Il re e ioCon Giorgio Napolitano gli esami non finivano mai

In "Palla al centro" (Piemme), Matteo Renzi racconta la prima telefonata del Presidente per testarlo come potenziale premier e la domanda a trabocchetto per annunciare con eleganza le future dimissioni

LaPresse

Un sabato pomeriggio di febbraio ho ricevuto una telefonata nella casa di Pontassieve dove allora abitavo con la mia famiglia. Ero impegnato in un cruciale torneo Fifa a tre alla Play Station. Stavo peraltro perdendo abbastanza male sia con Francesco sia con Emanuele. Quando vedo squillare il telefonino e lampeggiare il numero del Quirinale mi aggrappo all’iPhone. Prima ancora di chiedermi che cosa vorrà il presidente penso che la chiamata sia provvidenziale per interrompere il torneo con dignità. Ho sempre sospettato che i miei figli considerassero una scusa quella telefonata, ma in realtà Giorgio Napolitano non aveva nulla da chiedermi se non invitarmi a cena per il lunedì successivo. Era la prima volta che succedeva. Qualcosa di nuovo bolliva in pentola.

Ho capito dopo che quella cena era un esame. Uno dei tanti fatti con il presidente Napolitano. Perché anche quando ero premier, il presidente era uno che ti costringeva a studiare, a stare sul pezzo, a non rispondere in modo superficiale. Difficilmente mi preoccupo prima di incontrare chicchessia. Ho un carattere deciso e, come forse si è notato, sono tendenzialmente ben consapevole della forza delle mie idee. Con Napolitano, invece, era sempre un esame, specie all’inizio, nei primi mesi del governo: come quella cena che poi ho capito essere stata decisiva per attribuirmi la responsabilità di formare l’esecutivo. O come quando – ero già premier – mi chiese se ricordassi quale fosse l’atto presidenziale sottratto alla controfirma del presidente del Consiglio. Questa non la sapevo, ma non ero a scuola dove puoi giustificarti, nei divanetti del Quirinale ti conviene arrenderti. «Non lo so, presidente». E lui soddisfatto mi guarda e mi dice: «Le mie dimissioni. Quando ti dimetterai tu, il presidente della Repubblica sarà chiamato alla controfirma. Ma le dimissioni del presidente della Repubblica non richiedono la controfirma del presidente del Consiglio, sappilo». Il messaggio era chiaro. «Caro Matteo, non insistere cercando di prolungare la mia permanenza, qui. Ormai ho deciso di andarmene».

Effettivamente volevo che Napolitano arrivasse a inaugurare l’Expo nel maggio 2015. Ma dopo il dolore che aveva provato nel prepararsi all’interrogatorio dei Pm di Palermo nell’ambito della cosiddetta «Trattativa», un processo finito ovviamente nel nulla, come molte iniziative dei professionisti dell’antimafia, Giorgio aveva deciso di dimettersi. Me lo disse subito dopo l’interrogatorio. Era ancora l’autunno del 2014. «Ti lascio finire il semestre di presidenza europeo perché devi portare a casa la flessibilità per il Paese», mi disse «ma quando scade il semestre io me ne vado».

Un brivido mi passò lungo la schiena. Avevo il problema di terminare il percorso delle riforme e Berlusconi sembrava convinto ad andare avanti. Ma sapevo che sull’elezione del nuovo presidente con Forza Italia non sarebbe stato facile trovare un punto di equilibrio, perché dentro l’allora inner circle di Berlusconi e nel mondo dalemiano del Pd in tanti aspettavano l’elezione del capo dello Stato – che si preannunciava difficilissima dopo il suicidio politico di Bersani con i 101 – per regolare i conti con me e far saltare anche il Nazareno. Volevo fare di tutto per convincere Napolitano a rinviare le dimissioni a maggio: in quel caso avrei chiuso la riforma elettorale e il passaggio decisivo della riforma costituzionale con l’appoggio anche di Forza Italia.

Napolitano fu irremovibile. Aveva deciso. Ed effettivamente si dimise qualche ora dopo il mio discorso a Strasburgo e dopo che Jean-Claude Juncker aveva annunciato la flessibilità per 30 miliardi di euro, operazione che salvò il bilancio italiano e del quale molti fingono di non ricordarsi.

Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.
©️ 2024 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Da “Palla al centro La politica al tempo delle influencer”, di Matteo Renzi, Piemme, 160 pagine, 16,90 euro

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