Tre moschettieri Pietro Russo è il terzo Master of Wine italiano

Primo enologo tra i Master of Wine italiani, Pietro Russo si colloca oggi assieme ai compagni di studio, Gabriele Gorelli e Andrea Lonardi. Il racconto di un percorso che ha richiesto collaborazione e cambiamento di prospettive

Pietro Russo

Siciliano, 38 anni, enologo. Pietro Russo è il terzo Master of Wine italiano e il suo nome si aggiunge oggi a quelli dei primi due connazionali ad aver guadagnato il prestigioso titolo, Gabriele Gorelli (ilcinese, proclamato nel 2021) e Andrea Lonardi (veronese, proclamato lo scorso anno). Un percorso durato quasi dieci anni, in cui l’amicizia tra i tre e la loro collaborazione nello studio si sono rivelate fondamentali.

Nato a Marsala nel 1985, Russo conosce il mondo del vino fin da bambino attraverso il nonno viticoltore e il padre ispettore agroalimentare. Si laurea in enologia e viticoltura a Conegliano Veneto (Treviso) per poi spostarsi prima ad Asti e poi a Montpellier e Bordeaux, dove conduce una tesi sui terroirs di Pomerol. Dopo alcune esperienze lavorative tra estero e Italia, nel 2010 torna in Sicilia e inizia la propria carriera di enologo da Donnafugata, una delle aziende più importanti e note realtà vitivinicole italiane e internazionali.

Oggi aggiunge al proprio approccio tecnico la prospettiva ad ampio raggio guadagnata attraverso gli anni di studio per diventare Master of Wine. A Linkiesta Gastronomika, Pietro Russo racconta com’è andato questo percorso e che cosa cambia oggi nel suo punto di vista di enologo, pensando anche alla propria terra di origine.

L’unione fa la forza
«Si è chiuso un percorso di sacrifici importanti, che senza il supporto della mia famiglia non sarebbe stato possibile. Ma è anche un percorso iniziato assieme ad altre due persone che finalmente è arrivato al proprio senso compiuto, quello di arrivare tutti insieme il traguardo. Il metodo che abbiamo adottato ci ha dato ragione e l’entusiasmo va anche in quella direzione. Devo tantissimo a queste due persone e non vedevo l’ora di poterglierlo dire».

Non nasconde la felicità Pietro Russo, nel commentare il traguardo appena raggiunto. Per lui il percorso da Master of Wine inizia nel 2014 quando prende parte alla residential masterclass nell’azienda Masi in Valpolicella, organizzata dall’Institute Masters of Wine e supportata dall’Istituto Grandi Marchi. Una volta superato il test d’ingresso, inizia il percorso dallo Stage 1. Nel 2015 il primo seminario a Rust, in Austria, e l’esame di giugno superato brillantemente gli aprono le porte dello Stage 2, la fase più difficile. Tre lunghi anni tra viaggi, bootcamp di studio e approfondimento di tutte le tematiche del mondo del vino. Nel 2019 supera con successo la prova pratica di degustazione e nell’ottobre 2022, dopo la sospensione a causa della pandemia, supera la prova teorica per accedere allo Stage 3: la stesura di un research paper finale.

A condividere questo percorso ci sono anche Gorelli e Lonardi. «Ci siamo conosciuti nel 2014 da Masi. Avevo sempre studiato da solo e senza troppe difficoltà, ma in questo caso abbiamo capito tutti e tre che avevamo bisogno di adottare un metodo diverso», racconta. Iniziano così a organizzare lo studio in maniera sistematica, condividendo viaggi, dividendo le spese e organizzando bootcamp in Italia. «Alle 5 di mattina ci vedevamo in video call per studiare la teoria e la pratica, senza giorni festivi». Disciplina monastica, ma con il vantaggio di aver trovato la giusta sinergia. «Ci siamo ritrovati in questa comunione di intenti, ma ci siamo ritrovati anche compatibili come persone, oltre che per le competenze che ci contraddistinguono».

L’importanza della tecnica
«Curiosamente la parte più difficile per me che sono un enologo è stata proprio la mia materia, quella tecnica, non tanto a livello di conoscenza, quanto per l’approccio richiesto dall’istituto nella preparazione all’esame. Lungo il percorso ho scoperto il mondo del business, mi sono immerso nello studio del marketing ed è stato anche più facile preparare l’esame, mentre la maggiore difficoltà è stata nell’adattare il sapere accademico che ho alle spalle in modo da renderlo efficace per la prova richiesta».

Proprio sulla tecnica, Pietro Russo ha scelto di concentrare il proprio research paper, intitolato “Comparative analysis of different tartaric stabilisation techniques, including the impact of new ingredient labelling rules, for Grillo and Nero d’Avola wines from Sicily”. «Quella della stabilizzazione tartarica è una tematica che mi sta a cuore perché è una piccola parte della produzione, ma ha un impatto determinante su risultato finale dei vini e a volte la si sottovaluta (ne avevamo accennato in questo articolo de Linkiesta Gastronomika, ndr). Ho voluto però interpretarla in una chiave più completa possibile, non solo enologica ma anche economica, approfondendo anche l’aspetto dell’etichettatura. I prodotti utilizzati nella stabilizzazione tartarica, secondo i nuovi criteri legislativi, dovranno essere menzionati in etichetta e ho indagato il modo in cui questo influirà sulle scelte delle aziende, di ogni tipologia».

E proprio in merito alla polarizzazione delle opinioni tra naturalità a tutti i costi e tecnica senza compromessi, dice: «Le professioni e le competenze nel mondo del vino devono essere difese, per restituire il giusto peso ai tecnici, non come manipolatori ma come interpreti della produzione di qualità e consapevole. Vorrei si rispettasse il sapere che c’è dietro il fare il vino».

Dalla cantina al mondo dei Master of Wine e ritorno a Marsala
Rispetto alla tecnica pura però, accade che il percorso di Master of Wine porti a conquistare prospettive nuove. «Quando assaggiavo da enologo, prima di intraprendere questo percorso, la degustazione era accurata e mirata principalmente al riconoscimento dei difetti, mentre per intraprendere la strada del Master of Wine c’è bisogno di approccio più olistico e più completo. Devi capire com’è fatto un vino a livello tecnico, ma devi anche decifrare il suo posizionamento commerciale, la sua qualità, il potenziale per il consumatore, non basta capirlo ma anche poterlo comunicare. Ho acquisito un approccio più strategico e meno tecnico al mondo della produzione».

E qualche insegnamento, al netto di questi anni di studio e di crescita, Pietro Russo lo porta a casa anche per la sua Sicilia. «Quando ti confronti con dei territori “key player” nel mondo, ti rendi conto delle potenzialità inespresse che hai sotto casa e in Sicilia ritrovo quotidianamente delle opportunità di sviluppo, crescita e consolidamento della filiera vino. Ci sono delle regioni che stanno crescendo molto, come ad esempio l’Etna, ed è giusto (ne avevamo parlato in questo articolo, ndr). Se dovessi pensare a una zona che merita un rilancio… Qui forse entra in gioco anche un po’ di campanilismo – sorride – è Marsala. Si tratta di un contesto viticolo particolare, con un prodotto che oggi è l’unico nel suo genere in Italia e che può permettersi di confrontarsi con i grandi vini fortificati del mondo. Ci vorrebbe una chiave di lettura moderna, più sensibile a quelle che sono le aspettative del mercato in termini di comunicazione».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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