Dinamismo istituzionaleLa sinergia tra governo e comuni è la chiave per rendere le città davvero sostenibili

Nel suo libro “La città dei 15 minuti” (Add editore), tradotto da Chiara Licata, il celebre urbanista Carlos Moreno spiega l’importanza della dimensione di prossimità nei centri urbani più minacciati dal riscaldamento globale

LaPresse

Gli effetti del cambiamento climatico si fanno sentire ogni giorno, con ondate di calore o di gelo, inondazioni, inquinamento dell’aria, città irrespirabili, siccità, innalzamento del livello del mare. Da quando il nostro pianeta brucia nel senso stretto del termine, il disastro climatico si manifesta su tutti i continenti, da nord a sud, da est a ovest. Questo terribile deterioramento è arrivato come in Cronaca di una morte annunciata del premio Nobel per la letteratura Gabriel García Márquez, dove, pur consapevoli che un delitto efferato sta per compiersi, gli abitanti di un paese assistono ai preparativi e osservano gli assassini avvicinarsi. Nessuno muove un dito quando bussano alla porta, ma dopo il colpo fatale tutti vogliono dire la propria sulle ragioni di quel crimine e sul dolore che ha provocato.

Le possibilità di parlare dei danni e delle conseguenze del riscaldamento globale con i nostri figli e nipoti sono scarse. Il pericolo è quello annunciato ormai molti decenni fa: la sopravvivenza della civiltà umana, almeno quella che abbiamo conosciuto e in cui abbiamo vissuto fino a oggi. Per capire il cambiamento climatico nel secolo delle città bisogna introdurre due parole da valorizzare e su cui fare un lavoro pedagogico: “Antropocene” e “complessità”, che dovrebbero tornare spesso nei nostri discorsi, perché permettono di approfondire le problematiche sollevate da questa crisi. “Antropocene” sintetizza ciò che succede da cinquant’anni. 

Nel 2000 il premio Nobel per la chimica Paul Jozef Crutzen e il biologo americano Eugene F. Stoermer hanno proposto questo termine, “l’età degli uomini”, per indicare che l’impatto umano era diventato predominante sull’ecosfera terrestre. È ancora necessario elencare le attività umane al centro della trasformazione del clima? Agricoltura e pesca intensiva, disboscamento, inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra, sviluppo urbano attraverso una cementificazione incontrollata, riduzione o distruzione degli habitat naturali, industrie che sfruttano elementi modificandone il ciclo (azoto, fosforo, zolfo), eccessivo trasporto su gomma o aereo, aumento esponenziale dell’estrazione e del consumo di risorse fossili o minerali (carbone, petrolio, gas naturale, uranio, eccetera), produzione e consumo eccessivo di materiali plastici.

La nozione di Antropocene mette in risalto l’azione umana che, con opposti interventi irrazionali di estrazione e reimmissione sotto forma di rifiuti, controlla le risorse provocando fluttuazioni naturali degli equilibri della biosfera. Per convincerci dell’incidenza dell’Antropocene, che continuiamo a ignorare, bisogna forse richiamare alla mente quelli che gli scienziati hanno definito i “plastiglomerati”, i nuovi marcatori geologici dell’attività umana nell’era industriale, un materiale semi-naturale risultato dell’aggregazione di roccia e plastica. Individuati nel 2014 da un gruppo statunitense-canadese diretto dalla ricercatrice Patricia Corcoran, questi plastiglomerati si sono aggiunti alla lunga lista dei cambiamenti che l’uomo ha provocato sul nostro pianeta. 

Da decenni, numerosi scienziati denunciano i danni causati dai rifiuti plastici, al punto da ritenere plausibile che i paleontologi del futuro potrebbero scoprire prima i plastiglomerati che i fossili umani. Negli anni Sessanta Maurice Fontaine, ex presidente dell’Accademia delle scienze ed ex direttore del Museo di storia naturale di Parigi, ha proposto di designare la prima fase dell’Antropocene “Molysmocene”, termine ripreso in diversi lavori scientifici e derivante dal greco molusmos (macchia, “l’era degli scarti”), ribattezzato in francese “Poubellien Supérieur”.

Anche il termine “complessità” è indispensabile per capire la crisi attuale. Sarebbe illusorio, ingenuo o insano attribuire questa deriva soltanto alla potenza della rivoluzione industriale e alle conquiste tecnologiche dovute alla capacità umana di trasformare la materia e i processi produttivi. Quando Augustin Berque, citando Jean-Marc Besse, in Esseri umani sulla Terra. Un’etica dell’ecumene scrive «Tra me e me, la Terra», mette in luce il ruolo di una geografia ecologica che lega l’uomo alla natura in un tutto inscindibile. 

