Tragedia in camera“20 giorni a Mariupol” non spiega l’aggressione russa, ma dà giustizia alle vittime

Il documentario di Mstyslav Chernov, candidato agli Oscar, racconta il dolore straziante degli ucraini nei primi giorni dell’invasione. Proiezione al Teatro Parenti di Milani domenica 10 marzo

AP/Lapresse

La guerra in Ucraina è stata la guerra più documentata della storia. Vedere la tragedia in diretta può scioccare, può creare disagio, ma può anche creare empatia, il sentimento che più di tutti gli altri ci fa sentire umani. «Non si tratta di noi, si tratta dell’Ucraina e degli abitanti di Mariupol», ha detto Mstyslav Chernov, regista del film “20 giorni a Mariupol”, durante la premiazione per il miglior documentario ai Bafta. «Il 17 febbraio, Avdiivka, un’altra città ucraina, è caduta nelle mani dei russi. La storia di Mariupol è il simbolo di ciò che ha fatto la Russia all’Ucraina», ha aggiunto Chernov.

“20 giorni a Mariupol”, nominato anche come “Miglior documentario” agli Oscar 2024, nell’ultimo anno ha fatto il giro dei cinema internazionali per raccontare la storia della caduta della città di Mariupol. Il regista Mstyslav Chernov, il fotografo Yevhen Malolyetka e la produttrice Vasylisa Stepanenko sono stati gli ultimi giornalisti indipendenti a lasciare la città, e per quello che hanno raccontato hanno meritato di vincere il Premio Pulitzer. Dopo la loro partenza, difficile e pericolosa, con il materiale filmato nascosto sotto i sedili della macchina, a raccontare Mariupol sono rimasti solo i propagandisti russi.

A Mariupol, nella primavera 2022, è stato ucciso con la videocamera in mano Mantas Kvedaravicius, un regista documentarista lituano, mentre stava riprendendo la conquista russa della città.

Quando hanno capito che l’aggressione russa sarebbe stata imminente, Chernov e la sua squadra hanno deciso di andare a Mariupol perché avevano immaginato che la Russia avrebbe iniziato l’invasione proprio da lì.

Sin dalla mattina del 24 febbraio 2022, il regista si è trovato al bivio di cui ha più volte scritto Susan Sontag nel suo saggio “Sulla fotografia”: rimanere documentaristi oppure posare la camera e aiutare le persone, in questo caso i concittadini ucraini di Mariupol. All’inizio, con la videocamera in mano, Chernov ha provato a rasserenare le persone, incoraggiandole a nascondersi nei rifugi e rassicurandole che i russi non avrebbero colpito i civili. Si era sbagliato, lo ha riconosciuto e nel film ha chiesto scusa. Ad esempio, è stata distrutta la casa di una donna che Chernov stesso aveva provato a tranquillizzare fino a pochi minuti prima. Il senso di colpa e la consapevolezza di poter soltanto filmare quello che vede perseguitano il regista fino alla fine del film.

A Mariupol si spengono le luci, non ci sono più elettricità, gas e acqua, internet. Si svuotano i negozi, si svuota la città. La videocamera di Chernov intraprende un viaggio che diventa ogni giorno più cupo. Segue gli abitanti che cercano di scappare dalla città, scende insieme ai civili che raggiungono i rifugi sotterranei, accompagna le ambulanze e le barelle, filma i corpi dei morti nelle sale operatorie. Il posto dove si consuma la tragedia più grande è l’ospedale, lì i giornalisti passano più tempo. I soldati ucraini in città sono pochi, isolati e tesi.

La videocamera nella mani non sempre ferme di Chernov riprende gli ucraini che perdono la vita uno dopo l’altro nell’ambulanza. Le lenzuola sporche di sangue. I medici disperati. I medici che devono dare speranza, ma che sono a corto di antidolorifici e parole.

Per venti giorni, Chernov e Malolyetka sono stati i nostri occhi spalancati su Mariupol. I primi giorni sono stati i più importanti, perché la Russia diceva che non avrebbe bombardato i civili. Fornire le prove, le prove filmate, della menzogna russa è stato importante.

Gli abitanti di Mariupol chiedono perché, come se la lente del regista fosse un’icona, chiedono perché gente pacifica e civile muore sotto le bombe nella loro città, nelle loro case.

Si possono dare così tante risposte sull’imperialismo, sulla geopolitica, sulla debolezza della Russia che si è scatenata in una violenza feroce, ma nessuna di queste risposte potrà mai soddisfare il «perché» chiesto da quell padre che a causa di una bomba russa ha perso il figlio di sedici anni mentre giocava a calcio in cortile. Questo film non dà risposte, ma cerca di dare giustizia alle vittime, di raccontare la loro morte e di non fare passare in silenzio una tragedia che i russi tentano di nascondere con una forte propaganda su una surreale ricostruzione di Mariupol.

La città di Maria sul mare, però, conosce la verità ed è lì che aspetta di togliersi di dosso il giogo dell’occupazione per riportare a casa tutti i suoi figli fuggiti via.

“20 giorni a Mariupol” si può vedere in Italia consultando questo sito. Il 10 marzo c’è una proiezione al Teatro Franco Parenti di Milano.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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