Durabilità Il capo d’abbigliamento più sostenibile è quello che hai già nell’armadio

La lunghezza del ciclo di vita di una giacca, un maglione o un paio di pantaloni non riguarda solo la performance. Alcuni brand partono dal principio, disegnando solo prodotti che possano essere indossati spesso (e per tanto tempo). Anche in questo caso, quindi, la semplicità del design è un valore aggiunto

Courtesy of Uniqlo

Non c’è capo d’abbigliamento più sostenibile di quello che non si ha bisogno di comprare: una massima tanto lapalissiana da risultare quasi una banalità, eppure il concetto di durabilità sta diventando uno degli argomenti chiave in termini di ricerca e sviluppo da parte dei brand. Benché non ci siano ancora ricette universali per allungare la vita dei capi, metodologie di misurazione oggettive e standard di durabilità, la direzione sembra essere chiara: le aree di intervento sono il design, che deve tenere conto non solo dell’estetica, ma anche delle occasioni d’uso e della possibile vita di un capo una volta che lascia lo store, senza dimenticare i materiali impiegati. 

La durabilità dei capi tecnici
Uno studio condotto dallo Sports Tech Research Center della Mid Sweden University in collaborazione con Gore, società che produce dai tessuti ad alte prestazioni ai dispositivi medici impiantabili e proprietaria del brand Gore-Tex, si è posto come obiettivo quello di mettere a punto un metodo scientifico per indagare la durabilità dei capi. La finalità dell’indagine è prevalentemente quella di arrivare alla definizione di una metodologia universale per confrontare la durata o, detta in termini accademici, la propensione relativa al fallimento delle giacche idrorepellenti e traspiranti attraverso un protocollo. 

La procedura si divide in tre fasi: l’identificazione e la verifica delle cause comuni di fallimento basate sull’uso reale, la conduzione di test di durata in laboratorio basati sulle suddette debolezze per valutare e confrontare la durabilità relativa e, infine, la definizione di soglie minime di performance per differenziare in modo significativo la durabilità delle giacche idrorepellenti e traspiranti. L’obiettivo finale è prevenire che il loro decadimento avvenga troppo presto: incentivare la realizzazione di prodotti più resistenti è il primo step per sostenere l’economia circolare e un consumo ed una produzione tessile più sostenibili. 

Gore, che dalla sua può contare su un archivio sconfinato di brand che utilizzano i suoi tessuti idrorepellenti (Patagonia, Helly Hansen, Fjallraven, Peak Performance, Millet e Burton solo per citarne alcuni) ha permesso allo studio di valutare sedici giacche a guscio e analizzare i seguenti fenomeni: la permeabilità all’aria non cambia significativamente nel tempo mentre l’idrorepellenza, la resistenza alla penetrazione dell’acqua e la traspirabilità diminuiscono con il passare degli anni. Quindi, per far sì che la vita di questi gusci si allunghi, poniamo il caso attraverso il mercato second hand, occorrerebbe poter fare affidamento su criteri di valutazione oggettiva per determinarne il prezzo in un contesto di resell. 

Questo test pilota è liberamente accessibile a tutti e potrebbe essere replicato per altre categorie di prodotto nel settore dell’abbigliamento, in modo da poter dare un riferimento oggettivo per quello che riguarda la vita di un prodotto e la fiducia che il consumatore second hand, ad esempio, può riporre in quell’acquisto in termini di performance. Non solo: alcune indagini hanno evidenziato che l’ottantasei per cento dei consumatori dell’Unione Europea desidererebbe avere informazioni sulla durata dei prodotti: avere un dato da comparare permetterebbe un confronto diretto in termini di durabilità, sia dal punto di vista economico che ecologico. Le istituzioni, da parte loro, avrebbero strumenti più puntuali per valutare il mercato, stabilire i requisiti minimi di durata e incentivare miglioramenti.

La durabilità non riguarda solamente la performance di un capo
Uniqlo è un brand di abbigliamento giapponese che è stato fondato nel 1984 e che, dalla sua costituzione, si è posto un obiettivo ben chiaro: realizzare prodotti di alta qualità progettati sulle esigenze di vita dei consumatori e accessibili per tutti. L’estetica minimale giapponese ha fatto il resto e, sui siti di resell, non è infrequente imbattersi in capi realizzati per l’apertura dei primi store in Giappone: vestiti di quarant’anni fa con un logo diverso ma con un’estetica e una resistenza che superano a pieni voti la prova del tempo. Un risultato non da poco per un marchio che possiamo definire democratico e che ha basato il proprio modello di business sull’estetica senza tempo e sulla qualità, organizzando l’intera supply chain intorno alle esigenze del consumatore.

