«Veramente è il contrario»Il piacere che si prova a ostacolare la banale, radiosa apparizione dell’ovvio

La diciannovesima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «Amiamo la discussione, questa forma di rissa che possiamo affrontare senza sciupare il nostro vestiario, senza scambi di colpi sugli zigomi, sul naso e dietro l’orecchio»

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E il banale? La domanda mi aggredì selvaggia con il suo uncino interrogativo (ho deciso di scrivere facile, efficace?). Il banale? Dopo essere stato aggredito ripetei la domanda a alta voce come se non conoscessi la parola. Era la verità, il banale è ingannevole, credi di sapere cosa sia. Non lo sai (è più facile conoscere una parola difficile, i vocabolari tranquillizzano e danno soddisfazione; alla voce “banale” però tradiscono disagi; tradiscono?). Non dissi altro, aspettai dalla bocca di lei. Ma perché uso i verbi al passato? Perché sto sussurrando? Cos’è il banale? «È l’ineluttabile, è l’inesorabile, è l’inevitabile, è, infine, destino» disse lei percussiva.

«È anche, se ci pensi, eternità, pensaci. L’eterna materia. O pensi che siano eterni i sogni, il pensiero, i versi, le prose, questi patetici spasmi del nulla, questi fogli e foglietti volanti nel vento cosmico? Eterna non è che la materia, le nostre polveri, le nostre ceneri, che torneranno proprietà della stella quando il sole farà un solo boccone (capisci adesso che le frasi fatte sono espressioni finali) della Terra ben cotta, poi polvere ancora quando anche il sole diventerà cinereo e impalpabile, una nube sollevata da una scopa che spazza. Insomma, la polvere è la banale invincibile. Cosa possiamo farci, noi? Cosa vuoi? Un lavoro veloce fatto bene o un lavoro lento che ti snerva? Cosa vuoi perdere, il seme o la testa?», sussurrò lei direttamente nel mio orecchio, trovandosi la sua bocca da quelle parti.

Ero supino, e lei non m’era di peso, avrebbe dovuto esserlo standomi addosso, ma il gran segno era questo: che non fosse un peso. Da quand’è che mi esprimo così? Acquisisco abitudini nel giro di una pagina, e la pagina pare ruotare sui cardini, e io la giro come una porta, mi sento in sull’uscio di qualcosa che è al di là, faccio un passo avanti, entro nella continuazione del libro, in ambienti ancora non illuminati, i primi tratti a tentoni. È così che succede? (Ma da dove mi vengono queste sciocchezze, questo modo di esprimermi? Sono diventato un personaggio? Chi scrive?).

Lei riprese a parlarmi con la sua lingua: «Banale è quel che desideri perché lo desideri, punto. L’ovvio, lo dice la parola stessa, è quello che ti viene incontro, che ti verrebbe incontro se tu banalmente riconoscessi cosa veramente vorresti che ti venisse incontro. Per dire: o la borsa o la vita. Decidi. L’ovvio ti viene incontro e ti suggerisce la riposta banale, ovviamente la vita, tenerla per te, intendo. Borsa e contenuto sono a disposizione di chi vuole rubarli, esci per questo, per elargire. La tua testa, il tuo seme. Non sei prodigo di sentimento ma di frasi che toccano, e non toccano astratte corde ma zone umide e tiepide. Destini ogni volta la tua borsa, il tuo corpo alla scienza amorosa».

È vero, la risposta banale è sempre la risposta giusta. E nei momenti di intimità non facciamo resistenza a riconoscerlo. C’è qualcosa di dogmatico in tutto ciò che è banale, e lo è indiscutibilmente, senza bisogno di verifica nei fatti e nella realtà. Dovremmo solo dire banalità o tacere. Ma amiamo la discussione, questa forma di rissa che possiamo affrontare senza sciupare il nostro vestiario, senza scambi di colpi sugli zigomi, sul naso e dietro l’orecchio (frequenti in letteratura). Per questo non accettiamo le banalità, perché vogliamo dibattere, contrastare.

