Il mondo è sempre più frammentato e le relazioni tra paesi stanno mutando profondamente. Decisioni economiche e alleanze internazionali sono spesso condizionate da esigenze di sovranità nazionale e aspirazioni geopolitiche. Commercio e finanza, risorse alimentari, energetiche e minerarie, tecnologia, sono utilizzati dalle nazioni come “armi non convenzionali” per proteggere la propria sicurezza nazionale e perseguire le proprie aspirazioni geopolitiche. Per questo aumentano le misure per proteggere settori economici considerati strategici, crescono friend shoring e friend investing, si intensificano i controlli su investimenti e movimenti di capitali, emergono ostacoli a trasferimenti di tecnologia e innovazioni. Anche i flussi migratori sono utilizzati con frequenza come armi non convenzionali nell’ambito dei confronti internazionali. Il meccanismo è quello di contenere o stimolare i flussi verso altri paesi di migranti e rifugiati, che in tal mondo diventano un cinico strumento di pressione politica, un’arma di ricatto per ottenere contropartite economiche o politiche.
Il fenomeno non è nuovo. Il leader libico Gheddafi ha sfruttato per decenni le paure europee e ottenuto generosi accordi economici e concessioni politiche in cambio del controllo dei flussi migratori. Più di recente il leader tunisino Kais Saied ha sfruttato gli stessi timori per aumentare il proprio potere negoziale nei confronti di Ue e Imf e ottenere sostegno economico nonostante la deriva autoritaria. Il leader turco Recep Tayyip Erdoğan ha utilizzato rifugiati siriani, afghani e iracheni in transito in Turchia come arma di ricatto per ottenere denaro e concessioni dall’Ue, e talvolta addirittura come strumento di rappresaglia. Tra i vari casi degli ultimi anni spicca quello del febbraio 2020 quando il governo turco ha allentato i controlli della propria guardia costiera, dichiarato pubblicamente aperto il passaggio per l’Europa, e lasciato che i rifugiati siriani prendessero il mare verso le isole greche.
A fronte delle sanzioni economiche contro la Bielorussia ‒ decise dopo le elezioni presidenziali non riconosciute dalla comunità internazionale del 9 agosto 2020 e il dirottamento di un volo commerciale Atene-Vilnius per arrestare un oppositore al regime ‒ il dittatore di Minsk, Aljaksandr Lukašenka, ha cercato di mettere pressione all’Ue stimolando flussi di migranti e rifugiati. I servizi segreti e le guardie di frontiera bielorusse hanno spinto i rifugiati – in gran parte provenienti da Iraq e Maghreb ‒ verso i confini di Polonia e Lituania. Il Cremlino ha appoggiato tale strategia e ne ha adottata una analoga durante la guerra in Ucraina dato che sono emersi fondati sospetti che Mosca abbia facilitato flussi migratori verso l’Europa dai diversi paesi africani in cui operano i mercenari della Wagner. L’utilizzo dei rifugiati da parte di Russia e Bielorussia contro i paesi Ue è stata definita dal segretario generale della Nato una forma di guerra ibrida.
Può essere letta attraverso la lente geopolitica anche la migrazione di oltre un milione di cinesi in Africa in poco più di dieci anni. Si tratta di lavoratori che si trasferiscono nei paesi con cui Pechino stringe accordi di investimenti infrastrutturali e nei quali i cinesi spesso costruiscono intere città creando comunità chiuse. Oggi vi sono insediamenti rilevanti in Nigeria, Guinea Equatoriale, Gabon, Angola, Ciad, Sudan, Zambia, Zimbabwe e Mozambico. Pechino favorisce questi flussi nell’ambito di una strategia di colonizzazione economica e di allargamento di influenza politica.
Peraltro, l’instabilità della regione del Sahel è fonte di preoccupazione per l’Europa non solo per i rischi alle forniture di uranio, oro e altre materie prime, ma anche perché da qui possano partire flussi migratori difficili da governare. La regione è martoriata da tempo dall’attività terroristica di movimenti jihadisti e da una sequenza di colpi di stato. Tra 2020 e 2023 vi sono stati golpe in Guinea Conakry, Ciad, Niger, Gabon e ben due in Mali e Burkina Faso, in molti casi favoriti o sostenuti dalla Russia di Putin attraverso il gruppo mercenario Wagner che ha più volte minacciato l’uso dei migranti come arma di ricatto e di destabilizzazione nei confronti dell’Europa.
In un mondo sempre più frammentato in cui l’interesse nazionale condiziona decisioni economiche e alleanze internazionali, l’utilizzo geopolitico di migranti e rifugiati è un fenomeno in crescita e contribuisce ad aumentare le tensioni internazionali e la crisi della globalizzazione.
