Fuori stradaMeloni e Schlein fanno pace fra loro, ma non un passo verso la pace in Medio Oriente

La mozione che impegna il governo a sostenere il cessate il fuoco a Gaza è frutto di un equivoco: quella di Israele è una guerra o rappresaglia? Perché in caso di guerra sarebbe quantomeno strano interromperla prima della resa del nemico

LaPresse

L’accordo fra maggioranza e Partito democratico ha portato ieri all’approvazione di un ordine del giorno Schlein in cui si impegna il governo «a sostenere ogni iniziativa volta a chiedere un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza, in linea con le richieste avanzate dalle Nazioni Unite, al fine di perseguire la liberazione incondizionata degli ostaggi israeliani e di tutelare l’incolumità della popolazione civile di Gaza, garantendo altresì la fornitura di aiuti umanitari continui, rapidi, sicuri e senza restrizioni all’interno della Striscia».

Tutto ciò è stato salutato con soddisfazione dalla quasi totalità dei commentatori italiani, che richiamano le analoghe pressioni che a Israele arrivano dai principali governi occidentali.

Comprendo le ragioni dei vari governi: c’è il rischio di precludere la strada a una pace finalmente blindata dai Paesi arabi alleati degli Stati Uniti, c’è il rischio di una nuova stagione di attentati islamisti in Europa, e poi, naturalmente, ci sono le ragioni umanitarie che vengono opposte al rischio di un massacro di donne, bambini e anziani oggi rifugiati nei pressi dell’ultimo rifugio dei capi di Hamas. In ultimo, l’insofferenza verso il governo estremista con tentazioni fasciste guidato da Benjamin Netanyahu.

Ma c’è un equivoco che nessun governo pare voler risolvere: quella di Israele è soltanto una rappresaglia per l’atroce pogrom del 7 ottobre oppure è una guerra per liquidare definitivamente il rischio di attentati all’esistenza stessa di Israele? Nel primo caso la richiesta del cessate il fuoco sembra ragionevole, come quella di non fare più vittime civili. Ma se è in corso una guerra, scatenata da un attacco militare di brutalità senza precedenti, quale governo sarebbe disposto a interromperla prima della resa del nemico quando la vittoria è a portata di mano?

Se è guerra, e guerra difensiva, ci sono le ragioni umanitarie da far valere, certo, ma soltanto quelle, e in una misura proporzionata alla necessità di concludere le operazioni militari al più presto e col minimo prezzo per chi difende il proprio diritto all’esistenza e alla sicurezza.

Elly Schlein ha di nuovo perorato, come fanno quasi tutti, la causa dei “due popoli due Stati”. Vedremo se sarà in futuro possibile e se davvero è una soluzione migliore di una federazione (o confederazione) che forse ridurrebbe il rischio dell’estremismo nazionalista da entrambe le parti. Ci sarà tempo per valutare le alternative, quando Hamas sarà stato eliminato dalla scena e Israele eleggerà un governo coerente con i suoi valori fondativi.

Ma oggi Schlein dimentica, quando richiama i tentativi di pace del passato e chiede il riconoscimento immediato dello Stato palestinese, che quegli accordi fallirono alla vigilia della loro sottoscrizione perché i rappresentanti del popolo palestinese non volevano due Stati, ma uno solo: il loro.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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