Realtà deformataIl dibattito pubblico è impermeabile alla prova dei fatti, ma non ai putinismi

Nel corso di questi due anni di guerra, il sostegno a Kyjiv si è lentamente raffreddato. Eppure dopo il 24 febbraio 2022 nessuno, nemmeno il più fiero sostenitore della Russia, poteva avere dubbi su chi fosse l’aggressore e chi l’aggredito

AP/Lapresse

Questo è un articolo del numero speciale di Linkiesta Paper, pubblicato in occasione del secondo anniversario della guerra in Ucraina. In edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. È ordinabile qui.

Nel corso di questi due anni di guerra il sostegno dell’opinione pubblica italiana alla causa ucraina si è andato progressivamente raffreddando, senza dubbio anche grazie al contributo di una stampa e di una televisione apparse sin dall’inizio assai ricettive verso tutte le categorie interpretative, chiamiamole così, elaborate dal Cremlino. A cominciare, ovviamente, dal ritornello sulla “guerra per procura”, un modo sofisticato di defraudare gli ucraini persino della propria autonomia di individui e della responsabilità delle proprie scelte, riducendoli a semplici marionette degli americani.

Questa lettura accoglie di fatto il punto essenziale della propaganda putiniana, secondo cui la Russia sarebbe l’aggredito e la Nato, gli Stati Uniti, l’Occidente sarebbero gli aggressori. Una lettura in cui naturalmente non c’è spazio per l’Ucraina come soggetto autonomo, con propri diritti, propri interessi e una propria volontà, semplicemente perché per Vladimir Putin l’Ucraina non può e non deve esistere.

Per questa ragione accreditare la tesi della guerra per procura è doppiamente riprovevole, ben al di là della sua scarsa aderenza ai fatti (com’è stranoto, gli Stati Uniti davano per scontato che l’Ucraina si sarebbe arresa in pochi giorni e avevano già approntato una via di fuga per il suo presidente, Volodymyr Zelensky, ed è stato lui a svegliarli replicando seccamente: «Non mi serve un passaggio, mi servono munizioni»); non riesco a immaginare atto più vile del togliere anche l’onore del sacrificio compiuto a quei combattenti che ogni giorno danno la vita per difendere il loro Paese da un nemico tanto più potente.

Si sa che il ciclo dell’informazione consuma tutto, e ancor più il circuito dell’informazione-spettacolo. Dopo due anni, era prevedibile che nel pubblico italiano, all’iniziale indignazione, subentrasse un senso di stanchezza, per usare la formula più ripetuta in questo periodo, non sempre innocentemente.

Resta tuttavia nell’involuzione del nostro dibattito pubblico su questo argomento un gigantesco paradosso. Fino al giorno prima dell’aggressione russa sarebbe stato infatti comprensibile qualche dubbio, dinanzi a informazioni tanto contrastanti, tra chi diceva che Putin era intenzionato a invadere l’Ucraina e chi definiva simili allarmi «l’ennesima fake news americana dell’invasione russa dell’Ucraina» (come Marco Travaglio, sulla prima pagina del Fatto, giusto alla vigilia dell’invasione). Fino a quel momento, tra persone in buona fede e magari poco informate sui dettagli di vicende lontane, era anche legittimo domandarsi se non avesse qualche ragione chi parlava di una sorta di guerra civile nel Donbas, quando non addirittura di un genocidio perpetrato dagli ucraini, anziché di una guerra sporca fomentata da Putin attraverso soldati senza divisa e gang di motociclisti, ex colleghi dei servizi, terroristi e provocatori di ogni genere, inviati oltre confine al preciso scopo di appiccare l’incendio che la successiva “operazione speciale” avrebbe avuto l’incarico di spegnere.

Fino al giorno prima dell’invasione, di tutto questo si poteva legittimamente dubitare. Ma non il giorno dopo. Dopo avere visto le colonne di carri armati russi puntare direttamente su Kyjiv, nessuna persona in buona fede, per quanto poco o male informata, poteva avere più alcun dubbio su chi aveva detto la verità e chi aveva mentito, e continuava a mentire spudoratamente.

Eppure, la prova dei fatti del 24 febbraio 2022, su chi fosse l’aggressore e chi l’aggredito, non sembra avere spostato di un millimetro il dibattito italiano, dove il folto gruppo di giornalisti, politici e intellettuali Putin-comprensivi ha continuato come se niente fosse a ripetere gli stessi argomenti del giorno prima. Nemmeno gli atroci massacri di civili nelle zone occupate, le camere di tortura, gli stupri di massa, il rapimento di decine di migliaia di bambini, la rapina sistematica del grano e delle altre risorse dell’Ucraina hanno scalfito il loro racconto, in cui è sempre l’agnello a intorbidare l’acqua del povero lupo, costretto a difendersi dall’accerchiamento della Nato. Ed è davvero difficile capire quanto pesino in una simile deformazione della realtà pregiudizi politici, idiosincrasie tardoadolescenziali o calcoli e motivazioni personali di altro genere.

Questo è un articolo del numero speciale di Linkiesta Paper, pubblicato in occasione del secondo anniversario della guerra in Ucraina. In edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. È ordinabile qui.

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