La destra e il grano La protesta degli agricoltori contro il governo favorisce… il governo

La premier ha promesso nuovi finanziamenti per evitare i trattori sotto Palazzo Chigi, mentre il Partito democratico ha dato solo un fievole appoggio senza cercare di creare una frattura tra le anime della maggioranza

LaPresse

Con tempismo, la destra che pure è responsabile di misure da loro contestate, si è posta dalla parte degli agricoltori. La marcia su Roma che in questi giorni raggiungerà il culmine ha orecchie attente dalle parti del governo che subito si è messo a disposizione annunciando con Giorgia Meloni otto miliardi per il settore invece dei cinque già stanziati, non essendo peraltro chiaro dove li andrà a prendere, cioè a spese di quale altro comparto. Da Tokyo ieri la presidente del Consiglio ha fatto grandi aperture mentre Matteo Salvini, l’impavido eroe della battaglia sulle quote latte, è subito montato sul trattore, e se non fosse inverno sarebbe a torso nudo come Benito Mussolini quando mieteva il grano. 

Gli agricoltori hanno qualche ragione e diversi torti, a cominciare dalla durezza delle proteste, non in Italia, almeno per il momento, ma a Bruxelles si sono viste brutte scene. Odiano l’Europa malgrado – nota l’Ispi – «il bilancio comunitario (che costituisce poco più dell’un per cento del Pil europeo) è per circa un terzo destinato alla Politica agricola comune. Qual è il problema? Forse una ragione c’è: di tutti gli aiuti europei, più della metà finisce nelle tasche del dieci per cento degli imprenditori agricoli più ricchi. Mentre solo il sei per cento dei soldi viene distribuito al cinquanta degli agricoltori più poveri». 

Dunque potrebbe essere una protesta per la giustizia sociale nel settore. Ma ancora una volta, mentre la destra ha una linea, la sinistra e le altre opposizioni hanno balbettato: quando una questione è complessa, i già lenti riflessi della sinistra tendono a paralizzarsi del tutto. In fondo, all’ingrosso, la sinistra ritiene non senza ragione che si tratti di una categoria già privilegiata a cui l’Europa non lesina sostegni di contributi, e poi pesa una istintiva antipatia per una classe tradizionalmente animatrice di jacqueries reazionarie e storico bacino di voti della destra, i «moderni kulaki» (i contadini ricchi della Russia pre-Rivoluzione che Stalin sterminò) come ha scritto Massimo Giannini su Repubblica. Non è un caso se in Germania ci siano saltati su i nazisti e in Francia Eric Zemmour.

Ma d’altro canto porsi tout court contro il movimento non si può neppure, perché in esso vi sono i contadini e coltivatori più poveri effettivamente bisognosi di ulteriori finanziamenti; e poi perché in ogni caso non ci si mette mai contro una protesta così di massa che in teoria può essere volta contro il governo. E dunque ecco il fievole appoggio del Pd: «In questa fase così delicata in cui i cambiamenti climatici impongono di procedere nella transizione ecologica, è fondamentale l’intervento di Governi e Ue nel garantire misure di sostegno ai custodi della nostra salute e di quella del pianeta, cioè gli agricoltori, colpiti dal calo della produzione per gli eventi climatici, dal crollo del reddito, dai costi spropositati delle materie prime e dell’energia, dall’aumento del costo del denaro per fare investimenti indispensabili. Un intervento necessario anche per i consumatori: su di loro a catena si scarica infatti l’inflazione del settore agricolo e agroalimentare». 

La nota è di tre esponenti dem, Camilla Laureti, Stefano Vaccari e Silvio Franceschelli, parlamentari che si occupano di questi problemi. Ma appoggiare davvero una lotta è un’altra cosa. Non è che Elly Schlein e i giovani del gruppo dirigente siano andati a parlare, megafono in mano, con gli agricoltori mentre occupano strade e autostrade. Appunto, un appoggio fievole. Cioè un posizionamento invisibile. Che ricorda il  «non aderire, né sabotare» di una secolare e nefasta tradizione. 

Un po’ come nella vicenda dell’Ilva di Taranto, a proposito della quale si fa fatica a ricordare una ricetta della sinistra in grado di tenere insieme lavoro e salute, anche in questo caso i progressisti non sanno scegliere tra l’uovo oggi, sposando le ragioni del movimento, e la gallina di domani, cioè gli obiettivi di lungo periodo sul risanamento ambientale – perché il riscaldamento è la causa della crisi dell’agricoltura. Ne con l’Europa né contro l’Europa. Sono le contraddizioni della sinistra squadernate davanti ai trattori che marciano verso la Capitale. Nella complessità, il riformismo balbetta. Dice troppo o troppo poco, laddove gli altri mettono mani al portafoglio (pubblico) e via. 

Se così grossomodo stanno le cose la domanda viene facile: a chi gioverà la marcia dei trattori? Interrogato da “Formiche”, Francesco Cianfanelli di YouTrend ha detto che «numericamente non stiamo parlando di grandi cifre, anche se qualche punto lo può anche muovere. Sarà invece interessante capire quanto questa protesta possa essere portata avanti e avere un effetto traino su una parte degli astensionisti. È evidente che, sia in Europa che in Italia, in ogni caso sarebbero voti che confluirebbero nei partiti di area conservatrice». Molto dipenderà da come andrà a finire. Se il governo se la gioca bene, arrafferà voti; e se la protesta degli agricoltori non dovesse ottenere risposte è facile prevedere che alle elezioni europee questa parte del Paese andrà a ingrossare le fila dell’astensionismo, aggiungendo un tocco di antieuropeismo aggressivo al mare magnum della disaffezione verso la politica. O destra o astensione. Facile capire, per esclusione, chi non ne ricaverà nulla: la sinistra invisibile.