The monuments (wo)menIl coraggioso lavoro dei musei ucraini nel recuperare (e conservare) le tracce dell‘occupazione russa

La cultura ha acquisito un ruolo centrale nella resistenza ucraina, fornendo sostegno morale e spirituale alla popolazione e contribuendo a definire l'identità nazionale in un momento di grave crisi. La sicurezza delle collezioni è minacciata dai bombardamenti, ma dopo anni di oblio causato dai russi, gli artisti ucraini sono riconosciuti a livello internazionale

AP/Lapresse

Dall’indipendenza dell’Ucraina del 1991 fino all’invasione russa su vasta scala del 24 febbraio 2022, i musei ucraini non hanno subito grandi cambiamenti. Milena Chorna, esperta d’arte con oltre vent’anni di esperienza, che si autodefinisce «una bambina museale», ha descritto così la situazione dei musei in Ucraina: «Erano simili a piccole città feudali che comunicavano tra loro, ma senza grande entusiasmo, incontrandosi di tanto in tanto per corsi di formazione. Le cause di questa situazione erano in parte il passato sovietico, varie dinamiche interne e la paura di perdere le proprie collezioni. La comunità museale è molto chiusa. Tuttavia, il 2022 ha dimostrato quanto rapidamente abbiamo realizzato di poter contare solo sui colleghi nei territori più sicuri. Le persone erano abbandonate a loro stesse. Con i russi sotto le finestre dei musei, i protocolli non hanno funzionato. La comunità museale ucraina ha dovuto reagire rapidamente, si è unita ed è rimasta coesa fino ad oggi».

D’altra parte, anche sul mercato internazionale l’expertise ucraina risultava assente o persino deliberatamente trascurata. «L’arte ucraina era invisibile. Solo l’invasione su larga scala ha fatto sì che ci notassero all’estero. In precedenza, erano i russi a impedire alla voce artistica ucraina di farsi strada nelle istituzioni internazionali. Per queste realtà, la prospettiva ucraina non era considerata una priorità. Ora i russi hanno perso la loro legittimità e la situazione è mutata», afferma Tetiana Filevska, direttrice creativa dell’Ukraine Institute.

Oggi i musei internazionali si sono aperti maggiormente verso i contenuti ucraini, e gli specialisti sono invitati a lavorare all’estero, partecipando a vari stage e programmi. La domanda di restauratori, curatori ed esperti in vari campi supera l’offerta presente sul mercato ucraino. Inoltre, i musei all’estero stanno ora esaminando attentamente le proprie collezioni, rivedendole per scoprire se alcuni oggetti possano appartenere al patrimonio culturale ucraino. «Questo rappresenta un lavoro di vasta portata che noi definiamo la decolonizzazione nei musei. Stiamo elaborando una guida alla decolonizzazione in collaborazione con l’Associazione Museale del Regno Unito. Sarà un documento che aiuterà i musei stranieri a identificare il patrimonio ucraino, a catalogarlo e a gestirlo», aggiunge Filevska.

È importante riconoscere il sostegno fornito dalla comunità museale internazionale all’esplosione della guerra su vasta scala. Molti musei hanno inviato ai loro colleghi ucraini materiali per imballare le opere d’arte, attrezzature 3D per l’archiviazione e, successivamente, per il restauro quando considerato necessario. «Nei primi giorni della guerra, abbiamo ricevuto chiamate di supporto da colleghi polacchi, baltici, tedeschi, americani, che offrivano il loro aiuto. Un enorme ringraziamento a tutti loro. Siamo entrati nell’arena internazionale, sfortunatamente a causa della guerra, ma ora siamo diventati amici. Il livello di fiducia nella sfera museale ucraina e con i partner internazionali è molto alto», racconta Chorna.

Dalle collaborazioni internazionali sono scaturite mostre come “The eyes of storm”, che presenta capolavori del modernismo ucraino esposti in città europee, e la mostra “Incrocio”, che esplora mille anni di storia condivisa tra l’Ucraina e la Svezia, da Yaroslav il Saggio fino all’epoca cosacca del XVIII secolo, esposta nel Museo dell’arma svedese.

Nonostante l’avvio di numerosi progetti congiunti e l’apertura dell’Occidente verso l’Ucraina, i musei continuano a fronteggiare una serie di sfide legate alla sicurezza e a un’enorme mole di lavoro. Il rischio che un museo, e di conseguenza la sua collezione, venga distrutto dai bombardamenti rappresenta la minaccia più evidente. Tuttavia, esistono altre sfide, come la necessità di conservare i beni museali in condizioni ambientali particolari e in luoghi appositamente attrezzati. Attualmente in Ucraina non esiste un luogo completamente sicuro. E, dato che la guerra su vasta scala prosegue ormai da due anni, i protocolli esistenti devono essere aggiornati e adattati. È necessario trovare nuovi formati e concetti per proseguire il lavoro. Anche la carenza di personale specializzato rappresenta una delle sfide principali da vincere.

