Le comiche finaliCol trio Vannacci-Palamara-Paragone, la Lega è pronta a toccare il suo punto più basso

Nel tentativo disperato di farsi notare, Matteo Salvini ha distrutto il tradizionale partito nordista facendone una cosa informe, putinista e fascistoide. Nessuna nostalgia per Bossi, ma qui siamo al varietà

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Là dove c’era l’erba ormai c’è il qualunquismo acchiappavoti tra clic e rotocalchi, ex magistrati sotto processo e generali a piedi nudi, adieu Umberto Bossi e Bobo Maroni, ecco a voi Vannacci, Palamara & Paragone che detta così sembra un trio da balera e invece sono le punte d’attacco di una Lega semisfasciata, priva di senso, distrutta da se stessa e da Giorgia Meloni, in procinto di passare dal trentaquattro per cento al dieci, se ci arriva.

Questi ti fanno venire nostalgia dei Novanta quando Gad Lerner, che allora faceva il giornalista sul serio, e il suo “Profondo Nord” su Rai Tre, che allora esisteva, aveva capito che il Nord era una cosa seria e la Lega un fenomeno nuovo che riempiva clamorosamente il vuoto post Prima Repubblica per poi riuscire a collaborare e competere con Silvio Berlusconi, infine a rappresentare il populismo più di destra prima che Meloni gli rubasse la parte come i giovani attori che prendono la scena del vecchio capocomico. 

Bossi lo si è anche detestato per l’arrogante incultura ma era Bossi, forse meno geniale di quanto lo si sia voluto rappresentare ma pur sempre un vero leader e con lui Roberto Maroni che si rivelò l’unico buon ministro leghista, e poi c’era tutta quella comitiva pittoresca e animosa, Luca Leoni Orsenigo, quello del famoso cappio, Erminio Boso detto “Obelix” perché era enorme, i duri Roberto Castelli, Francesco Speroni, Roberto Calderoli, Vito Gnutti e la femme fatale Irene Pivetti che salì sulla poltrona di Sandro Pertini e Nilde Iotti. Abbiamo visto anche questo.

Quei leghisti della prima ora erano sbarcati a frotte Montecitorio nel 1992 e poi nel 1994, valligiani veraci che si aggiravano perplessi tra i divanetti di pelle del Transatlantico, ignoravano tutto di leggi, regolamenti, stilemi della Prima Repubblica, un pochino trasandati e fuori posto scesi dalla Val Brembana al centro esatto di quella Roma che odiavano. Era uno che scartava, Bossi, come le grandi ali destre nel calcio. Popolare, nel bene e nel male. In uno dei suoi più ambigui discorsi Massimo D’Alema, lo si ricorderà, parlò della Lega come di «una costola del movimento operaio» giocando sull’ambiguità: era una constatazione sociologica, ma voleva intendere che i lumbard erano più o meno dell’album di famiglia, siamo tra di noi, una frase che gli serviva a cementare un’alleanza in chiave anti-Berlusconi ma che nel merito era palesemente una sciocchezza, la Lega con la sinistra dal punto di vista politico non c’entrava niente. Però erano forti, avevano un senso, un piglio, era gente che ci credeva. 

Il federalismo di Gianfranco Miglio portato avanti da Bossi era chiaramente un’idea sballata alla quale come al solito la sinistra abboccò per anni facendo persino la parte di quelli più federalisti ancora. Ma tutto questo ormai è spazzato via dal vento della storia, Bobo Maroni non è più tra noi, Bossi è da molti lustri fuori gioco, tutti quelli della vecchia guardia sono spariti da tempo. Matteo Salvini ha distrutto la Lega facendone una cosa informe, putinista e fascistoide, che ha avuto anche un successo molto importante, fino al trentaquattro per cento delle ultime europee, un successo effimero e circoscritto nel tempo, ora si barcamena e anzi scappa dalla gara europea sapendo di non poter competere con Giorgia Meloni. 

E penosamente per raccattare voti candiderà tre statisti come un generale baciato dalla fortuna, questo Roberto Vannacci che interpreta l’eterno bar italiano sacramentando contro tutto e contro tutti, questo Gianluigi Paragone, mattacchione che da anni sbarca il lunario tra politica, televisione, chitarre, grillino, mezzo leghista e mezzo no, anti-tutto, e questo Luca Palamara, epicentro e simbolo della stagione più opaca della magistratura, anch’egli a caccia di qualunque cosa che gli dia da vivere e un po’ di notorietà. 

Ecco come finisce la cosiddetta costola della sinistra, s’incrina, si rompe, non si sana più. E diventa un’altra cosa, una costola del più grottesco populismo buono per i juke box degli angiporti, altro che movimento operaio (che tra l’altro non esiste più nemmeno: non c’è un movimento, ci sono sempre meno gli operai).

Col passaggio da Miglio a Vannacci, da Bossi a Paragone, da Maroni a Palamara, si seppellisce dunque un pezzo della nostra storia, bella o brutta che sia stata, la Lega ci sarà ancora, intendiamoci, ma è un’altra roba, e a Matteo Salvini è toccata la parte del becchino, non l’avrebbe mai immaginato, un ganassa come lui.