La bella addormentataIl lento e complicato risveglio della difesa europea (ma è già qualcosa)

I ventisette Stati membri pianificano la produzione e l'acquisto congiunto di armi cercando di raggiungere almeno il quaranta per cento di approvvigionamento militare tramite appalti comuni entro il 2030. Ma il pacchetto finanziario di 1,5 miliardi di euro è insufficiente e non si è trovato un accordo per la mancata adozione dei defence bonds

LaPresse

Per settimane, il risveglio della Bella Addormentata, il nickname che la difesa Ue s’è guadagnata sul campo, è stato il tema sulla bocca di tutti nella bolla brussellese, capace di scompaginare giochi ed equilibri politici ora che la campagna elettorale in vista del voto del 6-9 giugno è davvero iniziata. La guerra è da due anni nel cuore del continente, la minaccia per la sicurezza per l’Ue è tangibile, e Bruxelles si desta da un lungo letargo strategico con una buona dose di ambizioni. Ma lo fa a stomaco vuoto e con la solita incapacità politica di tradurre le aspirazioni in finanziamenti concreti: gli Eurobond per la difesa evocati dal Baltico e da Parigi, infatti, cedono il passo alle briciole (1,5 miliardi di euro) messe sul tavolo a sostegno dellaumento della produzione da parte dell’industria delle armi.

Andiamo, però, con ordine. Anzitutto, mettete da parte il “Green Deal”: il prossimo mandato Ue vuole lanciare un “Security Deal”. Il copyright è del gran capo dei popolari del Partito popolare europeo Manfred Weber, convinto che «trecentotrenta milioni di americani non possono difendere oltre quattrocento milioni di europei» e che, come predetto anche da Ursula von der Leyen in corsa per la successione a sé stessa al vertice di palazzo Berlaymont, nella nuova Commissione dovrà esserci un esponente espressamente incaricato del portafoglio difesa (intesa come industria militare). Insomma, l’Europa unita vuole spendere «di più, meglio e insieme» per l’acquisto di armi; e vuole farlo, possibilmente, entro i confini del continente: quelli sintetizzati nello slogan ripetuto fino allo sfinimento in questi giorni nei palazzi della Commissione Ue sono i principali punti della strategia Ue sull’industria della difesa (nome in codice Edis) che l’esecutivo di Bruxelles ha adottato martedì 5 marzo.

Una prima assoluta in un ambito, quello militare, che è tradizionalmente appannaggio delle sovranità e dei particolarismi nazionali e quindi, a suo modo, pure un momento storico, come segnalato dalla folla delle grandi occasioni di staff e funzionari Ue assiepati nella sala stampa del Berlaymont per l’annuncio. L’obiettivo è sostenere l’espansione della manifattura europea dopo gli anni di quiete che hanno fatto seguito alla fine della Guerra Fredda, liberando più risorse economiche (attraverso un mini-fondo dedicato, Edip) e prendendo sull’acceleratore degli appalti comuni per i sistemi d’arma.

L’esempio da seguire è quello delle commesse congiunte di vaccini nell’ora più buia della pandemia, pur se con una differenza: allora era la Commissione a negoziare i contratti di fornitura con le case farmaceutiche, con missili e munizioni, invece, si limiterà a un ruolo di coordinamento dei consorzi che, su base volontaria, metteranno in piedi gli Stati membri. Proponendo, ad esempio, meccanismi di favore come l’esenzione dall’Iva per chi fa appalti congiunti: attraverso gli acquisti comuni, infatti, si vuole aggregare la domanda e fornire una prospettiva di commesse sicure su più anni a un’industria a cui è, in parallelo, richiesto di incrementare l’output.

Entro il 2030, la strategia Ue vuole che vedere l’approvvigionamento militare realizzato almeno per il quaranta per cento attraverso appalti comuni (nel 2022 la percentuale è stata solo del diciotto per cento); per quella stessa data, poi, la metà degli acquisti dovrà avvenire all’interno dei confini Ue. Un impegno che strizza l’occhio alla clausola «buy European» cara alla Francia di Emmanuel Macron, per privilegiare, perlomeno quando possibile e al di fuori delle ipotesi di emergenza, le aziende europee. Dopotutto, «se non ora, quando?», s’è chiesta ad alta voce la vicepresidente esecutiva della Commissione Margrethe Vestager, sul podio accanto al capo della diplomazia Josep Borrell e al titolare dell’Industria Thierry Breton.

