L’eredità di AltieroIl quarantesimo anniversario del Progetto Spinelli

Il prossimo Parlamento europeo, fondandosi sui risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa, debba adottare il metodo scelto dall’assemblea il 14 febbraio 1984 affinché l’Unione sia in grado di prendere in mano il suo destino

LaPresse

Il 14 febbraio 1984, dopo due anni di lavoro in commissione e in aula, il primo Parlamento europeo eletto, approvò a larga maggioranza (duecentotrentassette si, trentuno no e quaranta tre astensioni) il “Progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea” concludendo così con un successo – per taluni inaspettato – l’iniziativa lanciata da nove parlamentari europei che avevano risposto a una lettera-appello del leader federalista Altiero Spinelli e che provenivano da tutti i gruppi politici dell’assemblea. Contrariamene a una opinione largamente diffusa, il progetto del  Parlamento europeo non  si limitava a porre la questione della riforma del sistema istituzionale introdotto nel 1957 con il Trattato di Roma per la creazione del Mercato Comune Europeo ma affrontava l’insieme dei problemi  di una Comunità fondata sull’idea   dimostratasi errata che gradualmente l’integrazione sarebbe passata dalla dimensione del mercato a quella economica e politica sfruttando la volontà affermata dai governi a Roma di creare «una unione sempre più stretta».

Così non era stato perché  era fallito nel 1954 il progetto di una comunità europea di difesa, era frantumato agli inizi degli anni Settanta l’obiettivo di una unione economica e monetaria dotata di un’unica valuta, le Comunità erano assenti e silenti su tutti gli scenari internazionali in un mondo ancora diviso dalla cortina di ferro ma che mostrava già delle vistose crepe all’Est, il bilancio delle Comunità non era in grado di rispondere alle crescenti disuguaglianze interne nonostante la nascita di una modesta politica regionale, alle sfide della competitività mondiale il sistema industriale europeo era incapace di reagire con efficacia anche attraverso una politica comune della ricerca e delle nuove tecnologie che iniziavano a prestare attenzione all’ambiente, era apparso in modo sempre più drammatico il problema della fame nel mondo.

Il sistema europeo, che nella logica iniziale di Jean Monnet avrebbe dovuto fondarsi sul ruolo centrale della amministrazione comunitaria, si era progressivamente e inefficacemente suddiviso in strutture comunitarie, para-comunitarie e intergovernative e non era in grado di decidere sul proprio destino anche a causa del ruolo marginale del Parlamento europeo e della progressiva marginalizzazione della Commissione europea dopo la fase “eroica” della presidenza Hallstein.

Secondo il Parlamento europeo, che aveva deciso di svolgere un ruolo di leadership nonostante il Trattato ma forte del mandato popolare, le sfide degli anni ’80 – che non potevano essere affrontate con efficacia né dal sistema comunitario, né dall’Europa à la carte né dall’Europa della cooperazione intergovernativa né dall’Europa del direttivo franco-tedesco e in definitiva da un sistema sostanzialmente confederale – riguardavano la necessità di una politica economica europea per sviluppare una vera unione monetaria, una politica della società (la Gesellschaftpolitik di Willy Brandt), una politica Nord-Sud, la politica estera e in particolare le relazioni con gli Stati Uniti e la Nato, le prospettive di allargamento delle Comunità verso il Nord e il Sud del continente nella prospettiva che un domani si potessero aprire le frontiere verso l’Europa centrale e last but not least una politica fiscale europea per finanziare politiche comuni rompendo l’ostruzionismo e l’incapacità di decidere del Consiglio.

Per realizzare tutto ciò – e chi ci legge può facilmente comparare la situazione degli anni ’80 con l’Europa del ventunesimo secolo – l’idea della maggioranza dei parlamentari europei nella prima legislatura era che fosse necessario andare al di là dei trattati ma che sarebbe stata una pericolosa illusione affidarsi a un “gradualismo costituzionale” chiedendo ai governi di modificare – inevitabilmente con un accordo unanime e con l’unanimità delle ratifiche nazionali – questo o quell’articolo dei Trattati di Roma.

In effetti, all’inizio dell’avventura costituzionale del primo Parlamento europeo si erano contrapposte nei gruppi politici come si stanno contrapponendo oggi fra le forze politiche europee e fra gli europeisti tre posizioni diverse:

  • l’idea conservatrice secondo cui si potevano ancora sfruttare tutte le potenzialità dei trattati esistenti e che il problema di fondo fosse quello della volontà politica (o meglio, della sua mancanza) grazie alla quale sarebbe stato possibile recuperare il dinamismo insito nel metodo comunitario
  • l’idea, apparentemente pragmatica, secondo cui sarebbe stato possibile introdurre delle modifiche ai trattati esistenti per ampliare le limitate competenze attribuite alle Comunità economiche europee, applicare laddove fosse necessario il principio del voto a maggioranza nel Consiglio superando allora il compromesso di Lussemburgo od oggi l’inefficace clausola della passerella , rafforzare la cooperazione intergovernativa nelle relazioni internazionali e riconoscere al Parlamento europeo eletto dei poteri legislativi e di bilancio insieme al Consiglio accettando comunque il principio secondo cui i governi sarebbero rimasti i  “padroni dei trattati
  • l’idea, che è poi prevalsa nella commissione affari istituzionali e poi in aula, che l’unica strada pragmatica per consentire alle Comunità di determinare il loro destino fosse quello di elaborare un nuovo trattato per ridefinire gli obiettivi dell’integrazione europea nel quadro di una riforma fondata sulla ricerca dell’efficacia nel rispetto della democrazia.

Il testo finale del progetto del Parlamento europeo, redatto e approvato prima il 14 settembre 1983 sotto forma di un rapporto politico e poi il 14 febbraio 1984 sotto  forma di un “progetto di trattato che istituisce l’Unione europea” a cui contribuì il lavoro di quattro autorevoli giuristi  (Capotorti, Hilf, Jacqué e Jacobs) – fu il frutto di un compromesso democratico fra il popolarismo cristiano, l’internazionalismo socialista (e comunista italiano), il cosmopolitismo liberale (e il radicalismo italiano) ma anche il pragmatismo europeista dei conservatori britannici.

Lasciando alla lettura del progetto del 1984 la curiosità politica, giuridica e culturale la scoperta della attualità dell’iniziativa del primo Parlamento eletto nel quadro del dibattito odierno sul futuro dell’Europa, vogliamo attirare l’attenzione delle lettrici e dei lettori su due decisioni di metodo adottate quel 14 febbraio che consentirono di raggiungere un’ampia maggioranza in aula:

  • il trattato sarebbe stato un “progetto” da sottoporre all’esame dei parlamenti nazionali e, sulla base delle loro osservazioni, il Parlamento eletto nel 1984 avrebbe discusso, elaborato e adottato un testo definitivo da sottoporre alle ratifiche nazionali evitando l’ostacolo di una conferenza intergovernativa
  • se fosse stata raggiunto l’accordo di una maggioranza degli Stati membri di cui la popolazione avesse rappresentato i due terzi della popolazione globale delle Comunità europee, il trattato non sarebbe entrato subito in vigore ma i governi degli Stati che lo avevano ratificato si sarebbero riuniti immediatamente per decidere sulle procedure e sulla data della sua entrata in vigore ma anche sulle relazioni con gli Stati che non avessero dato il loro accordo.

Noi siamo convinti che il prossimo Parlamento europeo, fondandosi sui risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa, debba adottare il metodo scelto dall’assemblea il 14 febbraio 1984 affinché l’Unione sia in grado di prendere in mano il suo destino.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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