Tutte le donne del presidenteNemmeno gli scandali per abusi sessuali indeboliscono il regime di Orbán, per ora

Le dimissioni della presidente della Repubblica Katalin Novak e quelle da presidente della Commissione Affari europei Judit Varga hanno rivelato che in Ungheria le figure apicali non sono al riparo dalla stampa libera. Ma al momento l’egemonia politica di Fidesz non sembra in discussione

AP/Lapresse

Le dimissioni della presidente della Repubblica ungherese Katalin Novak e quelle contestuali da presidente della Commissione Affari europei dell’ex ministra della Giustizia Judit Varga, rappresentano un interessante sviluppo nell’ormai quattordicenne regime di Fidesz in Ungheria, ma sono anche indicative del modus operandi di Viktor Orbán e testimoniano come il cambiamento al vertice delle istituzioni magiare dovrà arrivare attraverso un serio lavoro delle forze di opposizione, piuttosto che da insperati assist del partito di governo.

La vicenda inizia nel decennio scorso, quando il direttore di una casa-famiglia a Bicske, János Vásárhelyi, viene accusato di molestie sessuali nei confronti dei minori ospiti della comunità. Assieme a Vásárhelyi, viene condannato anche il vicedirettore Endre Konya con l’accusa di aver fatto pressioni sulle vittime perché ritirassero le accuse. Nello stesso periodo, uno scandalo analogo coinvolse l’ambasciatore ungherese in Perù, Gabor Kaleta, condannato a un anno con la condizionale per possesso di materiale pedopornografico.

La presidente Novak, in carica dal 2022, in occasione della visita di Papa Francesco ha emanato alcuni decreti di grazia: di uno di questi ha beneficiato proprio Endre Konya. L’allora ministra della Giustizia, Judit Varga, ha controfirmato la grazia presidenziale, rendendosi corresponsabile della liberazione dell’ex vicedirettore. Konya ha pubblicamente negato le accuse con un post apparso in questi giorni sui social, definendosi vittima di una caccia alle streghe. Oltre a Konya, anche l’estremista di destra György Budaházy ha beneficiato della grazia presidenziale dopo essere stato condannato nel 2009 per terrorismo e istigazione alla violenza.

Quando lo scandalo è emerso grazie alle rivelazioni del sito internet di tendenza liberale 444!, Novak ha atteso qualche giorno prima di annunciare le dimissioni, che dovranno essere approvate dal Parlamento. Poco dopo, anche Judit Varga, ora non più ministra, ha rassegnato le dimissioni dal vertice della Commissione per gli Affari Europei e dal parlamento e ha annunciato che non si presenterà capolista alle elezioni europee, ritirandosi a vita privata.

Se, da un lato, la questione mostra che anche in Ungheria le figure apicali non sono al riparo dalla capacità della stampa libera di rivelarne gli abusi, ci sono altri elementi da considerare prima di ritenere questa una crepa nel sistema di potere che Viktor Orbán e il suo partito, Fidesz, hanno stabilito a partire dal 2010.

Questo scandalo non è che l’ennesimo di una figura organica al partito di Orbán, che tuttavia è sopravvissuto anche a danni d’immagine ben peggiori, ad esempio l’arresto del suo ideologo Jozsef Szajer per aver contravvenuto le regole anti-Covid in vigore in Belgio, partecipando ad un festino gay durante il quale avrebbe fatto consumo di droghe.

La partita che si apre per l’elezione del Presidente della Repubblica, ovviamente, non sarà una questione di numeri in parlamento (Fidesz ha oltre i due terzi necessari per l’elezione al primo turno), ma di quanto pesano le correnti interne al partito che, secondo i recenti sviluppi, potrebbe entrare nell’eurogruppo conservatore dopo le elezioni europee.

Varga e Novak sono state spesso indicate come possibili sostitute di Viktor Orbán in un non meglio indicato futuro, ma la prima, destinata a condurre le truppe arancioni a Bruxelles e Strasburgo, è stata fatta fuori senza troppi complimenti, mentre la seconda, già nel 2022, era stata protagonista del più classico “Promoveatur ut amoveatur” venendo eletta Presidente della Repubblica e bypassando l’incarico di capo del governo, rimasto saldamente nelle mani di Orbán.

L’imminente elezione del nuovo capo di Stato potrebbe rivelare una lotta fra le fazioni interne: la corrente più europeista e moderata di Fidesz punta sull’ex Commissario Europeo per la Cultura Tibor Navracsics, mentre i fedelissimi del premier vorrebbero alla presidenza László Trócsányi, già bocciato dal Parlamento Europeo nel ruolo di Commissario, cinque anni fa, per la sua profonda avversione alle Ong dedicate all’assistenza ai migranti. Le figure intermedie o meno politicizzate sono il rettore dell’Università Semmelweis, Béla Merkely, oppure l’attuale commissario europeo Olivér Várhelyi, in quota Fidesz, ma non schierato apertamente.

Fino all’elezione del nuovo presidente, che indicativamente dovrebbe verificarsi a metà marzo, il capo di Stato sarà l’attuale Presidente del Parlamento, László Kövér, un personaggio pittoresco (non si era tagliato i capelli per protesta contro l’ultimo governo di centro-sinistra fino al 2010) autore di imbarazzanti dichiarazioni alla stampa nel corso degli anni.

Alle elezioni europee di questa primavera, per il momento, non ci si aspettano ribaltoni di sorta, complice un’opposizione fortemente frazionata: l’ultimo sondaggio Median indicava Fidesz sopra il cinquanta percento, mentre rischierebbero di entrare al parlamento europeo anche gli esponenti dell’ultra-destra di “Casa Nostra” e il partito satirico del “Cane a due code”.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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