Sotto il giogo moscovitaI sovietici non hanno liberato l’Estonia, l’hanno occupata

Nel 1944 l’Unione ha riconquistato la Repubblica baltica, sottraendola così alle truppe naziste che la controllavano. Non significa però che l’Armata Rossa abbia avuto un’influenza positiva nel Paese

Wikimedia Commons

Per chi ha vissuto nella Repubblica Socialista Sovietica Estone, e per i loro figli e nipoti, pensare che i sovietici abbiano liberato il loro Paese sembra una follia. Per loro, l’Estonia è stata vittima di un’invasione. Ce lo ricorda una volta di più l’avvicinarsi di una data tragica nella storia della Repubblica baltica: il 25 marzo, giorno in cui, nel 1949, l’esercito sovietico ha deportato più di ventimila cittadini estoni nei Gulag della Siberia. Il ricordo di quelle operazioni è ancora vivido nella memoria collettiva degli estoni.

L’idea della deportazione di massa nacque da Iosif Stalin in persona: i Kulaki, ossia quei contadini relativamente benestanti, con altri braccianti alle loro dipendenze che in Estonia erano numerosi, rappresentavano una minaccia per il successo economico dell’Unione Sovietica, e andavano quindi eliminati. Allo stesso modo, Mosca voleva estirpare i gruppi paramilitari indipendentisti – i cosiddetti Fratelli della Foresta –, che per ovvi motivi erano pericolosi per la stabilità sovietica.

Il 29 gennaio 1949 Stalin firmò un protocollo segreto, chiamato Operazione Priboi (Operazione Onda, in italiano), che prevedeva la deportazione di ventinovemila famiglie (per un totale di ottantasettemila persone) dalle tre Repubbliche baltiche. A quel punto, la russificazione delle aree rurali ormai spopolate sarebbe stata un’impresa facile per il governo, che avrebbe così potuto controllare i Baltici senza intoppi. 

Il ricercatore dell’Istituto estone per la memoria storica Meelis Saueauk spiega a Linkiesta che oggi sono noti i nomi di ventitremila vittime estoni del regime, e che in realtà gli assassinati sono ancora di più.

Eppure, i numeri sembrano non bastare come prova che i sovietici in Estonia tutto sono stati tutto meno che liberatori. Quest’anno è ricorso l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti di marzo – che causarono più di cinquecento vittime civili – e il Ministero degli Affari Esteri estone ha pubblicato un tweet per l’occasione. Inaspettatamente, o forse no, nei commenti si è creata un’accesa discussione sul fatto che i Sovietici sarebbero da ricordare non come forze occupanti, ma liberatrici. 

Il ragionamento si baserebbe sul fatto che nel ’44 l’Estonia era occupata dai nazisti, e che gli attacchi dell’aviazione sovietica sono effettivamente stati la ragione dietro la ritirata tedesca dalla Repubblica baltica. Questo però non basta a dire che l’Unione Sovietica sia stata una presenza positiva per gli estoni. La percezione, in realtà, è proprio di essere passati da un totalitarismo all’altro.

È evidente, per esempio, nell’organizzazione del Museo Vabamu delle Occupazioni, a Tallinn, dove i due regimi sono accostati e raccontati parallelamente l’uno all’altro. L’Estonia non è un caso isolato: anche a Budapest, Riga e Vilnius, per citare solo alcuni esempi, i musei dedicati alla storia nazionale del secolo scorso parlano sempre di occupazioni, al plurale. Le motivazioni dietro questa scelta hanno come fondamento storico il patto – segreto – Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939 tramite cui Unione Sovietica e Germania stringevano di fatto un’alleanza (poi violata dal Reich con l’Operazione Barbarossa). 

