Momento Di MaioL’attacco di Meloni a Mattarella e la pericolosa deriva ungherese

Le parole della premier al Tg2 contro il Capo dello Stato rivelano che alla base del conflitto c’è la riforma costituzionale del premierato. Sarebbe il caso che qualcuno cominciasse a riflettere sulle conseguenze a lungo termine di un sistema politico e di un dibattito pubblico dominato dalla logica del bipopulismo

Lapresse

Le parole con cui ieri sera, ospite di Tg2 post, Giorgia Meloni ha scelto di contrapporsi frontalmente al presidente della Repubblica («Penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra») segnano l’apertura di un conflitto istituzionale tra Palazzo Chigi e Quirinale che ha pochi precedenti, forse solo uno: la richiesta di impeachment contro lo stesso Mattarella, avanzata in piazza dal Movimento 5 stelle nel 2018. Difficilmente però finirà come allora, e cioè con Luigi Di Maio che meno di ventiquattro ore dopo, ospite di Fabio Fazio, si rimangia tutto e arriva persino a definire Mattarella «l’angelo custode» del governo. È uno dei tanti precedenti di cui a sinistra, presi dall’entusiasmo per la vittoria in Sardegna e le alleanze future, si è persa la memoria. Ma è un precedente su cui dovrebbero riflettere anche i numerosi sostenitori dell’evoluzione draghiana e riformista di Meloni. L’Ungheria – che nel frattempo, tramite il suo ministro degli Esteri, torna a farsi sentire sul caso Salis – non è mai stata così vicina.

È evidente, peraltro, che lo scontro va ben oltre la questione delle manganellate. Ma è significativo che la presidente del Consiglio abbia scelto proprio un tema così scabroso – e simbolico, considerando la sua storia – per attaccare Mattarella. Ancora più significativo è che abbia deciso di farlo in prima persona, dopo averlo già fatto sabato, attraverso una nota del suo partito, quella in cui arrivava ad accusare la sinistra di fomentare i disordini in piazza. Un altro passo verso l’Ungheria che non aveva ricevuto fin qui l’attenzione che avrebbe meritato.

È ovvio – e questo è forse l’aspetto più inquietante di tutti – che alla base del conflitto c’è la riforma costituzionale del premierato, che perde ormai ogni possibile camuffamento (a proposito, qualcuno avverta gli infaticabili super-riformisti del premierato bipartisan) e si presenta chiaramente per quello che è: il tentativo di umiliare ed emarginare del tutto l’ultima autorità di garanzia rimasta (il Quirinale) per sancire definitivamente il modello plebiscitario del capo del governo eletto direttamente del popolo con maggioranza parlamentare precostituita (vedi il passaggio delle riforma sul premio di maggioranza nella legge elettorale) e dunque, in pratica, senza più contrappesi. Tu chiamali, se vuoi, pieni poteri.

Da questo punto di vista, più che di momento Di Maio, dovremmo forse parlare del Papeete di Meloni. Sia come sia, sarebbe il caso che qualcuno cominciasse a riflettere sulle conseguenze a lungo termine di un sistema politico e di un dibattito pubblico dominato dalla logica del bipopulismo, prima che sia troppo tardi.

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