Certo, l’Ue si trova a dover cucinare una strategia con gli ingredienti a sua disposizione. «Qui non abbiamo un Pentagono o un’istituzione con una forte capacità pubblica di acquisto in grado di trainare il mercato e l’industria di settore», ha ammesso Borrell, tracciando un confronto che lascia impallidire, in tempi di autonomia strategica sbandierata ma poco praticata: nel 2022 i ventisette Paesi Ue hanno speso per i rispettivi eserciti cinquantotto miliardi di euro in tutto; nello stesso anno gli Stati Uniti, in maniera centralizzata, hanno fatto quasi il quadruplo, con duecentoquindici miliardi di dollari. Stati Uniti da cui, oltretutto, l’Europa ha comprato il sessantatré per cento degli equipaggiamenti militari acquisiti tra febbraio 2022 e giugno 2023, nel primo anno e mezzo di guerra russa contro l’Ucraina; trend che adesso, nel nome del consolidamento industriale, Bruxelles vuole invertire a vantaggio dei suoi campioni, da Airbus a Leonardo.

Ecco, l’analisi del rischio è argomentata e articolata, ma si ferma appena prima di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e di infrangere uno dei più classici tabù brussellesi: fare debito comune sull’esempio del Recovery Plan “Next Generation EU” (il Pnrr, come lo chiamano gli appassionati di acronimi di italica fattura). Insomma, la montagna burocratica ha partorito il topolino finanziario: nel pacchetto della Commissione ci sono solo 1,5 miliardi di euro fino al 2027 che provengono dalle pieghe di bilancio rassettate dai leader Ue a inizio mese alla ricerca dei miliardi per sostenere le casse pubbliche di Kyjiv.

Solo due mesi fa Breton aveva indicato in cento miliardi l’investimento necessario a sostenere l’industria militare, mentre a fine febbraio la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde aveva fatto rapidamente di calcolo e individuato in settantacinque miliardi all’anno la spesa necessaria per raggiungere il due per cento per la difesa pattuito in ambito Nato (dell’Alleanza Atlantica fanno parte ventitré Stati Ue su 27). Sono le cifre, imponenti, assenti dal piano presentato dalla Commissione il 5 marzo. Per mobilitarle, Bruxelles non potrà che essere creativa, visto che il budget ordinario Ue è blindato fino al 2027.

Per ora, tuttavia, quelle capitali che evocano gli Eurobond – lo fanno Parigi, Tallinn e Varsavia in un documento congiunto -, la Commissione si è limitata a rispondere che i consorzi volontari tra Stati per l’acquisto congiunti di armi potranno emettere propri titoli del debito, ma siamo ben al di fuori del perimetro dei prestiti comuni targati Ue garantiti dai ventisette e con l’esecutivo Ue incaricato di reperire le risorse sul mercato. Il commissario all’Economia Paolo Gentiloni sfodera il solito ottimismo: «Next Generation EU», che arriva a scadenza a fine giugno 2026, ha dimostrato di essere uno schema di successo e, in quanto tale, replicabile. Adesso, poi, «la realtà stessa a dar slancio all’idea» di debito comune per la sicurezza. Una tentazione che ha già contribuito a infrangere il fronte del rigore fiscale: con l’Estonia di Kaja Kallas tra i più ferventi sostenitori dei defence bonds, la Germania vede l’asse del Baltico lasciare la pattuglia estesa di frugali che hanno, in passato, frenato le esuberanze mediterranee per una maggiore capacità di spesa europea. A fare da cane da guardia del rigore rimangono i Paesi Bassi, convinti (illusi?) che la minaccia per la sicurezza non sia paragonabile a uno shock simmetrico quale fu la pandemia. In attesa che Berlino cambi linea.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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