A ogni costoQuesta guerra non ha mai riguardato solo l’Ucraina

Prima l’Occidente riconoscerà il suo coinvolgimento nel conflitto in Europa orientale, maggiore sarà la possibilità di garantire l’unica pace possibile

AP/Lapresse

Questo è un articolo del numero speciale di Linkiesta Paper, pubblicato in occasione del secondo anniversario della guerra in Ucraina. In edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. È ordinabile qui.

«I partner occidentali ci hanno aiutato a sopravvivere. E penso che potrebbero aiutarci ancora di più, in modo che possiamo vincere», ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in una recente intervista a Channel 4 News. Da parte sua, invece, il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato un duro avvertimento a uno degli Stati della Nato, affermando: «Se la Lettonia continua a maltrattare gli appartenenti alla minoranza russa come se fossero dei maiali, dovrà affrontarne le conseguenze aspettandosi di essere ricambiata». Queste due citazioni, apparentemente slegate, riassumono l’attuale panorama della guerra russa contro l’Ucraina e forniscono una visione d’insieme della situazione in cui ci troviamo attualmente e del percorso che stiamo seguendo.

Da un lato, Kyjiv ha ottenuto un notevole successo nel suo tentativo di rivendicare il controllo sul Mar Nero, neutralizzando il 20 per cento delle forze navali russe e permettendo la tranquilla esportazione del grano ucraino: fino a oggi, oltre settecento navi da carico sono partite dai porti ucraini, attraversando il corridoio umanitario del Mar Nero in assoluta sicurezza. Dall’altro lato, però, la controffensiva di terra condotta durante l’estate dalle truppe ucraine non ha raggiunto il traguardo dichiarato di liberare la parte meridionale del Paese, attualmente sotto occupazione russa. L’obiettivo previsto, ovvero il raggiungimento del confine amministrativo della Crimea al fine di isolare la penisola, si è infatti rivelato impossibile da raggiungere.

Il ritardo dell’Occidente, che non ha rifornito tempestivamente l’Ucraina degli equipaggiamenti militari essenziali, unito a una persistente carenza di munizioni per l’artiglieria, ha involontariamente consentito alla Russia di rafforzare la propria linea del fronte. Mosca ha utilizzato questo tempo per costruire estese fortificazioni, trincee e campi minati. Cosa particolarmente rilevante, gli Stati Uniti hanno consegnato solo in autunno, e in numeri ridotti, i missili tattici avanzati e l’esitazione tedesca nel fornire missili Taurus ha aggiunto ritardo a ritardo. Inoltre, il protrarsi dell’attesa per l’arrivo degli F16 ha costretto l’Ucraina ad avviare una controffensiva senza poter provvedere le sue truppe di terra di un’adeguata difesa aerea. Le ripercussioni di questi ritardi hanno mostrato chiaramente le sfide che l’Ucraina deve affrontare per rispondere efficacemente al conflitto in corso: ci troviamo infatti di fronte a una guerra di posizione che rischia seriamente di trasformarsi in una situazione di stallo, in cui nessuna delle due parti può prevalere in modo decisivo sull’altra.

Davanti a questa realtà, i media occidentali parlano di “stanchezza da guerra” mentre si moltiplicano le voci che chiedono l’avvio di negoziati tra la Russia e l’Ucraina. Alcuni affermano che Kyjiv, riconoscendo le sue limitate possibilità di vittoria definitiva, avrebbe dovuto spingere fin dall’inizio per la via negoziale. Altri suggeriscono invece un cambio di strategia da parte dell’Ucraina, che dovrebbe abbandonare l’obiettivo massimalista di liberare tutti i territori occupati concentrandosi piuttosto sulle tattiche difensive necessarie a impedire che la Russia conquisti altri territori. Questo approccio, ritengono i sostenitori di questa tesi, finirebbe per costringere Putin a sedersi al tavolo dei negoziati.

Dopo due anni di guerra, ci troviamo proprio là dove la strategia occidentale – intenzionalmente o meno – ci ha collocato: in una situazione in cui l’Ucraina non riesce a liberare altri territori e la Russia non è, a sua volta, in grado di avanzare. Questo scenario avrebbe già dovuto costringere Putin al tavolo dei negoziati. Tuttavia, questo non si è verificato. E non si verificherà neppure in futuro, per una semplice ragione: per il presidente russo una soluzione negoziale non è mai stata un’opzione.

