Dalla cucina alla rivoluzione Quello che le donne dicono

Il cibo è nutrimento per il corpo e spesso lo è anche per l’animo. Eppure, andando più a fondo, ci possiamo rendere conto che può essere anche la forza motrice per dei cambiamenti culturali in grado di mescolare le carte nella società

Coraggio, determinazione, cambiamento. Casa, comunità, senso di appartenenza. Fuga, permanenza, lotta, testardaggine. Parole a prima vista messe a caso, buttate giù senza un nesso apparente, ma che ritrovano senso accanto ad altre due: donne e cibo. Accoppiata, questa, che potrebbe sembrare antica quanto la storia dell’uomo e che, in effetti, lo è, ma che trova una chiave di lettura diversa quando andiamo a immergerci nell’intricato dedalo delle storie di donne, che hanno provato a cambiare le carte in tavola, partendo proprio da quelle parole: il coraggio, il cambiamento, la comunità e il cibo. 

«Quando ero solo una bambina, mi piaceva gridare fuori dal finestrino del treno il mio nome e sentirne l’eco. Sapevo che il mio nome un giorno sarebbe stato udito da tutti» Il ricordo è quello di Asma Khan, una delle chef più conosciute in Inghilterra e proprietaria del Darjeeling Express, tra i ristoranti indiani migliori di Londra. La sua, per un po’, è stata una vita simile a quella di tante sue connazionali, nate in una parte di mondo in cui il ruolo della donna è fatto di regole scritte sulla pietra, difficili da contrastare e, forse, anche da comprendere. Una vita da secondogenita la sua, iniziata senza festeggiamenti, perché «in India quando nasce una bambina non si festeggia, se nasci donna è una disgrazia», non un qualcosa da celebrare con i fuochi d’artificio.

Gli studi come avvocato, il trasferimento a Londra e poi l’incontro con il cibo come strada da seguire, come strumento per la costruzione di un qualcosa di diverso e fuori dai soliti binari. «Il cibo è la nostra storia orale, sono le nostre radici, è il nostro Dna. Ogni occasione – morte, nascite, matrimoni – riguarda il cibo e l’alimentazione delle persone. È simbolico. Non puoi separarlo dalla cultura». Asma comincia a cucinare e da lì ricostruisce su suolo inglese una nuova comunità di identità e donne indiane. Sono solo loro a cucinare nel suo ristorante, attraverso il ripetersi di gesti e consuetudini che ritrovano un modo diverso per rappresentarsi e rappresentare una cultura lontana. Oggi Asma ha costituito anche un’associazione benefica che celebra la nascita delle secondogenite, proprio per dare a loro e alle famiglie un punto di vista differente e quasi rivoluzionario, e riuscire a ripartire dalla determinazione femminile.

 

Stessi punti li ritroviamo anche nella storia di Cristina Martinez, messicana che ha attraversato il deserto per arrivare a Philadelphia con l’obiettivo di costruire una vita diversa per lei e per sua figlia. Quella di Cristina è una storia dolorosa, fatta di un matrimonio a diciassette anni con un uomo che conosceva solo il linguaggio delle botte e delle umiliazioni, ma che le ha dato la forza di voler cambiare le cose, partendo proprio dal cibo e dalle tradizioni gastronomiche della sua famiglia.

Negli Stati Uniti Cristina comincia a preparare e vendere il barbacoa, una pietanza messicana antica quanto le popolazioni precolombiane, dove la carne di agnello viene cotta in un forno a terra con le foglie di agave. Lo fa con una forza e un coraggio che le vengono trasmessi dalla sua identità culturale e con la voglia di cambiare destino: e non solo il suo, ma anche quello di tante persone che si trovano nella sua stessa situazione. Cristina è senza documenti e, attraverso i suoi piatti, costruisce una comunità di immigrati, dando loro voce e consapevolezza. Dal cibo alla coscienza politica il passo è breve ed è la dimostrazione di come la tavola possa diventare fulcro di pensiero e di ritrovo. 

«Sono diventata pescatrice dopo la scomparsa del mio unico figlio in mare, quando prese una canoa artigianale con ottanta dei suoi amici per andare in Europa a cercare una vita migliore. Senza figli la donna non ha nulla socialmente ed economicamente, e questo è ciò che ha reso la scomparsa di mio figlio un innesco per dimostrare alla nostra comunità che abbiamo tutti gli stessi diritti umani, economici e sociali» Lei è Yayi Bayame Diouf, prima donna pescatrice del Senegal, che a Dakar ha creato un’associazione contro l’emigrazione clandestina, la Coflec, tutta al femminile, composta da 375 donne. Donne che hanno perso figli, mariti e fratelli in quell’esodo tragico che insanguina ogni giorno le acque del Mediterraneo. E ha messo in piedi un programma, con l’obiettivo di frenare questa piaga e creare nuove forme di sostentamento, tra cui, appunto, quello dell’allevamento e della commercializzazione dei mitili, con un modello replicabile in altri luoghi lungo la costa senegalese.

Il mare che si prende la vita. Il mare che ridà la vita. Donne forti, che cercano una ricostruzione, partendo proprio da ciò che il mare offre. Le cozze diventano così un motivo per restare. Loro, le donne di Coflec, si sono specializzate nella produzione dei sottoprodotti delle cozze: i gusci utilizzati come fertilizzanti, il liquido di cottura che diventa un brodo messo in commercio come fosse un dado insaporitore, le zuppe pronte. Dall’Europa all’Africa, in un ponte costruito per unire e realizzare un percorso di comunanza di valori e obiettivi.

Tre storie diverse, che però hanno diversi punti in comune e una base di partenza che è la stessa: il cibo che dà forza e nutrimento, in tutti i sensi.

Questo articolo fa parte di “A Spicchi”, il progetto di Petra e Molino Quaglia. Qui il link per l’iscrizione alla newsletter mensile, da condividere con gli appassionati della pizza.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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