Vaso di coccioLa miope leadership di Abu Mazen e la sciagurata trattativa tra Anp e Hamas

Il capo della Associazione nazionale palestinese vuole associare il gruppo terroristico al futuro governo della Palestina pur di mantenere le sue rendite di potere. Come se la barbarie del pogrom del 7 ottobre non avesse creato una frattura insanabile

LaPresse

La leadership palestinese è impegnata a dimostrare di essere tra le prime cause dei fallimenti della nascita di uno Stato palestinese. In silenzio totale per giorni dopo il pogrom del 7 ottobre, Abu Mazen ha infine preso la parola ma solo per dire il 17 ottobre che «Hamas non è il popolo palestinese», nessuna condanna della strage, nulla sull’infamia della presa degli ostaggi. Poi, settimane e settimane dopo, rare dichiarazioni contro gli attacchi israeliani a Gaza e infine una frase monca sugli ostaggi. Nel frattempo, però, di una cosa il leader palestinese si è freneticamente occupato: di restare in sella. Screditato davanti alla platea internazionale e poco amato, se non apertamente odiato, in Cisgiordania, l’anziano leader ha approfittato degli incontri d’obbligo con Antony Blinken, come con i leader europei che per obbligo protocollare si devono fermare a Ramallah unicamente per proteggere la sua traballante poltrona e quella dei suoi fidi raìs. 

È infatti palese che la Associazione nazionale palestinese che lui guida come presidente dal 2006 è un baraccone che sa solo produrre corruzione galoppante, inefficienza amministrativa e disprezzo popolare, quindi va riformata. E Abu Mazen, caparbiamente, pretende, pur screditato come è, di guidare questo processo di riforma per garantire a sé stesso e ai suoi fedelissimi il controllo futuro del governo palestinese. In questa prospettiva, l’11 febbraio si è recato a Doha e ha incontrato l’emiro Tamim Bin Hamad al Thani, sponsor di Hamas col quale ha discusso del futuro, possibile assetto di uno Stato di Palestina condiviso con i tagliagole del 7 ottobre. Di fatto, una trattativa a distanza con Hamas che ha fatto emergere un dato politico che ha dell’incredibile.

Pur con una varietà di posizioni l’attuale leadership palestinese intende associare in qualche modo Hamas al governo della Palestina. Come se il pogrom del 7 ottobre non avesse imposto una cesura tra civiltà e barbarie. Il più esposto di tutti a favore di una piena intesa col gruppo terrorista è Jibril Rajoub, segretario generale di al Fatah e tra i primi ad aspirare a prendere posto di Abu Mazen, grazie proprio a questa strategia. «Hamas non sparirà. Hamas è il popolo palestinese», ha dichiarato e a Doha ha presentato a Ismail Hanyieh, leader di Hamas, un «protocollo di riconciliazione palestinese» per arrivare a un governo comune della Palestina, in una prima fase con un appoggio esterno di Hamas. Più freddo, Abu Mazen, scottato dalla decina di accordi di riconciliazione tra Anp e Hamas fallito dopo la guerra civile inter-palestinese del 2007.

Comunque, con varie sfumature, tutto l’attuale gruppo dirigente palestinese guidato da Abu Mazen ragiona come se la barbarie del pogrom del 7 ottobre non abbia imposto una rottura totale nei confronti di Hamas, come se si sia trattato del solito attentato terroristico. Come non sia accaduto nulla di nuovo, di importante. Un distacco totale dal principio di realtà che la dice lunga sulla sua infima levatura politica.

L’unico dirigente palestinese che si distacca con intelligenza della fase da questa miope inerzia è Mohammed Dahlan, leader di al Fatah di Gaza, nato in un campo profughi di Kahn Younis, già compagno di giochi da bambino del feroce Yaha Sinwar, oggi aspira a prendere il controllo della Anp e a guidare il dopo guerra con lo slogan: «Né Abu Mazen, né Hamas!». Molto apprezzato dai Servizi Segreti egiziani e da Abdel Fattah al Sisi e dai dirigenti degli Emirati Arabi Uniti che lo ospitano da anni, Dahlan gode anche di un eccellente rapporto di fiducia da parte della dirigenza israeliana che ne ha sperimentato la correttezza quando era a capo delle Forze di Sicurezza palestinesi prima del 2007. Purtroppo, è estremamente indicativo che sia assolutamente il solo dirigente palestinese di rilievo che ha chiaro che Hamas non solo non potrà né dovrá avere alcun ruolo di governo, ma anche che, dopo la barbarie del 7 ottobre, non potrà partecipare ad alcuna elezione.

D’altronde – di questo la miope leadership palestinese non si rende conto – nessuna istanza internazionale, men che meno gli Stati Uniti, potranno mai chiedere a Israele di accettare uno Stato palestinese nel quale Hamas abbia un qualche ruolo di governo. Né, chiunque vinca le prossime elezioni anticipate in Israele, esiste né esisterà mai un solo leader israeliano disposto ad accettare uno Stato palestinese che nasca sotto controllo, anche marginale, di Hamas. Un quadro fosco, con una leadership palestinese per l’ennesima volta avventurista e impresentabile, che non sarà semplice dipanare.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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