Divertimento letterarioScrivere è un atto scherzoso

La ventesima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «Sarà divertente? Facciamo a capirci. Parliamo di buon umore e di svagarsi e ricrearsi? Distogliersi, volgersi altrove, distrarsi anche?»

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È un purgante quel libro, una espiazione, è un sacrificio. Joyce era la propria tormentata nonna e contemporaneamente era suo nipote cerebralone e malignetto (da giovane era già un vecchio classico in posa) che non molla e se ne esce con l’offerta giocosa di quell’altro pastone letterario alquanto fumettistico – in questo è un anticipatore: letteratura onomatopeica (sarà il futuro, arriverà il suo tempo) – nel quale chi legge grufola alla maniera porcina e trimalcionica, con le perle al collo, alle orecchie e al naso.

Qualcuno doveva scriverli quei libri necessari, che non devono essere letti per forza, anzi non leggerli è meglio, l’astensione garantisce il segreto voto molto più della partecipazione (chi si esprime non è mai convincente quanto chi non fa chiacchiere e per almeno due volte al giorno sa esattamente quel che tace). E scriverli, credo, sia stato un piacere.

Ma cosa sto dicendo? Divertirsi a scrivere? Divertirsi al pensiero di essere letti? Spingere il piede sulla fruizione e andare a folle nella vita in discesa? (Lascia perdere i giochetti, ricomponiti). È un gran tema, però. Devo svolgerlo se voglio scrivere (voglio?). Ci si diverte a farlo? Non voglio dirlo con altre parole. Voglio parlare di divertimento (quante cose voglio?). Scrivere sarà divertente? Facciamo a capirci. Parliamo di buon umore e di svagarsi e ricrearsi? Distogliersi, volgersi altrove, distrarsi anche? Divertirsi, quindi. L’asino casca sempre sul divertimento (il paese dei balocchi, no?), perché anche i somari sanno da dove nasce il divertimento.

Una volta conosciuta la sua origine non la si scorda più, e si prova gusto a volgere ovvero vertere il coltello nella porta aperta sull’apprendimento etimologico. È sottilmente perfida l’etimologia, perfida cioè sleale: che non mantiene la parola data perché te ne dà altre, e prefissi e suffissi e derivazioni e accostamenti e voci incerte, fonie, nomee, dicerie eccetera… Divertirsi – tutti lo sanno, solo io no ma lo apprendo da trasmissioni sportive e musicali e sociopolitiche – viene dal latino infinito divertere e anche devertere, participio passato: diversus o anche deversus, che indica allontanamento, volgersi altrove (per esempio al dizionario etimologico dal quale ho copiato quest’ultima sapienza).

Da una ricerca pare che l’origine etimologica di divertirsi, divertimento, divertire e affini, sia tra le più note e citate. In ultimo da me.

Insomma, ecco fatto: non si arriva a un significato ma da un significato si parte. E divertirsi, sia come origine sia come termine è l’emblema dell’etimologia: da un termine si prende l’avvio divertendosi, tornando quindi dalla fine all’inizio. È incredibile. Se uno non volesse divertirsi, siccome non vuole ecco che diverge dal divertirsi ovvero si diverte. Sono gli scherzi dello scrivere. Così che lo scrivere è atto scherzoso. Pensavo queste cose dopo l’amore, quando si vaneggia leggeri.