«Se pensiamo il nostro processo produttivo come un diagramma, al centro vi troviamo il consumer», spiega Kazumi Yanai, direttore del board e senior executive officer del gruppo proprietario Fast Retailing co., ltd durante l’annuale conferenza che Uniqlo organizza per i propri stakeholder. “Nel lato destro del diagramma troviamo la supply chain che viene organizzata in base ai risultati degli audit e delle analisi condotte, sui consumatori per produrre abiti che siano prima di tutto in linea con le loro esigenze, e sui nostri dipendenti e fornitori in modo da non produrre troppo o troppo poco ed essere in grado di consegnare in maniera puntuale i drop di prodotto. Nel lato sinistro infine è riassunto quello che succede al prodotto una volta che lascia lo store e arriva nelle mani dei consumatori: per quanto tempo verrà usato, da chi? Verrà utilizzato solo da una persona o magari ceduto in un secondo momento a familiari o amici? Potrà essere riciclato? Oppure potrà entrare a far parte di una delle nostre iniziative di riuso, come quella che destina gli abiti dismessi ai rifugiati? Il nostro obiettivo è quello di creare un loop per i nostri prodotti che sia il più lungo possibile», continua. 

Per perseguire l’obiettivo di un ciclo di vita longevo è cruciale progettare i capi in modo tale che le persone li vogliano indossare a lungo, magari tramandare di generazione in generazione: una prospettiva questa molto giapponese. La filosofia che sta dietro a quello che da Uniqlo viene chiamato Lifewear è quella di disegnare solo prodotti che possano essere indossati spesso e per lungo tempo. Questo si traduce in capi pensati per un uso quotidiano e progettati intorno alle esigenze di tutti i giorni, che contengano dettagli ingegnosi – riecco l’heritage giapponese che gioca un ruolo cruciale nell’attenzione ai dettagli nano e micro – e siano realizzati con materiali di qualità come cashmere, cotone organico e utilizzando nuove tecnologie come nel caso della collezione Airism (realizzata con tessuti premium dal punto di vista della traspirazione). 

Più semplici sono i prodotti, e più sono adattabili allo stile di chiunque. Questo dal punto di vista del design, da quello del prodotto in sé il brand conduce periodicamente dei test grazie ai quali è in grado di migliorare i propri prodotti di punta, come le camicie Oxford o il classico piumino cento grammi. «Le nostre fabbriche sono organizzate per realizzare periodicamente degli stress test», continua Kazumi Yanai: «I prodotti vengono stressati per valutare il la loro resistenza in termini di rottura e lacerazione ad esempio, oppure per indagarne l’impermeabilità, sottoponendo i capi a sperimentazioni in cui sono esposti all’acqua in quantità e pressione variabile, una prova che realizziamo anche per quanto riguarda la tenuta all’acqua delle zip. Altri test riguardano invece la temperatura corporea che le giacche sono in grado di mantenere». 

Uno dei pezzi di riferimento di Uniqlo è senza dubbio l’Ultra light down compact jacket, quello che comunemente viene chiamato piumino cento grammi e che è responsabile di buona parte della fama e della reputazione del brand. «Negli anni abbiamo condotto moltissime indagini, ascoltando le impressioni dei nostri clienti», integra Masahiro Ikari, development manager per le linee uomo e donna Uniqlo U e parte dell’Innovation center di Parigi del gruppo Fast Retailing (Fricp). «Il problema principale riscontrato con la generazione zero di Ultra light down compact jacket, ad esempio, riguardava la fuoriuscita delle piume, che abbiamo risolto testando nuovi materiali, provando nuove tecniche di cucitura fino ad arrivare ad impiegare la termonastratura. Questo ha permesso ai nostri key piece di durare di più, non abbiamo dei dati relativi all’aumento della durabilità, ma la qualità di questo prodotto è molto alta anche comparata allo standard di prodotti simili».  

Riuso, riciclo e upcycling: le altre strade per allungare la vita dei prodotti 
La sala dove si svolge il panel è al secondo piano dell’edificio che ospita lo store Uniqlo di Regent Street, il più grande e il primo ad aver aperto nel Regno Unito, nel 2022, le stazioni di riparazione e upcycling Re.Uniqlo. Nel basement, che ospitava un ex barbiere storico del cuore di Londra di cui conserva ancora pavimenti e lampadari, ci sono infatti tre stazioni a cui i consumatori si possono rivolgere per riparare i capi del brand, personalizzarli con dei ricami, oppure trasformarli in qualcos’altro grazie alle tecniche di upcycling. I prezzi sono contenuti e i tempi di attesa piuttosto corti: con tre sterline e un quarto d’ora si può vedere ripristinato il proprio maglione preferito sul quale era comparso un buco ad esempio.

«L’obiettivo di un’iniziativa come Re.Uniqlo è che nessun abito venga buttato via», spiega Wioletta Staaf, senior manager sustainability communications per l’Europa di Uniqlo. «I nostri piani d’azione prevedono trasformazioni tramite upcycling, riuso attraverso la raccolta degli abiti dismessi che poi doniamo grazie ad iniziative realizzate in collaborazione con l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) e riciclo, che può avvenire da abiti ad altri abiti oppure da abiti a qualcos’altro. Il nostro store giapponese di Maebashi Minam ad esempio è stato isolato climaticamente utilizzando un materiale ricavato da abiti riciclati». 

Quella sulla durabilità è una riflessione imprescindibile per i brand, ma lo è anche per i consumatori: comprare abiti che possano rimanere con noi per lungo tempo dovrebbe essere universalmente considerato un valore, da privilegiare rispetto ai trend transitori del momento. Una prospettiva che, soprattutto nelle società occidentali, abbiamo sicuramente perso di vista ma che potrebbe portare enormi benefici in termini ambientali.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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