«Il vino dovrebbe diventare giovane»: esordisce così Andrea Moser, primo dei quattro relatori a intervenire nella «difficile discussione». Lui, enologo e consulente, ha infatti ben chiaro il suo andamento: «Sta diventando sempre più élitario, si vede anche dai consumi. La prima fascia di prezzo sta perdendo numeri. Quando sei studente non ti puoi permettere bottiglie da trenta, quaranta, cinquanta euro o più. Funziona invece bene la fascia più alta». Riuscire a portare le nuove generazioni ad approcciare il vino come si è fatto con la birra è per lui la chiave di svolta per riuscire nell’intento. Berlo con più leggerezza e disinvoltura, ovviamente, sottolinea: «Senza dimenticarsi che è giovane, ma affonda le sue radici, specialmente in Italia e in Europa, in una tradizione importante». Sdoganare l’idea del vino quale comprensibile solo dopo aver letto un libro sul territorio in cui nasce e al contempo «rimanere seri» è la combinazione su cui giocare. Moser lo fa qui, su Linkiesta Gastronomika, e nella newsletter dedicata su Gastronomika Club, Kantina, cercando di rendere più chiari e fruibili gli aspetti più complessi e tecnici della produzione a un pubblico più giovane che vuole conoscere di più su questo mondo.
Francesca Bonzano persegue lo stesso obiettivo, provando però ad avvicinare questo nuovo target all’esperienza del vino con umiltà, sorriso e un certo modo di porsi. Tornata da New York nelle sue terre piemontesi, lei, giovane vignaiola monferrina, è a sua volta rappresentante di un gruppo di produttrici under 35 (fra poco under 40) che con ironia puntano proprio su questo. Con il loro evento annuale «Sbarbatelle» e la loro attività quotidiana nelle proprie aziende cercano di destare interesse e curiosità tra le nuove generazioni, comunicando il vino in modo fresco e giovane. Una comunicazione che fa leva su quelli che Francesca reputa i veri punti di forza e valori esistenziali del brand: «colleganza», amicizia, autenticità, genuinità e vulnerabilità. «Vulnerabilità – come lei stessa precisa – affiancata però a un’identità piuttosto forte, anche in base alle scelte produttive dei vini più legati alla tradizione».
«Giovane quindi non vuole dire per forza leggero» riassume il giornalista Giambattista Marchetto. Su tale punto concorda Andrea Lonardi: Chief Operating Officer (COO) presso l’azienda della Valpolicella, Bertani, e le altre realtà del gruppo Angelini Wine & Estates. «L’interpretazione del vino giovane quale fresco, facile da bere, semplice non è vera. Non è questo» ribadisce lui, nato, cresciuto e ora impiegato in un territorio, quale quello natio dell’Amarone, in cui il vino è sempre stato percepito come prodotto richiedente una certa conoscenza, cultura e invecchiamento. La prima definizione che si sente di dare di «vino giovane» è infatti quella tecnica, relativa all’età: esso è tale quando viene consumato entro l’anno di produzione. Giovane è anche un vino che ha anche delle imperfezioni, «pecca di avere il carattere della gioventù». Tuttavia, se si considera invece il concetto di contemporaneità, l’aggettivo viene ad assumere in relazione al prodotto vitivinicolo un nuovo significato, per Lonardi quello reale e vero oggi. «Un vino giovane è il risultato non solo di un progetto di marketing, ma d’identità». La sua è quella di essere «un vino che rompe gli schemi, che va alla ricerca di persone nuove, che sdogana alcuni legami classici con il passato, che ha un modo di comunicare diverso da quello precedente e che regala eternità a qualcosa che si sta spegnendo». A impedire ciò e restituire l’idea di un vino come prodotto in evoluzione, sempre nuovo e da scoprire è l’attività dell’enoturismo. A raccontarcelo è la massima esperta del settore, Roberta Garibaldi, presidente dell’Associazione Italia Turismo Enogastronomico. Come lei stessa riporta: «Negli ultimi tre anni si è assistito a un avvicinamento dei millennials al mondo del vino, prima di tutto in Italia e poi a livello internazionale». Tale cambiamento si riscontra nella registrazione di un livello di attenzione al settore equivalente nelle diverse fasce d’età, in termini di esperienze. Ancora, nel contesto europeo, quelle enogastronomiche svolte in spazi verdi sono quelle prevalenti e preferite da giovani, adulti e vecchi, ovviamente con interessi diversificati. «I più grandi rimangono sulle degustazioni tradizionali, i giovani sono attirati invece da eventi che permettono di vivere il vino a 360°C, dal vigneto alla cantina» precisa la professoressa. Per lei è chiaro come proprio queste esperienze rurali siano la via per «far arrivare al calice i giovani, cercare di stimolare la loro voglia di vino». Questo, pensando e proponendo offerte dedicate. L’ultimo trend a riguardo sono le attività da fare in famiglia, assai diffuse e promosse nella Napa Valley, California.
Quanto è emerso è una visione di un mondo del vino che vuole e cerca di essere e mostrarsi rinvigorito, attraente per i novelli bevitori. La domanda che ci si pone ora è: la presenza di giovani nelle aziende può rendere a sua volta il vino «giovane»?