Oltre alle già gravose responsabilità quotidiane per garantire la sopravvivenza, i musei si trovano ora di fronte all’ulteriore compito di raccogliere e preservare gli artefatti relativi alla guerra in corso. «Valuto molto positivamente l’impegno dei colleghi che oggi si dedicano alla raccolta dei materiali legati a questa guerra. Infatti, subito dopo la liberazione di una città o di un villaggio, gli operatori dei musei si recano sul posto insieme agli artificieri per raccogliere e conservare oggetti che testimoniano l’occupazione russa del territorio. È necessario agire rapidamente perché i cittadini cercano di disfarsi di questi oggetti il più velocemente possibile, quasi volessero purificarsi», spiega Chorna. Da questo impegno è nata anche la mostra “Ucraina-Crocifissione”, allestita al Museo nazionale della storia della Seconda guerra mondiale, di cui Milena è diventata promotrice.

Gli oggetti esposti sono stati raccolti nelle regioni di Kyjiv e Chernihiv nei primi giorni di aprile 2022 e rappresentano le atrocità della guerra russo-ucraina. «Quando ho iniziato a lavorare a questa mostra, mi sono resa conto che doveva essere riconosciuta a livello internazionale. Di conseguenza, il nostro lavoro ha ottenuto due importanti premi europei nel settore museale», aggiunge. L’esperta racconta che, durante una conversazione con la giuria del premio Luigi Micheletti, uno dei professori spiegò che il motivo per cui nei musei italiani ci sono così pochi artefatti cartacei relativi all’era di Mussolini: la raccolta di tali materiali era iniziata troppo tardi.

Un altro compito cruciale per i musei è la digitalizzazione delle opere. Fino al 2019, i musei erano obbligati a mantenere un registro cartaceo, ma non uno digitale. Inoltre, la consueta mancanza di fondi impediva l’acquisto di strumenti adeguati. Attualmente, il ministero della Cultura sta completando un nuovo progetto per una banca dati su una piattaforma che permetterà di caricare dati essenziali su ogni opera. I server saranno forniti dall’Unesco. Avere un registro digitale facilita il tracciamento delle opere. Ora, considerando l’enorme numero di musei saccheggiati dai russi nei territori occupati, la digitalizzazione diventa indispensabile. «È difficile stimare cosa e quanto abbiamo perso, data l’assenza di una banca dati centralizzata», afferma Chorna. «Quando è iniziata l’invasione, colleghi e direttori di musei, come quello di Kupiansk, ad esempio, hanno tentato di nascondere nel miglior modo possibile oggetti del patrimonio ucraino come ricami, tappeti originali e documenti. Questo perché gli oggetti sarebbero stati distrutti dai russi, che non li consideravano neanche degni di essere saccheggiati, dato che rappresentano l’Ucraina, un paese per loro inesistente».

Nonostante la guerra non sia ancora conclusa, Chorna nutre grandi speranze per il mondo museale ucraino: «Abbiamo compreso che ciò segna la fine di una vecchia Europa. Le regole stabilite dopo la seconda guerra mondiale non hanno retto. Gli ucraini possiedono un’esperienza museale unica. Fin dall’inizio dell’invasione, combattendo contro il male assoluto, siamo riusciti a preservare molto senza un significativo aiuto esterno. Grazie ai contatti con musei internazionali e a questa esperienza senza precedenti, potremmo creare qualcosa di veramente grandioso. Gli ucraini sono estremamente creativi».

Tetiana Filevska, la direttrice creativa dell’Ukraine Institute, sottolinea l’importanza cruciale della cultura in questo momento storico: «Dopo l’invasione, la cultura ha riconquistato il suo spazio. È profondamente integrata in tutti i processi che si svolgono nella società. Non possiamo superare questa guerra esistenziale senza solidi punti di riferimento, che troviamo nella cultura. È proprio essa che aiuta l’individuo a rispondere alle domande esistenziali su chi sia e da dove attingere forza». Gli ucraini hanno ritrovato la forza anche nella cultura. Nonostante i continui bombardamenti, vengono organizzate mostre, pubblicati libri, aperte nuove librerie; artisti e scrittori partono per il fronte a combattere, scrivendo testi che aiutano a superare i giorni difficili. Non vi è più dubbio che, da questa guerra, l’Ucraina emergerà più forte, seppur ferita, ma vittoriosa.

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