Europa futuraMario Draghi e il ruolo strategico nel nuovo corso dell’Ue

L’ex presidente del Consiglio ha delineato le riforme necessarie per far ripartire l’Unione europea. Le sue proposte di ampio respiro sono necessarie in una campagna elettorale così anemica e nazionalista. Ma a causa della sua indipendenza politica potrebbe essere escluso dalle cariche più importanti

LaPresse

I meccanismi decisionali per definire le cariche di vertice dell’Unione Europea sono complessi e molto dipenderà dall’esito delle elezioni di giugno e dai rapporti di forza tra popolari, socialisti, liberali e conservatori (i sovranisti, isolati, non conteranno). Ma, per la prima volta nella storia dell’Unione, si dovrà fare i conti con un problema non piccolo: quale collocazione, quale incarico assegnare all’unico grande leader europeo che, purtroppo in perfetta solitudine, sta delineando le nuove linee di azione di un Europa in attacco, non più, al solito, traccheggiante: Mario Draghi. Nel suo discorso all’Ecofin e nel suo incontro con i presidenti di commissione del Parlamento Europeo, l’ex presidente del Consiglio ha delineato una strategia alta di azione, che peraltro implica profonde riforme istituzionali dell’Unione stessa.

L’impostazione di fondo è esplicita: «L’Europa deve agire come Stato», non più quindi in ordine sparso come sinora. Ma invece di avventurarsi su questa strada attraverso riforme costituzionali, come si tentò di fare, fallendo, col tentativo di Costituzione Europea nel 2003-2005, di fatto Mario Draghi sostiene che l’Europa deve agire come Stato pragmaticamente, lavorando creativamente sul debito comune per immensi investimenti. Ancora una volta, ma oggi su scala europea, Mario Draghi indica la via del «debito buono che dà risorse alla società in modo che questa riesca a fare riforme tali da diventare autonoma e a iniziare a volare con le proprie ali». Debito buono europeo che deve essere impiegato in investimenti che devono essere, secondo l’ex governatore della Banca centrale europea, dell’ordine di cinquecento miliardi all’anno per la transizione verde e digitale a cui vanno aggiunte centinaia di miliardi per la Difesa e la produttività. 

Una cifra enorme, nell’ordine del migliaio di miliardi l’anno, come si è visto, ma che viene data come obiettivo perché per definirla e raccoglierla e poi impiegarla devono maturare grandi cambiamenti non solo nella strategia, ma anche nel modo di funzionare della Ue. Si pensi che il Next Generation Eu post Covid è ammontato a settecentocinquanta miliardi una tantum e che fortissime sono le resistenze tedesche, non solo dei liberali del Fdp, per riproporre il meccanismo di un finanziamento comune di un nuovo fondo. Accumulare migliaia di miliardi, in un mix di pubblico e privato, da investire comporta di per sé una riforma strutturale della ragion d’essere stessa della Ue, di enorme portata. Comporta vincere resistenze e miopie nazionali, e non solo dell’ordoliberalismo tedesco e del mito della parità di bilancio.

Ma l’analisi-sfida di Draghi è netta: «Il divario tra Europa e Stati Uniti – che hanno fatto investimenti a debito per ben più di mille e novecento miliardi di dollari – è ovunque: produttività, crescita del Pil, Pil pro capite, eccetera. Perché? Vanno considerate tre serie di fatti: l’ordine economico globale in cui l’Europa ha prosperato è scosso, perché era imperniato sull’energia russa, sulle esportazioni cinesi e sulla difesa garantita dagli Stati Uniti e questi tre pilastri sono meno solidi di prima. Inoltre, la velocità nell’ intraprendere la transizione verde sta imponendo un senso di urgenza nel cambiare le nostre catene di approvvigionamento in un contesto in cui gioca la velocità di cambiamento imposta dall’intelligenza artificiale».

Per finanziare queste sfide Mario Draghi sa bene che non basteranno le risorse di bilancio dei singoli Stati o quelle comunitarie e quindi propone che l’Unione si impegni a «mobilitare il risparmio privato, convogliandolo verso investimenti produttivi», mentre a livello della Ue propone di pensare «a un fondo dedicato, a un prestito, o a – questa la novità – a partenariati pubblici e privati con un ruolo della Banca Europea degli Investimenti». Il tutto, con un senso di urgenza: «Mi hanno chiesto al termine di Ecofin quale sia l’ordine delle riforme necessarie per l’Ue, quale sia l’ordine non lo so, ma per favore, è il momento di fare qualcosa, decidete voi cosa ma per favore, si faccia qualcosa, non si può passare tutto il tempo a dire no».

In una campagna elettorale europea dominata dal nebuloso piccolo cabotaggio delle questioni nazionali e partitiche, queste proposte di Mario Draghi sono dunque le uniche di respiro largo e strategico, al di là della contingenza, con il di più di un accento marcato sul tema degli investimenti in una Difesa europea, quindi in una maggiore unificazione politica.

Ma come concretizzarle? Per un apparente paradosso, il principale ostacolo ad assegnargli un ruolo determinante nella prossima struttura di vertice dell’Ue, la presidenza del Consiglio Europeo che oggi sarebbe una garanzia per il rilancio strategico dell’Unione che lui delinea, è la sua assoluta apartiticità, la sua totale indipendenza, che è parte fondamentale della sua forza e della sua lucidità politica. Tradizionalmente, popolari e socialisti, i due gruppi più forti nell’Europarlamento, si scambiano il ruolo di presidente della Commissione Europea e del Consiglio Europeo ed è ben difficile in questo ambito prevedere rinunce e gesti di generosità. Se così sarà, come è possibile, l’Europa avrà perso ancora una volta la sua grande occasione.

 

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