Altalena socialeCome sono cambiate le disuguaglianze in Italia, in Europa e nel mondo

Con la globalizzazione e la crescita dei Paesi emergenti, la porzione più povera del pianeta si avvicina sempre più a quella più ricca. Ma in molti Paesi occidentali il trend è esattamente nella direzione opposta

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Il mondo è sempre meno diseguale. Grazie alla globalizzazione, alla crescita dei Paesi emergenti, in sostanza grazie al capitalismo, aumenta, seppur lentamente, il peso economico di coloro che sono nella porzione più povera del pianeta. Il cinquanta per cento più indigente della popolazione mondiale aveva nel 2000 il 6,7 per cento di tutto il reddito globale, nel 2022 ha raggiunto il 7,6 per cento, dopo aver toccato prima della pandemia un picco del 7,9 per cento.

È una buona notizia, e la stessa tendenza alla convergenza si verifica anche nelle singole macroaree. Nell’Unione europea, dove storicamente la disuguaglianza è sempre stata inferiore a quella presente nel resto del pianeta, la metà meno ricca è passata dal percepire il 16,8 per cento del reddito totale precedente ai trasferimenti e alle tasse all’incassarne il diciotto per cento. Nell’Asia orientale la stessa quota è cresciuta dal 10,9 al 12,9 per cento, nell’Africa Sub-sahariana dal 7,6 all’8,7 per cento e in America Latina dal 7,3 al 7,4 per cento.

Questi dati sono dovuti al fatto che i Paesi con un reddito inferiore a quello medio mondiale o della propria regione sono cresciuti di più di chi partiva da livelli più alti. In Europa lo abbiamo visto chiaramente con le ottime performance dell’area ex comunista, a Est, che hanno battuto quelle della vecchia Europa Occidentale. Peccato che quasi non ce ne accorgiamo, perché all’interno dei singoli Paesi i divari sono cresciuti.

Negli Stati Uniti la metà più povera ha meno di un decimo del reddito totale, contro il 14,4 per cento del 2000 e il 16,3 per cento del 1989, anno in cui è finito un mondo e ne è iniziato un altro. Persino in Germania i meno abbienti si sono, seppur di poco, impoveriti rispetto al restante cinquanta per cento più ricco. Ma questa tendenza è ancora più evidente in Cina e in India, i due Paesi simbolo del trionfo della globalizzazione e della rivincita del Sud del mondo. Trentacinque anni fa i cinesi e gli indiani che facevano parte della metà più povera guadagnavano rispettivamente il 20,5 e il diciannove per cento dei redditi totali, nel 2022 solo il 13,1 e il 12,7 per cento.

Dati World Inequality Database, redditi precedenti la redistribuzione di tasse e sussidi

In entrambi i casi il boom ha premiato di più chi già era più facoltoso e viveva nelle province più dinamiche. In sostanza la diminuzione della disuguaglianza a livello mondiale è stata provocata soprattutto dall’avvicinamento della classe media e ricca asiatica al tenore di vita della classe media occidentale, che al contrario ha visto i propri redditi crescere meno o per nulla. L’esempio dell’Asia orientale è paradigmatico: mentre nel complesso la quota dei redditi dei più poveri cresceva, perché i cinesi accorciavano le distanze da giapponesi, sudcoreani, taiwanesi, all’interno della Cina accadeva il contrario.

Dati World Inequality Database, quota dei redditi totali. Redditi precedenti alla redistribuzione di tasse e sussidi

Questa situazione rappresenta un pericolo per la tenuta sociale dei singoli Paesi: i più poveri, per quanto vedano migliorare la propria situazione, vedono anche i più fortunati accrescere le distanze e poco importa se le statistiche sui redditi di uno Stato povero si avvicinano a quelli degli Stati vicini più ricchi. Quello che importa è il divario con i vicini di casa o, com’è più frequente, con coloro che vivono nel quartiere benestante della stessa città.  Qualcosa di simile accade anche in Europa, anche se non ovunque. In Francia, Paesi Bassi e Germania non solo la metà più povera della popolazione ha, ancora prima delle tasse e dei sussidi, una quota del reddito complessivo piuttosto alto, anche superiore a un quinto, ma nel tempo non ci sono stati enormi cambiamenti.

