato dall’Internet of Things), ma come rappresentazione e codifica del nostro rapporto con le cose, così come cambia anche per i Servizi segreti. Intelligence rimane come termine di e per la sicurezza. Infatti, proviene dal latino o, meglio, dalla lingua dei Cesari, intelligere. Quest’ultima parola è interpretata nel tempo come inter- legere, leggere dentro o tra, dall’altra (proprio della dottrina purista) come intendere, concepire, comprendere, utilizzato oggi come intercalare e verticalizzato alla vita sociale. Intelligere qui vuol dire unire non solo gli elementi simili per comprendere determinati fatti, ma anche unire tante differenze e, allo stesso tempo, le proprie abilità per interpretarli. L’intelligence è una raffinata capacità di comprendere le discrepanze e coglierne le sottigliezze logiche e creative. In tal senso ha una sua peculiarità che è lo scambio, la relazione.

Nella parte artificiale, la relazione avviene con delle formule più o meno matematiche (come algoritmi o IA), nella parte umana avviene in maniera mista, logica appunto, attraverso percorsi di ragionamento, ma anche creativi. Questa duplice azione ha da sempre caratterizzato il suo campo d’azione e nella storia9 ha garantito la sicurezza e l’attendibilità delle informazioni senza che le stesse si potessero alterare nel transito.

Queste analisi delle relazioni della vita di tutti i giorni possono sfociare e degenerare – per esempio e in primis – nel cybercrime e in atti terroristici. Ciò che mette in pericolo la nostra esistenza non viene solo da canali tradizionali, ma da interfacce totalmente insospettabili e imprevedibili: il meccanismo di personalizzazione non è più nella forza compulsiva di accumulare gli oggetti e quindi dare senso alla nostra realtà sociale, ma nelle proiezioni legate a quello che raccontiamo e facciamo attraverso i device, quindi la rete e i social network.

Insomma, il concetto di sicurezza è cambiato e si rigenera nei nuovi mondi digitali. Ai cittadini deve essere garantita una protezione a trecentosessanta gradi che, a questo punto, non riguarda solo le minacce classiche (come atti terroristici, invasioni militari o crimini in generale, ma anche le calamità naturali, tra cui anche le pandemie), ma adesso anche nel rapporto con le cose.

In tal senso, totalmente nuovo, è decisivo e fondamentale l’insegnamento del design, ma anche della semiotica o della filosofia. Ovvero dello studio della capacità sia di rappresentare un oggetto sia, ovviamente, di entrarci in relazione. Il primo aspetto è tutto ciò che riguarda gli oggetti in tempi passati, mentre il secondo riguarda prevalentemente gli oggetti nel mondo contemporaneo, che, appunto, diventano cose. Perché cose quindi? Perché, come abbiamo visto, non rappresentano più un corpo inerme che serve per aderire a uno status symbol, bensì una relazione che noi abbiamo con il mondo.

Come avviene questa messa in sicurezza? Innanzitutto, con il controllo e la gestione dei nostri dati che devono essere studiati e protetti. Bisogna giocare d’anticipo, insomma, anche a livello internazionale. Parliamo, quindi, della capacità di prevedere propria dell’intelligence. Pensiamo a tutta la questione 5G o, più in generale, alla velocità delle reti. Oggetti connessi tra passato e futuro attraverso cui gli eventi possono accadere secondo logiche estranee al nostro volere e con una velocità disarmante. Pensiamo ai cyberattacchi o, più in grande, alla cyberwar. Basta un microchip per generare un’escalation di tensione tra nazioni o scatenare una nuova guerra fredda.

La capacità di resilienza, e gli investimenti collegati, costituiscono l’aspetto più importante di questo paradosso contemporaneo in cui a un giornaliero e costante inno all’innovazione risponde l’incapacità di superare il digital divide anche tra generazioni più giovani. Una società avanzata deve saper sopravvivere a un evento traumatico senza interrompere la propria quotidianità.

Da “Sorvegliati e contenti” di Marco Santarelli, Egea, 128 pagine, 12,99 euro

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