Conosciamo il piacere che si prova a ostacolare la banale, radiosa apparizione dell’ovvio con un “veramente è il contrario”. Rintuzzeremmo la luce per compiacere le nostre baldanze. È vero o no? Virare il banale al contrario è il primo istinto, torcerlo contro sé stesso è un nostro piacere. Diventiamo torturatori. Perché facciamo così? Vogliamo avere voce, latrato, anche sibilo, vogliamo avere la parola. Non so se lo dissi o solo lo pensai o nessuna delle due. Ero nella piena, indubbia banalità del desiderio, e stavo solo vaneggiando.

«La più grande soddisfazione per chi scrive?», così se ne uscì a questo punto emergendo dai flutti dei miei abbracci, inalberandosi quasi, mettendo il suo viso tra le parentesi delle sue mani aperte che fece scivolare all’indietro liberando le guance e le tempie dai capelli umidi e densi, quasi spalmati sulla pelle: le si allungarono gli occhi. Una scultorea polena, una figura estrema, da estremità prodiera. E fu sollevata da un’onda, e l’onda ero io. Con un tonfo spumoso riprese a parlare: «Comprendere cosa intendesse Gertrude Stein con quella insulsa battuta sulla rosa che è una rosa non so quante volte: fu questa la più grande soddisfazione per chi scrisse in quegli anni. Sii banale, questo intendeva, abbi questo coraggio. Chi la comprese? Hemingway, che sulla carta non voleva altro che avere coraggio (nella vita andava incontro a incidenti). Il novecento è Hemingway, non è mica Joyce, e il ventunesimo secolo è ancora Hemingway, e non è più Joyce, proprio per niente. Vuoi comprendere gli scrittori? Fanne degli adolescenti al tempo della tua adolescenza, nei tuoi cortili e nelle tue scuole dell’obbligo.

Joyce è quello che a scuola si impegna, che approfondisce, che impara le parole difficili, poi torna a casa e le sbatte in faccia alla nonna che non sa ripeterle quelle parole, figuriamoci se sa cosa significano, e lui la provoca e ride di lei, il miserabile, e anche la nonna ride per fare piacere al nipote sapiente, e persino per il piacere di non sapere tutto quello che il nipote sa, e con tanta competenza e capacità di mettere insieme le parole che lei non capisce, e di questo il ragazzo approfitta e persevera nella sua maligna mania di mettere in croce la nonna a furia di martellate linguistiche. Ecco come è andata, come andò.

Ovviamente la nonna era anche il nonno, ma anche il padre e la madre assai spesso, e anche chi leggeva, e chi legge, ovviamente. Devo dirlo che Joyce, non io, ci apre gli occhi a questa lettura? È lui che lo dice, è lui che si rivela. Quella gioventù a inizio libro, il suo libro mastro, le citazioni dei classici, il taglio ostentato di molli barbette schiumose su guance paffute, il moccio verde nel fazzoletto (come passa il tempo, chi l’ha più visto il moccio verde?), spietate esattezze, presunzioni, ostentazioni, guaiti, uggiolii, petulanze letterarie di cagnetti che vogliono uscire, e non tollerano né guinzagli né collari: sono viziati questi suoi personaggi, vogliono solo correre al mare, al mare letterario, alle spiagge, ai bagni, alle onde, alle onde e ai bagni di parole. Una lettura per adolescenti suggestionabili, che rabbrividiscono di fustigante piacere solo al pensiero di una bella passata e ripassata di quei pesciolini flagellanti sulla pelle, quella massa di alicette che sono le parole in banchi. Ecco. Cioè: di che parliamo? Ah sì, adesso, sì, sì adesso, insieme, sì. Sì. Così. Sì.» senza stare a battere troppi puntini con in mezzo vocali seguite dall’acca sia aspirata sia espirata.

Ci tirammo poi a riva come barche grondanti. Passammo del tempo in silenzio per calmare il respiro e riportarlo al ritmo delle onde: il metronomo lento del mare calmo. È un purgante quel libro, è tutta una espiazione… (sì, ma riprendiamo il discorso la prossima volta. Il discorso?)

(19 Continua)

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