Saueauk racconta come questi protocolli abbiano avuto un ruolo decisivo nella storia delle repubbliche baltiche: «A partire da ottobre 1939, i sovietici decisero di stabilire delle basi militari nei Baltici, e quelle stesse basi si sono trasformati nell’anno seguente in moderni cavalli di Troia: dal 1940, quando l’Unione occupò a tutti gli effetti le Repubbliche baltiche, divenne impossibile resistere ai suoi ultimatum proprio a causa delle truppe presenti nei nostri territori già da un anno, che non ci davano modo di resistere militarmente agli invasori».

Tra il 1939 e il 1944, l’Estonia tentò in diverse occasioni di ripristinare la propria indipendenza. In particolare, a settembre 1944 il presidente ad interim Jüri Uluots nominò Otto Tief primo ministro e capo del governo della Repubblica Estone. «Si trattava di un tentativo di sfruttare il vuoto di potere lasciato dai nazisti in ritirata, prima dell’arrivo dei sovietici», spiega Saueauk. «Il piano non funzionò: uno dei primissimi compiti della polizia sovietica nell’Estonia occupata fu proprio arrestare tutti i membri del nuovo governo. Uluots e tre dei suoi ministri furono gli unici che riuscirono a fuggire, fondando in Svezia il governo in esilio». La repressione del tentativo di realizzazione nazionale estone è una delle tante dimostrazioni di come i sovietici non entrarono in Estonia per liberarla dai nazisti, ma per espandere la loro area di influenza. 

Oltre alla Svezia, numerosi altri Stati occidentali hanno sostenuto il governo estone in esilio, riconoscendo l’Estonia come territorio annesso illegalmente all’Unione. Le attività diplomatiche dei funzionari estoni (e non della Repubblica Socialista Sovietica Estone) sono state  riconosciute all’estero sino al 1991 in segno di rispetto e solidarietà con i nazionalisti pro-indipendenza dello Stato baltico. 

Chi sostiene la tesi dei Sovietici liberatori, poi, cita la ricostruzione della città di Narva (che comunque era stata distrutta proprio dall’Armata Rossa), nella parte nord-orientale del Paese. Dopo aver ripreso il controllo della città, l’Unione diede inizio a un processo di ricostruzione, ma questo fu, a voler essere buoni, approssimativo e parziale – tant’è vero che la città vecchia è tutt’oggi in attesa di essere riqualificata. Nel 1953 i pochi edifici ripristinati, tra l’altro, erano stati costruiti in uno stile brutalista che non rispecchiava affatto l’architettura della città pre-guerra e toglieva valore storico e appetibilità dal punto di vista turistico a Narva. 

«La possibilità di ricostruire almeno in parte la città esisteva, ma fu rifiutata consapevolmente dalle autorità sovietiche», spiega ancora Saueauk. «L’intera regione doveva diventare un enclave economico coloniale dove produrre energia per Leningrado e armi nucleari». E continua: «Ci chiedete se ringraziamo i sovietici per averci liberati dai nazisti, ma come potremmo essere grati all’Unione Sovietica per aver distrutto la nostra città e averne ricostruita sì una nuova, ma dove non siamo più stati i benvenuti? Non che alla città nuova, di Narva, fosse rimasto qualcosa di più che il nome e macerie dei nostri palazzi antichi».  

Effettivamente Narva, dopo la caduta dell’Unione Sovietica tutto sembrava meno che una città estone: se prima della seconda guerra mondiale la popolazione estone nella città costituiva il sessantacinque percento del totale, nel 1991 la stessa percentuale era scesa al quattro percento. Narva venne colonizzata dai russi etnici dopo le deportazioni di massa, e i suoi abitanti – anche chi non era stato portato in Siberia – furono esiliati. 

Narva non è un caso isolato in Estonia: si stima che durante i decenni di occupazione sovietici il Paese abbia perso il venti percento della sua popolazione a causa delle politiche del regime. Oggi l’Istituto estone per la memoria storica si impegna per dare dignità a queste vittime, nominadole una a una – al momento se ne sono identificate ventiduemila – affinché non si trasformino in statistiche sterili. 

 

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