Putin non si accontenterà di nessun esito che non sia una sua completa vittoria, ovvero l’assoggettamento dell’intera Ucraina. Il motivo è semplice: con ogni probabilità, un qualsiasi negoziato non porterebbe ad altro che a una specie di Minsk 3, ovvero un accordo di cessate il fuoco che avrebbe come conseguenza un congelamento del conflitto. L’Ucraina non riconoscerà mai ufficialmente l’appartenenza alla Russia dei suoi territori perduti, così come nel 2014 non ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea. Allo stesso modo, la Georgia non ha riconosciuto l’indipendenza dell’Abkhazia o dell’Ossezia del Sud, l’Azerbaigian non ha riconosciuto l’indipendenza del Karabakh e la Moldavia non ha riconosciuto l’indipendenza della Transnistria. Di conseguenza, secondo il diritto internazionale, questi territori continueranno a essere considerati, rispettivamente, come parte dell’Ucraina, della Georgia, dell’Azerbaigian e della Moldavia.

Nel caso di un eventuale accordo Minsk 3 (ovvero cessate il fuoco e congelamento del conflitto), l’Occidente non potrà revocare le sanzioni se l’accordo non prevederà il ritiro graduale delle truppe russe quantomeno dai territori occupati nel 2022. Nel periodo dal 2014 al 2022, la rimozione delle sanzioni imposte dall’Occidente alla Russia era condizionata all’attuazione del accordo Minsk 2, che richiedeva il ritiro delle truppe di Mosca dalla regione del Donbas. Putin sa perfettamente che le sanzioni persisteranno a lungo e che sarà estremamente difficile riportare le risorse energetiche della Russia verso i mercati occidentali dopo che l’Occidente avrà imparato a funzionare anche facendone a meno. L’economia russa ha dimostrato di essere resistente di fronte alle sanzioni occidentali, grazie anche alla decisione del governo di creare un’economia di guerra e di aumentare drasticamente l’attività produttiva dell’industria militare. Ma se dopo un eventuale cessate il fuoco Putin continuasse a sostenere la crescita economica attraverso la produzione di armi, questo suggerirebbe che si sta preparando per una nuova guerra nel prossimo futuro. E se invece, al contrario, dovesse porre fine all’economia militare, metterebbe inevitabilmente a repentaglio l’intero sistema economico e, di conseguenza, anche il suo stesso potere.

Si capisce quindi come sia soprattutto Putin a porsi obiettivi molto ambiziosi, perché crede che non ci sia altra via d’uscita per lui che una vittoria totale. Non è l’Occidente, infatti, a rifiutarsi di cercare una risoluzione del conflitto, ma è piuttosto Putin, con il suo approccio massimalista, a costringere l’Occidente a escludere l’idea del negoziato.

Inoltre, dal momento che percepisce la debolezza dell’Occidente, dimostrata dall’incapacità di fornire tempestivamente un gran numero di armi all’Ucraina e dallo stallo in corso al Congresso degli Stati Uniti sulla decisione di approvare per il 2024 una fornitura di aiuti militari all’Ucraina per un valore di 61 miliardi di dollari, Putin sta adottando una sua tattica abituale: inasprire ulteriormente i rapporti attraverso dichiarazioni piene di minacce contro i Paesi che fanno parte della Nato. Non è un caso che stiano aumentando gli avvertimenti dei funzionari e dei servizi di intelligence occidentali su una possibile aggressione russa contro gli Stati baltici.

Il 23 febbraio 2022, gran parte delle persone nei Paesi occidentali non credevano che Putin il giorno successivo avrebbe lanciato un’invasione su larga scala dell’Ucraina. Eppure, è successo. Se Trump dovesse vincere le prossime elezioni presidenziali statunitensi, Putin, contando sul fatto che gli Stati Uniti non si affretterebbero forse ad aiutare un alleato militare europeo, potrebbe sentirsi tentato di colpire un Paese della Nato per mandare in frantumi l’articolo 5 del trattato («Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le Parti», ndr) e quindi l’integrità dell’organizzazione.

La guerra russa contro l’Ucraina non ha mai riguardato solo l’Ucraina. La posta in gioco è la sicurezza europea. Prima l’establishment politico e le società occidentali riconosceranno questa realtà, maggiori saranno le possibilità di garantire la pace nel nostro continente. Pertanto, è giunto il momento di trasformare il famoso “as long as it takes” [finché servirà] in “whatever it takes» [qualsiasi cosa serva] per garantire che l’Ucraina vinca la sua ultima (si spera) battaglia per l’indipendenza e la libertà.

Questo è un articolo del numero speciale di Linkiesta Paper, pubblicato in occasione del secondo anniversario della guerra in Ucraina. In edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. È ordinabile qui.

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