Parlando della “Terra-Patria”, Edgar Morin descrive un mondo interdipendente in cui ognuno di noi produce cambiamenti che coinvolgono tutte le sfere, non solo nell’ambito della conoscenza ma anche del nostro agire quotidiano: «Nel momento in cui le società sparse sul globo sono diventate interdipendenti, […] la presa di coscienza della comunità di destino terrestre deve essere l’evento chiave della fine del millennio: siamo solidali con questo pianeta».

In effetti, il cambiamento climatico ha già un impatto sull’agricoltura, sulla salute, sugli ecosistemi terrestri e oceanici, sull’approvvigionamento idrico e i mezzi di sussistenza di alcune popolazioni. Colpisce che le ripercussioni di questi cambiamenti avvengano dai tropici ai poli, su isole minuscole e sui continenti, nei Paesi più ricchi e in quelli più poveri. Da molto tempo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (GIEC) è in fibrillazione, e nei suoi rapporti annuali parla sempre di rischi «da elevati a molto elevati» in caso di innalzamento della temperatura di 4 °C rispetto all’epoca preindustriale («estinzione sostanziale delle specie», «gravi rischi per la sicurezza alimentare»), segnalando rischi «considerevoli» già con un aumento di 1 o 2 °C.

Un aumento di circa 2 °C rispetto al periodo preindustriale potrebbe portare a una perdita tra lo 0,2% e il 2% del reddito annuo globale. Uno scarto della temperatura anche di pochi gradi può incidere sull’acqua, il cibo, l’ecosistema e il clima: un carosello di cattive notizie di città minacciate dall’innalzamento del livello del mare, una diminuzione della produzione alimentare mondiale, l’estinzione di moltissime specie, una maggiore intensità degli episodi meteorologici estremi. Tutto ciò esporrà la popolazione ad altri rischi: migrazioni, comparsa di nuove malattie, diminuzione delle risorse naturali, eventi meteorologici (cicloni, tempeste) più frequenti e violenti, eccetera.

Lo sviluppo delle città ha un impatto diretto sui problemi climatici. Nel 2003, quando la Francia è stata colpita dall’ondata di calore, i meteorologi hanno osservato differenze fino a 4 °C tra Parigi, con i suoi canyon urbani (edifici molto alti che impediscono la circolazione dell’aria) e la zona periurbana. Una canicola, è bene ricordarlo, che quell’estate ha causato 20.000 morti in Francia e 70.000 in Europa. A Parigi, secondo lo studio di Emmanuelle Cadot e Alfred Spira, il fenomeno si è manifestato in modo particolarmente intenso, con un aumento della mortalità tra l’1 e il 20 agosto di circa il 190% rispetto agli anni precedenti. Al di là dell’aspetto tragico di un evento senza precedenti, quei risultati sottolineano l’importanza dei legami tra le diverse dimensioni urbane (sanitarie, sociali, contestuali) di un fenomeno di salute pubblica.

Lo studio di Cadot e Spira evidenzia come l’impatto sia stato più pesante nelle aree urbane che nelle comunità rurali, a causa della fragilità socio-economica intrinseca alle città. Vent’anni dopo, sono fenomeni ormai comuni. Non si tratta più di sapere se ci sarà una canicola estiva, in Francia o altrove, ma piuttosto di determinarne inizio e durata. Di fronte alle incertezze che circondano l’osservanza dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015, è indispensabile essere consapevoli della gravità della situazione e dell’enorme responsabilità che pesa sulle città e sui territori. Un focus sull’attività dei sindaci e delle reti internazionali degli amministratori che hanno un ruolo centrale nella vita delle nostre metropoli è ancora più sorprendente: limitare l’aumento della temperatura del pianeta è innanzitutto una sfida politica ed economica per raggiungere un bilancio neutro dei gas serra entro il 2050. 

I capi di Stato devono lavorare più che mai in stretta collaborazione con i sindaci delle grandi città globali che godono della fiducia e della vicinanza dei loro concittadini. I sindaci non sono una cinghia di trasmissione tra la vita politica nazionale e la vita locale: sono la colonna portante e i protagonisti a pieno titolo della vita politica nei nostri Paesi. La vita urbana richiede visione strategica, dinamismo, impegno e costante partecipazione della collettività.

La crescente urbanizzazione, l’esaurimento delle risorse naturali, l’inquinamento massiccio, lo stress idrico e i suoi effetti oltre a minacciare la nostra qualità di vita, mettono a repentaglio la nostra salute e l’intera catena del vivente. Il ruolo della biodiversità, della natura, dell’acqua, del bioma in ogni sua forma è al centro della vita urbana. La nascita delle grandi metropoli, lo sviluppo accelerato delle megalopoli e della loro area d’influenza – a volte fino a svariate centinaia di chilometri rispetto alle città medio piccole –, hanno sconvolto gli equilibri tra la vita quotidiana, gli spazi urbani, quelli rurali e la biodiversità.

Tratto da “La città dei 15 minuti – Per una cultura urbana democratica” (add editore), di Carlos Moreno, 18 euro, pp. 168

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club