Sferzante determinazioneIl metodo Napolitano e la democrazia parlamentare europea

Lo storico presidente della Repubblica è stato eurodeputato dal 1989 al 1992, giocando un ruolo chiave nel facilitare il dialogo tra i membri del Parlamento europeo e nel promuovere una visione europeista, sia durante il periodo della Carta dei diritti che durante i negoziati per il Trattato di Lisbona

LaPresse

Giorgio Napolitano è stato deputato europeo dal 1989 al 1992 e cioè negli anni che sono stati caratterizzati dalla caduta del Muro di Berlino e dal negoziato sul Trattato di Maastricht, anzi sui trattati, dato che quel negoziato riguardava sia il passaggio dalle Comunità all’Unione sia la definizione dei pilastri intergovernativi sullo spazio di libertà, sicurezza e giustizia e sulla politica estera sia la realizzazione dell’unione economica e monetaria. Esercitando come consentito dai trattati e dalle norme europee il doppio mandato nazionale ed europeo, Giorgio Napolitano fu un importante ponte fra la dimensione parlamentare italiana e quelle comunitaria sia nei dibattiti alla Camera sulle questioni europee che nei lavori del Gruppo al Parlamento europeo mentre si preparava la formale adesione dei comunisti italiani alla famiglia del socialismo europeo.

Da deputato italiano partecipò alle assise interparlamentari di Roma nel novembre 1990 che contribuirono all’avvio delle conferenze intergovernative in vista del Trattato di Maastricht sostenendo l’esigenza – contestata dalla delegazione francese guidata da Laurent Fabius – che i membri delle assise dialogassero fra di loro come appartenenti a famiglie politiche europee e non come delegazioni nazionali e votassero la dichiarazione finale secondo coscienza e non a nome di un astratto interesse nazionale. Questa scelta di metodo – politica e non tecnica – consentì di raggiungere un ampio consenso su un testo che oseremmo definire di ispirazione federalista.

Eletto alla presidenza della Camera in una delle fasi più turbolente della vita politica italiana lasciò il Parlamento europeo non dimenticando il suo impegno europeo sia nelle relazioni politiche internazionali sia quando assunse l’incarico di ministro degli Interni sia quando fu eletto nel 1995 presidente del Movimento europeo in Italia per rimanervi fino all’ingresso al Quirinale nel 2006 e per ritornarvi da presidente onorario nel 2015.

Nel 1999 scelse solo la via del Parlamento europeo pur potendo mantenere fino al 2002 il doppio mandato e, dove aver presieduto la prima seduta dell’Assemblea nel luglio 1999, la sua prima decisione fu quella di candidarsi alla presidenza della commissione affari istituzionali (creata su proposta di Altiero Spinelli nel gennaio 1982 con il solo mandato di scrivere un nuovo trattato) chiedendo di chiamarla “commissione affari costituzionali”.

La quinta legislatura 1999-2004 fu caratterizzata in primo luogo dalla elaborazione della Carta dei diritti su iniziativa prima del Forum permanente della società civile – come rete di organizzazioni non governative promossa nel 1995 dal Movimento europeo internazionale con il sostegno determinante di Giorgio Napolitano in quanto presidente del Movimento europeo in Italia e di Rita Suessmuth presidente del Bundestag ma in quanto presidente del Movimento europeo tedesco – e poi dal governo tedesco che propose nel dicembre 1999 ai quindici governi europei e al Parlamento europeo di creare un organismo ad hoc, che il Consiglio avrebbe voluto chiamare in inglese Body e in francese Enceinte, che decise autonomamente di chiamarsi Convenzione.

Come sappiamo la Convenzione – di cui erano membri parlamentari europei e nazionali, rappresentanti dei governi e della Commissione in un dialogo costante con le organizzazioni non governative e i sindacati riuniti in un “gruppo di contatto” – elaborò un progetto, lo sottopose al giudizio del “gruppo di contatto” e adottò a Biarritz sotto presidenza francese un testo definitivo che teneva conto delle osservazioni critiche del “gruppo di contatto” in vista della sua proclamazione solenne tel quel a Nizza a dicembre 2000.

L’unico ostacolo frapposto dai governi o almeno da una maggioranza dei governi fra cui quello britannico di Tony Blair fu la pretesa che la Carta non fosse giuridicamente vincolante e così fu fino al Trattato di Lisbona con gli opting out concessi a britannici, polacchi e cechi.

Dopo la Carta ci fu la Convenzione sull’avvenire dell’Europa concepita dalla Dichiarazione di Laeken nel dicembre 2001 che avrebbe dovuto essere presieduta da Jacques Delors a cui Jacques Chirac preferì Valery Giscard d’Estaing per evitare di averlo come concorrente alle elezioni presidenziali francesi.

Per incomprensibili manovre interne al Gruppo Socialista, Giorgio Napolitano non fu scelto come membro della Convenzione ma ne seguì i lavori come “osservatore” attento, come presidente e relatore della Commissione affari costituzionali e come oratore in numerosi interventi in aula durante i lavori della Convenzione e poi quando i governi, tradendo l’impegno sul testo sottoscritto secondo il principio del consenso nel giugno 2003, decisero di scarnirlo eliminando i già limitati passi in avanti a cui avevano acconsentito nella Convenzione per trasformarlo in quello che Giuliano Amato chiamò un ermafrodita.

Nei suoi interventi in aula Giorgio Napolitano ha via via criticato i compromessi al ribasso nella Convenzione ed ha poi sferzato implacabilmente la via riduttiva dei governi fino alle demolizioni consentite dalla presidenza italiana sottolineando puntigliosamente le differenze sostanziali fra il metodo della Convenzione sulla Carta e quello della Convenzione sul trattato-costituzionale in cui i governi usano un potere di interdizione dentro la Convenzione difendendo il principio del consenso esercitando poi un potere di decisione esclusivo nella Conferenza intergovernativa.

Con la stessa puntigliosità e con la stessa determinazione sferzante, Giorgio Napolitano è tornato a Strasburgo da presidente della Repubblica per sottolineare enfaticamente il valore innovativo del ruolo esercitato dal Parlamento europeo nell’elaborazione e nell’approvazione del “Progetto Spinelli” e l’atto di disprezzo della democrazia parlamentare e popolare quando i governi decisero di abbandonare il pur modesto trattato-costituzionale ratificato da diciassette parlamenti e accettato in due referendum (Spagna e Lussemburgo) per scegliere la via pattizia di un trattato intergovernativo.

Tutti coloro che tifano a favore del metodo della Convenzione in vista della revisione dei trattati dovrebbero leggere attentamente i discorsi parlamentari di Giorgio Napolitano nella quinta legislatura europea e poi quelli a Strasburgo da presidente della Repubblica riflettendo sui rischi di ripetere l’esperienza vissuta fra il 2002 con l’inizio dei lavori della Convenzione e il 2009 con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona dopo i due referendum irlandesi evitando di sostenere la tesi secondo cui non c’è futuro per l’Europa (federale) se non sarà convocata una Convenzione di revisione dei trattati.

Noi crediamo che ci siano ancora le condizioni per preparare il terreno politico europeo a sostegno di una iniziativa nel prossimo Parlamento europeo nel caso altamente probabile in cui i governi decidano di affidare il futuro dell’Europa a una decima conferenza intergovernativa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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