Al contrario in Italia si è assistito a un ulteriore impoverimento di chi già non se la cavava al meglio. Il cinquanta per cento con le minori entrate nel 1989 aveva più del venti per cento dei redditi, nel 2022 questa percentuale è scesa al quindici per cento. Non si tratta dell’effetto del nostro declino economico, la Spagna, che pure ha vissuto fasi di crisi, non ha seguito la stessa strada, e in Grecia sorprendentemente la disuguaglianza è scesa. La nostra esperienza, anche se ha ragioni molto diverse, assomiglia a quelle di Paesi dell’Est come Romania e Polonia, dove tra la fine del comunismo e il 2006-2007 la quota dei redditi nelle mani del cinquanta per cento più povero è scesa dal 26,2-28,2 per cento a circa il quindici per cento.

Dati World Inequality Database, quota dei redditi totali

Solo che l’aumento della disuguaglianza post 1989 dei Paesi ex comunisti si è accompagnata a una buona crescita complessiva, crescita squilibrata, sì, pur sempre crescita. In Italia no. Nel nostro caso è stata causata e caratterizzata dalla perdita di potere d’acquisto dei lavoratori delle mansioni a minore valore aggiunto, molto spesso stranieri. Per molti settori poveri, che pure si stavano ingrandendo, come la ristorazione e altri comparti dei servizi, tenere bassi i salari e i guadagni di chi vi lavorava è stato un tentativo di resistere, di rispondere alla stagnazione o al calo dei margini. Che a loro volta sono dipesi dalla mancata crescita della produttività. Naturalmente parallelamente nel nostro Paese c’è stato un incremento della quota di reddito in mano al dieci per cento più ricco, che sono arrivati a concentrare il 39,1 per cento dei redditi, contro il 31,5 per cento di trentacinque anni fa. La disuguaglianza italiana è così diventata maggiore di quella media europea.

Dati World Inequality Database, quota dei redditi totali. Redditi precedenti alla redistribuzione di tasse e sussidi

Questa situazione peculiare del nostro Paese rende ancora più importante la presenza di qualcosa che in Italia per lungo tempo è mancata, un sistema equilibrato di redistribuzione e di welfare. Fa la differenza, l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è di 0,44 su un massimo di uno senza trasferimenti e diventa di 0,33 se questi sono presenti.  Si deve trattare, però, di una forma di redistribuzione che aiuti chi lavora e ha sofferto più di altri la stagnazione dei salari. Perché dalla metà del primo decennio del secolo in poi ad avere incrementato di più il proprio reddito disponibile, quindi dopo la redistribuzione di tasse e sussidi, sono stati coloro che hanno tra i sessantasei e i settantacinque anni, che sono prevalentemente pensionati, i quali hanno goduto di un incremento nominale del cinquantuno per cento. Dopo di loro gli over settantacinque, +32,1 per cento.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è verificato un piccolo cambiamento. I redditi dei più giovani, di chi ha meno di quarant’anni, sono riusciti a salire di più, godendo di incrementi maggiori di quelli dei quarantenni, la categoria più svantaggiata di tutte, e dei cinquantenni. Al punto che tra 2005 e 2021 le entrate nette degli under quaranta sono aumentate del 29,7 e del 25,7 per cento.

È stato l’effetto della crescita dell’occupazione giovanile, favorita, bisogna dirlo, dalla crisi demografica e dalla scarsità di ventenni e trentenni nella forza lavoro. Si è trattato anche della timida transizione del nostro welfare da una macchina per trasferire risorse dai lavoratori ai pensionati a qualcosa di più simile a ciò che è nel resto d’Europa. Ad avere accentuato, anche se provvisoriamente, questo cambiamento sono stati i sostegni legati alla pandemia. È anche per essi che il rapporto tra il reddito disponibile del novanta per cento più ricco e del dieci per cento più povero tra chi è in età lavorativa è sceso nel 2021 a 4,6 volte, ed è del resto diminuito anche in altri Paesi.

Dati Ocse

Questo rapporto, comunque, aveva cominciato a calare già prima, probabilmente per l’aumento degli occupati e misure come la decontribuzione e il taglio del cuneo fiscale. È l’ulteriore dimostrazione di come l’intervento statale sia necessario, soprattutto quando il modello economico di un Paese provoca una crescita della disuguaglianza. Perché nonostante siamo ormai una società vecchia e sonnolenta, nonostante siamo bravi a delocalizzare la povertà agli ultimi arrivati, gli immigrati, spesso invisibili, non potremmo sopportare a lungo e in pace disparità crescenti e di livello asiatico se non sudamericano.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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