La rappresentante di Sbarbatelle ritiene sì: «Avere un giovane in azienda permette di guidarla verso le nuove tendenze, aprire canali in modo più immediato». Lei e le altre associate hanno fatto proprio questo nelle loro realtà, creando account in diverse piattaforme come Instagram, in cui proporre contenuti con un approccio più diretto e fresco: meno post scritti e più video ingaggianti. Indubbio è sicuramente quanto sia importante questo loro lavoro con i social, purtroppo non ancora attuato da tante cantine, come mette in evidenza Roberta Garibaldi. E alla domanda del pubblico, se gli influencers possano essere un valido strumento di cui avvalersi per raggiungere le nuove generazioni e avvicinarle a questo mondo, la giovane vignaiola esprime dell’incertezza. Ciò che la «spaventa» è che questi non siano in grado di mettersi nei suoi panni e comunicare la sua azienda oggi. Ritiene pertanto che, almeno per le piccole realtà, sia meglio che loro stessi «ci mettano la faccia», con un approccio giovanile, sia online che offline. Francesca sottolinea infatti come «la stessa interazione in azienda è di per sé giovane in quanto vengono perché ci vedono nei social», carattere che mantiene proponendo una visita che riflette un nuovo modo di scoprire l’azienda ricercato proprio dai giovani: completo, che indaga la quotidianità. Dal lato produttivo, ogni suo passo è mosso dal motto «vai e sbaglia», invito che rende più liberi di sperimentare, portare avanti nuove idee, dar vita a rivoluzionari spesso necessarie. Ne è esempio lo stesso Andrea Moser. Inserito giovanissimo al mondo del vino, dopo esperienze internazionali, nel 2014 era entrato nella più grande cantina cooperativa dell’Alto Adige, con mente aperta e spirito innovatore appresi dal suo maestro Franz Haas, con una missione «Sdoganare la Schiava, cercando di reinterpretarla per dare vita a un vino più fruibile in un mercato più giovane, senza perdere le caratteristiche del vitigno». Una battaglia fatta all’interno dell’azienda e vinta gradualmente, con il raggiungimento di diversi traguardi. Uno dei più rilevanti, la creazione della linea XXX: eXplore-eXperiment-eXclusive. Si è trattato infatti non solo di un progetto produttivo, ma anche comunicativo e commerciale. Allontanandosi dal ruolo di «enologo- alchimista chiuso in cantina», l’enologo ha creato una produzione di qualità, che, nel non avere un numero di bottiglie e un valore economico definito, esclusiva per numeri e prezzi, è risultata «appealing» al mercato, contribuendo a rafforzare il brand e a riposizionarlo in un mercato più alto.
Se impiegare i giovani nelle imprese è determinante per svecchiare il settore, lo è anche ascoltarli quando sono dall’altra parte, quando sono i consumatori. Lo rimarca Andrea Lonardi: «Dobbiamo essere pronti a innovare, chiedere cosa vogliono bere, quanto, quando, perché». Bisogna prestare attenzione ai nuovi trend enologici, che, come sottolinea, vedono Londra come luogo di elezione. Lì nasce per lui il «vino giovane». Parla dei «frutty, crunchy, summer time red wines», bevibili anche a basse temperature e che per le condizioni di ambiente, suolo, clima che richiedono potrebbero essere replicati anche qui in Italia, in alcune zone del Piemonte e nell’asse Verona-Bolzano. Non sta cambiando però soltanto lo stile dei vini, ma anche l’occasione correlata per cui sono pensati: non più come parte del pasto quotidiano, ma dell’aperitivo. Durante questi non vedremo probabilmente più nemmeno i «giramenti di calici», pratica percepita dai giovani bevitori ormai vecchia, «da boomer» oseremo dire. Ciò che più Lonardi invita a fare però, è considerare e prenderne consapevolezza che «Il vino qualitativo non può esimersi dal pensare che sarà bevuto in un altro modo».
Questo percorso verso un vino sempre più giovane non si può tuttavia dire completo se non si investe sulle figure del domani. Roberta Garibaldi affronta questo argomento, introducendo il tema dell’innovazione delle professioni legate al mondo dell’enoturismo, che molte cantine stanno cercando e che hanno difficoltà a trovare. Il comparto turistico legato al vino è ancora infatti in divenire e richiede di essere razionalizzato, pensato e progettato con attenzione. Al contempo, è uno spazio in cui, come afferma l’esperta, «I giovani possono esprimersi e offrire il proprio contribuito per far crescere questo ambito». Questo non vuol dire che figure come Francesca e Andrea, conoscitori dell’azienda e dei cicli produttivi, verranno sostituiti nella ricezione diretta in cantina dal Hospitality Manager. Sono due ruoli che non si sovrappongono. Quest’ultimo infatti si occupa esclusivamente di organizzare e progettare l’experience, relazionandosi con tour operators e agenzie di viaggio. Tuttavia, come confermano i dati, la sua presenza all’interno della realtà produttiva, ovviamente a seconda della sua impostazione, può contribuire concretamente a fidelizzare il cliente, a «riportare indietro chi è venuto a trovarci», problema dell’azienda di Francesca e di tante altre piccole. Queste spesso non possono permettersi figure simili. Come suggerisce Garibaldi, sarebbe pertanto compito di enti quali i consorzi assumerle e mettere a disposizione il loro servizio alle diverse realtà del territorio.
La conclusione è di Lonardi: «bisogna fare quello che si può, in base a quello che si è». La strategia è quella di «essere camaleontici, non perché il mercato lo impone, ma per quelli che sono i nostri valori e in base a quelli esprimerli nel miglior modo possibile». Infine, invita a ricordare il problema più grande, corrispondente allo stesso tempo alla soluzione: le persone. Pensare che coloro che lavorano in campo agricolo debbano avere uno stipendio adeguato. Creare un luogo da cui possano ricavare un sostentamento economico per loro e le loro famiglie. Perché, come afferma Lonardi in chiusura del dibattito: «Se non ci rendiamo conto che dobbiamo coltivare e pagare abbastanza le persone che lavorano in vigna e in cantina, questo settore è destinato a scomparire».