La fuga da RafahL’Egitto si prepara ad accogliere i rifugiati palestinesi dalla Striscia di Gaza

Il regime ha militarizzato la frontiera in vista della fuga di civili da Rafah, ma in un’area del Sinai orientale sono in corso dei lavori per la costruzione di cinque complessi, affidati al gruppo Al Arjani che ha ottenuto un contratto governativo della durata di un anno e mezzo. Foto satellitari confermano le indiscrezioni

LaPresse

Le truppe israeliane entreranno a Rafah, a prescindere da un eventuale accordo con Hamas sul rilascio degli ostaggi. A dirlo è stato il premier Benjamin Netanyahu nella conferenza stampa di sabato sera, gelando le pressioni internazionali affinché ciò non avvenga. Benny Gantz, membro del governo d’emergenza e leader più quotato a sconfiggere Netanyahu alle prossime elezioni, ha detto che l’operazione sarà lanciata se gli ostaggi non saranno liberati entro il 10 marzo, data di inizio del Ramadan. Il timore è che l’offensiva nella parte meridionale della Striscia di Gaza al confine con l’Egitto spinga i palestinesi a varcare la frontiera per cercare rifugio nel Sinai, aggiungendo alla crisi umanitaria una pericolosa crisi politica. La zona di Rafah è l’ultimo bastione di Hamas a Gaza, l’area in cui si nasconde il leader locale dell’organizzazione terroristica Yahya Sinwar, e dove sono prigionieri i sopravvissuti tra gli ultimi centotrenta ostaggi.

Dall’inizio dell’operazione israeliana, iniziata nella parte settentrionale di Gaza e proseguita nella zona centrale, sono fuggiti verso a Rafah più di un milione di palestinesi. Fino a cinque mesi fa nella città abitavano duecentottantamila persone, adesso circa 1,4 milioni, ammassate in un’area di circa sessantatré chilometri quadrati. Gli sfollati hanno riempito ogni struttura disponibile, gli altri hanno trovato rifugio nelle tendopoli. Netanyahu ha assicurato che l’esercito sta organizzando un piano di evacuazione per far fuggire i civili lungo la costa di Gaza, ma di fronte a una tale quantità di persone le sue affermazioni risultano poco convincenti.

La via di fuga più naturale è l’Egitto, un’opzione che per i palestinesi e il mondo arabo rievoca la sconfitta subita nella guerra d’indipendenza di Israele nel 1948 e il conseguente esodo di una parte dei palestinesi nei Paesi vicini. La “nakba”, ovvero la “catastrofe”, esito della disfatta nella prima guerra arabo-israeliana per l’annientamento del neonato Stato ebraico. La preoccupazione del governo di Abdel Fattah al-Sisi è che i palestinesi in fuga varchino la frontiera e, soprattutto, che Israele non gli permetta di poter rientrare a Gaza dopo la guerra. Nelle ultime due settimane il Cairo ha militarizzato ulteriormente la frontiera, inviando truppe aggiuntive, carri armati, scavando un fossato e innalzando nuovi muri di cemento armato. Se i palestinesi cercassero di oltrepassare le barriere con la forza, l’esercito egiziano si troverebbe di fronte alla scelta di respingere con la violenza civili disarmati in fuga dall’esercito israeliano, o aprire le porte, e accettare una crisi di rifugiati nella precaria penisola del Sinai.

L’Egitto di al-Sisi ha un rapporto di coesistenza relativamente pacifica con Hamas, ma un conto è gestire la relazione di confine, un altro è trovarsi nel proprio territorio centinaia di migliaia di palestinesi feriti e amareggiati comandati da un’organizzazione nata come costola della Fratellanza musulmana, nemica giurata del regime militare di al-Sisi. Come sottolinea il New York Times, il Cairo teme che i profughi inizino a lanciare attacchi contro Israele dal territorio egiziano, o che vengano reclutati dall’insurrezione jihadista nel Sinai che l’Egitto combatte da anni.

Tuttavia, sembra che gli egiziani si stiano preparando per accogliere palestinesi. In un’area al confine Gaza sono in corso lavori per la costruzione di cinque complessi affidati al gruppo Al Arjani, che ha ottenuto un contratto governativo della durata di un anno e mezzo. Secondo funzionari egiziani ascoltati dal Wall Street Journal, in quest’area di tredici chilometri quadrati potrebbero trovare rifugio più di centomila persone. Dalle foto satellitari sembra sia in costruzione anche un muro per isolare la zona. Dopo le prime smentite, sabato 17 febbraio queste indiscrezioni sono state in parte confermate dal ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry. «Non è intenzione del Cairo fornire aree o strutture sicure, ma dovesse accadere ce ne occuperemo con l’umanità necessaria», ha detto Shoukry, sottolineando che lo spostamento forzato di palestinesi sarebbe inaccettabile, e che il Cairo considera l’offensiva a Rafah come una linea rossa.

Altri chiarimenti sono arrivati dal governatore del Sinai settentrionale, Mohamed Abdel-Fadil Shousha, che ha spiegato che il governo egiziano sta costruendo un grande centro logistico alle porte di Rafah per ricevere e gestire gli aiuti umanitari di cui la Striscia di Gaza avrà bisogno. «L’hub sarà dotato di aree di attesa per camion, magazzini sicuri, uffici amministrativi e alloggi per i conducenti», ha detto Shousha al quotidiano egiziano Al-Ahram. «Le nuove strutture faciliteranno il lavoro del personale della Mezzaluna Rossa egiziana nella fornitura e nel trasferimento di aiuti». Qualsiasi cosa accada nelle prossime settimane, l’Egitto si sta preparando alla fase successiva alla guerra, quando dovrebbe iniziare una lunga e faticosa opera di ricostruzione di Gaza finanziata dai Paesi arabi e occidentali.

La settimana scorsa i ministri degli Esteri di Egitto, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita si sono incontrati a Riad per discutere la ricostruzione di Gaza, di come aiutare l’Autorità nazionale palestinese (Anp) a governarla, e dei passi necessari per ufficializzare e intensificare le relazioni con Israele. Secondo il Washington Post anche gli Stati Uniti stanno partecipando alla stesura di questo piano. Tutto questo a condizione che l’esercito israeliano si ritiri da Gaza e che venga avviato un percorso chiaro e irreversibile verso l’istituzione di uno Stato palestinese, una prospettiva che si scontra con la totale opposizione del governo Netanyahu. Stavolta però i principali Paesi arabi stanno offrendo allo Stato ebraico una partnership molto più stretta con cui contrastare l’influenza dell’Iran, una prospettiva che gli israeliani – a partire dallo stesso Netanyahu – cercano da tempo, e che ha il pieno sostegno della Casa Bianca. Dopo la guerra Israele si troverà di fronte a un bivio.

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