Al succo, d’uva Manifesto per un vino libero e contemporaneo

I giovani preferiscono i cocktail e l’alimentazione è cambiata, per questo serve ripensare l’enologia contemporanea secondo un nuovo punto di vista, senza dogmi e senza vincoli

Foto di Vinotecarium da Pixabay

È la prima volta nella storia in cui alla nuova generazione chiediamo di bere. Convegni, articoli, caroselli Instagram e aziende di vino stanno cercando un modo per riportare i giovani a consumare alcol, e specialmente vino, perché i dati nelle fasce più giovani della popolazione sono preoccupanti per il futuro del settore. Secondo i dati dell’Uiv, Unione Italiana Vini, per il prossimo anno si prevede un incremento del tasso di consumo di appena il sette per cento, con una crescita media annua dello 0,35 per cento. E da qui al 2040 le previsioni sono sempre più al ribasso. Ma soprattutto, il consumo di vino coinvolge le fasce adulte della popolazione, mentre è sempre più evidente che i ragazzi abbiano meno voglia di bere vino, che il mondo della mixology li abbia sedotti e che abbia spostato decisamente i consumi verso superalcolici e cocktail.

Per giustificare questo calo c’entrano anche la rinnovata voglia di benessere e la maggiore consapevolezza sui danni alla salute del vino. Ma c’entra anche una disaffezione generale verso quella tipologia di vino che fino a pochi anni fa era un vero must, e che seduce ancora (ma ci si immagina sempre meno) gli stranieri innamorati dell’Italia enoica. I vini “bomboloni”, marmellatoni, molto alcolici e pieni di struttura e pesantezza.

Quei vini rossi che funzionano sui grandi secondi piatti, sulle carni grasse e untuose. E al cambio del tipo di alimentazione – e ormai è un dato di fatto che abbiamo ridotto salse, intingoli, sovrastrutture, grassi, proteine animali – anche il vino deve cambiare il suo corso, per trasformarsi necessariamente in qualcosa di più adatto al consumo accanto a piatti più leggeri, con tanti spunti internazionali, con ingredienti vegetali e sapori più netti ma più semplici.

È quel fenomeno che i Master of Wine chiamano Pinosophy, e che porta a vini più eleganti (l’eleganza è il nuovo must, nel mondo del vino che conta), più dritti, meno alcolici e più gastronomici. Ed è lo stesso filone che ha portato Andrea Lonardi a fare, all’ultima edizione di Amarone Opera Prima, uno degli interventi più dirompenti degli ultimi anni.

Il succo (d’uva) è facile nel concetto, impegnativo e complesso nella sua realizzazione: meno metodo, più territorio. È un cambio di punto di vista storico, suffragato dal fatto di aver lanciato questo messaggio da uno dei più grandi interpreti di questo territorio, durante l’evento che presenta la nuova annata ed è promosso da uno dei consorzi storici e tra i più conservatori d’Italia. È un messaggio dovuto al calo di vendite, ma soprattutto è frutto di una riflessione che il Master of Wine e direttore operativo di Angelini Wines & Estates sta portando avanti da anni, vero pioniere di questa tendenza che vuole modificare nel suo senso più profondo una delle certezze granitiche del vino italiano.

Per chiamarsi Amarone, ma anche Brunello, o Barolo, il vino deve seguire un disciplinare rigidissimo, che normalmente è frutto di una complessa negoziazione tra produttori, scolpito nella pietra del “si è sempre fatto così”. E in un mondo, come quello appena sfumato, che si nutriva di marchi e denominazioni, e che aveva bisogno di certezze per scegliere, aggrapparsi a queste regole rendeva tutti tranquilli: i produttori sapevano che cosa fare per vendere, i consumatori sapevano cosa scegliere da bere, bastava il nome.

Da quando i “consumatori” sono diventati schegge impazzite, che seguono le mode e i valori (veri o presunti) prima dei brand e delle categorie precostituite, ecco che il gioco si è rotto, e ne va pensato e costruito un altro. In un settore così convenzionale, sarà complicato farsi strada con le nuove regole, ma chi non si adegua è perduto: il mondo del vino sarà sempre meno Doc e disciplinari, e sempre di più libero da dogmi e scritture private. E, forse, questo ci porterà a superare le attuali categorie di vino “convenzionale” e “naturale” e ci porterà a tornare a dividere il vino secondo le uniche due categorie del gusto possibili: buono e non buono, ben fatto o no, con il buon senso e il pensiero come comuni denominatori.