Dottrina BidenL’inedita tensione tra Israele e Stati Uniti e le difficili condizioni per una pace duratura

Il presidente americano e il suo segretario di Stato Antony Blinken stanno cercando di convincere Netanyahu ad accettare la soluzione dei due Stati per garantire stabilità in Medio Oriente. Ma dopo il pogrom del 7 ottobre il premier israeliano vuole smantellare qualsiasi traccia jihadista a Gaza e in Cisgiordania

LaPresse

Al di là della spinosa trattativa sugli ostaggi, il quinto viaggio in tre mesi di Antony Blinken in Medio Oriente ha confermato un riavvicinamento sostanziale tra Washington e Riad, ma ha registrato invece una crescente crisi, mai così acuta, col governo di Gerusalemme. Bibi Netanyahu ormai ha rapporti pessimi con la Casa Bianca come non li ha avuti nessun suo predecessore. Rifiuta infatti con pervicace testardaggine di seguire l’invito che Joe Biden gli fece l’8 ottobre, quando, all’indomani del pogrom, nell’esprimergli la solidarietà totale degli Stati Uniti, lo invitò «a non commettere i nostri errori in Iraq e Libia». In chiaro, il presidente americano chiedeva e fortemente continua a chiedere di condurre la guerra contro Hamas avendo ben chiara e presente la soluzione politica cui si mira per il dopoguerra: per Biden, la soluzione dei due popoli, due Stati.

Netanyahu sulle prime ha nicchiato, poi, deciso a iniziare sin d’ora la campagna elettorale anticipata che sarà inevitabile, ha proclamato e continua a proclamare che quella soluzione mai verrà attuata. Questo, per coerenza con sé stesso, perché l’ha sempre avversata, senza però mai dirlo chiaramente e solo ora lo dice con volto d’arme, ma anche per opportunismo.

Il trauma del pogrom del 7 ottobre, infatti, è stato tale per Israele, talmente grande è, più che il timore, la certezza che si possa ripetere, magari dalla Cisgiordania divenuta Stato, che tutti i sondaggi indicano che solo uno stentato quaranta per cento degli israeliani accetterebbe oggi la formula dei due popoli, due Stati. La maggioranza degli israeliani è nettamente contraria. Quindi Netanyahu, maestro nel saper giocare sulle paure, si prepara a una campagna elettorale avversandola frontalmente.

Il problema drammatico però è che l’accettazione di questa formula è assolutamente indispensabile, per ragioni di diritto internazionale, storiche e geopolitiche, per permettere a Israele di essere riconosciuto come Stato legittimo non solo dall’Arabia Saudita, ma anche da tutti i paesi arabi e islamici (escluso ovviamente il blocco iraniano). Riconoscimento indispensabile per strutturare il Medio Oriente sunnita in equilibrio, come una grande area di libero scambio, integrando l’economia hi-tech israeliana con quelle dei petrodollari del Golfo, in funzione di contenimento roccioso dell’espansionismo jihadista dell’Iran dei pasdaran e degli ayatollah.

Joe Biden, che sta definendo finalmente una sua dottrina mediorientale opposta a quella di Barack Obama di appeasement con l’Iran (alla quale collaborò, per pentirsene amaramente oggi), sa bene che i capisaldi di una politica di blocco – anche militare – dell’espansionismo iraniano sono Gerusalemme e Ryad. Solo se media un accordo tra queste due potenze regionali, mentre bombarda le tante casematte degli alleati dell’Iran, in Siria, Iraq e Yemen, può fare rispettare a Teheran le sue linee rosse da non superare. E, lo ripetiamo, l’accordo tra sauditi e israeliani ormai non può che passare per il via libera allo Stato di Palestina. 

Per questo, e per piegare le ferree resistenze di Netanyahu, il presidente americano ha fatto filtrare dalla Casa Bianca minacce mai prima d’ora neanche ipotizzate. Mai, assolutamente mai, infatti, Israele si è trovata di fronte l’ipotesi che Washington riconoscesse autonomamente lo Stato di Palestina e men che meno che cessasse di opporre il veto a risoluzioni Onu che lo pretendono. Oggi, però, questi veri e propri schiaffi in faccia al governo israeliano sono considerati opzioni possibili, sul tavolo e la notizia viene volutamente fatta trapelare sulla stampa, senza smentite.

Resta comunque il punto: la proposta americana dei due Stati non risolve affatto il rebus della sicurezza di Israele – in questo Netanyahu ha ragione – perché per garantirla non serve a nulla che quello palestinese sia uno Stato demilitarizzato, come propone Joe Biden. Il problema, infatti, non è che non si costituisca un esercito palestinese. Il problema vero è che tutto il territorio palestinese deve essere sottoposto a un capillare controllo di forze di sicurezza e di polizia che disarmino le centinaia di nuclei terroristici di Cisgiordania e Gaza pronti a fare attentati contro Israele e che rendano impenetrabile il loro confine con Israele. 

Questo, tenendo ben presente l’esperienza: le forze di sicurezza della Associazione nazionale palestinese non sono riuscite affatto negli ultimi trent’anni a contrastare i gruppi terroristi. Anzi, l’Anp ha dirottato parte dei Fondi europei per pagare gli stipendi alle famiglie dei terroristi morti in attentati contro civili israeliani e ai palestinesi incarcerati da Israele per aver commesso atti di terrorismo. Una forma palese di complicità coi terroristi. 

Non solo, dal 1993 larga parte del territorio della Cisgiordania è occupato dall’esercito di Israele e le forze di sicurezza interne – in primis lo Shin Bet – sono radicate in tutta la Cisgiordania. Eppure, non riescono a impedire che da lì partano attentati in Israele e neppure a smantellare definitivamente reti di terroristi di Hamas e Jihad islamico che si moltiplicano in continuazione.

Dunque, se si vuole uno Stato palestinese, bisogna anche trovare il modo di garantire non solo che sia smilitarizzato, opzione facilmente realizzabile ma anche che vi operino con efficacia forze di sicurezza internazionali con compiti capillari di antiterrorismo. Una forza militare Onu, o della Lega Araba o qualsiasi altra formula non servirebbe a nulla per smontare l’enorme network jihadista sotterraneo disseminato per la Cisgiordania e lo stesso vale per Gaza. 

È indispensabile la presenza di un mastodontico apparato antiterrorismo costituito da intelligence, corpi speciali, infiltrati, operativi, forze di sicurezza, elicotteri, droni. Non c’è nessun precedente di una formazione di polizia internazionale antiterrorismo di tal fatta, con eccezione delle disastrose esperienze americane in Afghanistan e Iraq. La formula internazionale per garantire la sicurezza di Israele è dunque ben difficile, se non impossibile da concretizzare. 

Il punto è che il pogrom del 7 ottobre non può e non deve essere un problema solo di Israele, che ne paga il prezzo di sangue. La comunità internazionale nel prossimo futuro deve farsi carico in prima persona di costituire delle forze di sicurezza a Gaza e in Cisgiordania in grado garantire che vengano neutralizzate e sconfitte le potenti e capillari organizzazioni non solo Hamas e Jihad islamico – che intendono eliminare dalla faccia della terra lo Stato degli ebrei. Solo se si risolverà questo problema drammatico e intricato si potrà parlare di due popoli, due Stati.

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