Lei pensava a altro ossia alle stesse cose ma coi suoi pensieri e così disse: «Ogni scrittore spossato, sfinito, inutile e sfranto, quasi offeso, la domanda prima o poi se la pone come una pietra al collo, e la domanda è una, è questa: ma Hemingway come ha fatto? Ecco come ha fatto, glielo dico io, ha fatto il contrario di quello che tutti fanno: non ha usato le parole per scrivere, vallo a spiegare, vallo a capire. E sai una cosa? Lascia perdere il capire e lo spiegare. Troppe parole. Non usare le parole: ecco cos’è scrivere. Dice (chi ha parlato?): tutte quelle bevute, tutti quei colpi dietro l’orecchio, tutto quel pugilato nei bar, tutti quei toreri, tutta quella caccia così grossa, tutta quella pesca così sola, tutto quel turgore maschile (ma anche il suo contrario, però). Così sentii sparlare di lui. L’avevo letto, perfino sulle stesse rive là dove lui aveva scritto quello che leggevo, perfino sulle stesse barche, allo stesso bar con le stesse colline che mi passavano lente davanti come elefanti, ecco: non mi sono mai resa conto che andasse a caccia, che avesse sparato un colpo, m’era sfuggito, non l’avevo notato, non m’è mai parso che avesse abbandonato la pagina per andare a giocare a biliardino. Non me n’ero mai accorta che scrivesse di caccia e pesca, non mi sono mai nemmeno mai accorta che scrivesse. Questo scrittore non usava le parole e c’è chi insinua che usasse cartucce, bossoli, pallottole, pallini, esche e ami per scrivere? I colpi dietro l’orecchio? Ma davvero davvero? Lèggere è questo? È mettere in giro voci? Questo scrittore non scrive, lascia che le cose accadano ovviamente, la sua forza è la forza di gravità applicata anche alle parole, le parole accadono come accadono banalmente i fatti, egli non pone ostacoli letterari, apre le chiuse all’ovvio e lascia che l’ovvio scorra. È difficilissimo, non si tratta di fare ma di disporsi a non fare, a lasciare accadere non le parole per dire le cose ma le cose per non dire altro. Il mondo scorre a parole che sono detriti del mondo dentro quel flusso, altro che di coscienza. Tutto è finalmente banale, banale come il desiderio e ecco appare quel che il desiderio desidera: l’ovvio. In noi sappiamo chi desideriamo abbracciare perché in noi siamo sfacciatamente banali, ovvio sarebbe che quel corpo desiderasse banalmente abbracciarci. Quel che prende la nostra via, quel che viene incontro: questo è ovvio. Lo sarebbe. Il timore di passare per banali ci fa dare risposte squilibrate, strampalate. Temiamo d’essere ovvi ossia temiamo che il meglio accada. Quel che banalmente desideriamo con ovvia esattezza in segreto non lo riveliamo se non come tutt’altro. Perché? Perché temiamo l’ovvio, è ovvio. E allora: affettazioni, spavalderie, avventatezze, prospettive bugiarde, slanci, proiezioni talmente azzardate che già prefigurano parabole discendenti, come tutti i fuochi artificiali, tanto non ci si crede. A cosa? Non ci si crede che i desideri, le speranze, le ambizioni si avverino. Non ci si sente all’altezza del banale ottenimento di quel massimo che è l’ovvio, nemmeno per sogno. Nascono problemi da questo: ci si costringe a desideri insulsi solo per tenere fede a quelle insulse pose. Ecco: insulsa è l’ostentazione di una originalità che non esiste in natura. La natura è banale, più lo è più è rigogliosa e prorompente. Però è raro nella natura umana assistere all’esplosione della più sfacciata delle inflorescenze, quella del viso di chi ha appena rivelato banalmente quale sia una sua ovvia gioia. Quella sorridente bocca che dopo aver pronunciato l’ultima parola resta semiaperta in segno di sorpresa, sorpresa non di sé ma di chi ha accolto la sua rivelazione con sguardi meravigliati, perplessi e poi invidiosi. È coraggioso l’ovvio e fa radioso il viso. Perché il tuo viso è il suo miraggio, ecco perché».

Non intendeva ovviamente il mio viso ma il tuo di te che leggi, infatti rivolgeva il suo parlare al muro e un po’ al soffitto, oltre il quale lassù chi legge gira, come spostasse mobili, le pagine.

Qui si possono leggere tutte le puntate precedenti.