Autonomia strategicaIl problema non è (solo) Trump, ma il mancato dibattito pubblico sulla difesa comune europea

In vista delle elezioni europee di giugno, la domanda da porsi non è quanto gli Stati Uniti sarebbero eventualmente disposti a difendere l’Ue, ma quanto l’Unione europea è davvero intenzionata a difendere sé stessa

LaPresse

Donald Trump ha affermato che se fosse nuovamente presidente e la Russia invadesse un Paese Nato, gli Stati Uniti non interverrebbero in suo soccorso se questi non spendesse abbastanza in difesa, anzi incoraggerebbe la Russia «a fare quel che gli pare». Le dichiarazioni di Trump sono una critica al fatto che molti paesi europei spendono in difesa meno del due per cento del prodotto interno lordo, come vorrebbero gli accordi dell’alleanza. Eppure, dall’invasione dell’Ucraina è il tema pressapoco quotidiano a livello europeo. Basti pensare solo ad alcuni avvenimenti negli ultimi giorni: i ministri della Difesa europei sono tornati a discutere del rinnovo al fondo di sostegno all’Ucraina; Stati Uniti, Regno Unito e Germania hanno avanzato il nome di Mark Rutte come prossimo segretario generale della Nato, aprendo le danze su una nomina cruciale e imminente. La scorsa settimana, all’annuale conferenza di sicurezza di Monaco, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha ribadito che è «cristallino» che «noi europei dobbiamo fare molto di più per la nostra sicurezza, adesso e in futuro».

Negli ultimi due anni, l’attenzione al tema è cresciuta anche a livello mediatico, arrivando con una certa costanza all’opinione pubblica, situazione a cui il dibattito europeo non era abituato. Eppure, fatica a imporsi a livello elettorale: con le elezioni europee ormai imminenti, l’interesse degli elettori verso una difesa comune e sul ruolo dell’Ue in materia è praticamente assente in diversi Paesi, con poche eccezioni. 

Differenze storiche e autopercezioni degli stati membri possono influire molto: in Polonia, che si considera a rischio vista la vicinanza alla Russia, la difesa è ben presente nella dialettica politica; in Finlandia, Paese con un contesto simile, la sicurezza geopolitica e l’adesione alla Nato sono stati temi centrali del dibattito politico negli ultimi anni, dominando anche le ultime, recenti elezioni. La Germania, con la fine della Ostpolitik causata dall’invasione russa, ha riscoperto il tema, stanziando fondi dedicati e riportando all’attenzione dell’elettorato una questione su cui ha dominato a lungo un certo imbarazzo. In Italia, la difesa è un tema affrontato a livello governativo-ministeriale, tanto internamente quanto a livello europeo, ma fatica a imporsi come argomento di discussione nell’opinione pubblica. Quando lo fa, viene sempre declinato in maniera negativa, e non figura tra gli argomenti che fanno scegliere agli elettori a quale forza politica dare il loro sostegno. 

Negli ultimi anni, le spese militari in area europea sono aumentate considerevolmente: nel 2023, i paesi europei membri dell’alleanza atlantica hanno speso complessivamente trecentoventi miliardi, e per il 2024 se ne prevedono trecentottanta. La media, dunque, si attesterebbe al due per cento del Pil. Tra i Paesi UE, la spesa complessiva nel 2023 è stato di duecentosettanta miliardi di euro, in aumento rispetto al passato con però profonde differenze. I Paesi che per ragioni geografiche si sentono più a rischio hanno speso di più: nel 2022, Polonia e Lituania sono arrivate al 2,2 per cento e al 2,5 per cento del Pil, mentre la Grecia ha speso più di tutti arrivando al 3,9 per cento. L’Italia si assestava sulla media (1,5 per cento), mentre Austria e Irlanda (membri UE ma non membri Nato) avevano i record minimi, rispettivamente con lo 0,8 per cento e lo 0,2 per cento.

Per quanto vergognosa nel venir meno agli obblighi Nato (e a quelli di ogni alleanza difensiva, che come tale presuppone il supporto ai partner attaccati), la linea di Trump di disimpegno americano da questioni globali non è certo nuova, e potrebbe fungere da stimolo per l’UE, con un effetto boomerang sul ruolo degli Stati Uniti. Come ha affermato il senatore americano del partito democratico Chris Van Hollen, «chiunque creda nella necessità di una leadership americana e voglia affrontare i paesi autoritari di tutto il mondo dovrebbe essere spaventato a morte dal fatto che Trump dice, se fosse rieletto presidente, lascerebbe i nostri alleati della Nato nelle mani di Putin». Un altro potenziale segnale di perdita di leadership di cui parla Van Hollen, del resto, è evidente dal fatto che da mesi Trump impedisce agli Stati Uniti di sbloccare un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina, mentre l’UE ha recentemente varato un nuovo pacchetto da cinquanta miliardi. 

Se negli ultimi anni le spese militari europee sono aumentate a cause dell’accresciuta ostilità della Russia, uno scenario in cui gli Stati Uniti rinunciassero al loro ruolo internazionale e allentassero i rapporti con l’Europa potrebbe mettere sicuramente quest’ultima più in pericolo, ma al tempo stesso aprirebbe spazi per una maggiore autonomia geopolitica e un’accelerazione in materia di difesa dettata dalla necessità. 

Secondo l’ultimo Eurobarometro, il sessantanove per cento degli europei condivide il sostegno fornito all’Ucraina contro l’espansionismo russo, mentre una rilevazione dell’estate del 2023 dell’European Council of Foreign Relations ha rivelato come, dal 2021 al 2023, il numero di europei che vede la Russia come un soggetto ostile è passato dal diciotto per cento al cinquantacinque per cento. 

Tanto per necessità contingente quanto per una mutata sensibilità, dunque, la fase attuale può essere decisiva per porre nuovamente il tema di una difesa comune europea. A Bruxelles, molti gruppi parlamentari sono formalmente a favore dell’ipotesi, soprattutto S&D (socialdemocratici) e Renew (liberali), a cui si aggiungono larghi settori del Partito popolare europeo. I conservatori europei di Ecr, il gruppo di destra in cui siedono, ad esempio, Fratelli d’Italia e il PiS polacco, e che i sondaggi mostrano in ascesa, si è nel tempo compattato su posizioni atlantiste e sfavorevoli alla Russia. 

Tuttavia, per una difesa comune servirà, prima di tutto, una cessione ulteriore di sovranità nazionale degli Stati membri a Bruxelles, un meccanismo di spesa più centralizzato, un’integrazione maggiore dei comandi militari e una più accentuata condivisione delle tecnologie e degli investimenti, il che vuol dire anche un certo coordinamento in materia di politica industriale. Qualcosa che non tutti i Paesi membri sono disposti a concedere, e che su cui un Parlamento Europeo più sovranista di prima potrebbe non voler discutere. Anche i bond comuni per la difesa, di cui parla da tempo, presuppongono una condivisione del debito che per molti stati membri è ancora tabù. 

Il rischio, dunque, è di non riuscire a sfruttare un momento favorevole per progredire su un percorso d’unione che, nel lungo termine, è ineliminabile. La domanda, dunque, non è tanto quanto gli Stati Uniti di Trump sarebbero eventualmente disposti a difendere l’Europa, ma quanto l’Unione europea è davvero intenzionata a difendere sé stessa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club