Campo minatoIl periodo nero di Viktor Orbán

L’Ungheria si trova a fronteggiare un nuovo scandalo ai piani alti della sua leadership politica mentre il Paese rimane sempre più isolato a livello internazionale, e soprattutto in Europa

AP/Lapresse

Forse questa volta Viktor Orbán è stato preso in contropiede. Da anni traccia l’identikit dei nemici del nazionalismo ungherese con grande minuzia: i politici europei (nella figura di Jean-Claude Juncker prima e Ursula von der Leyen poi), i migranti, gli attivisti per i diritti Lgbtqi+, la stampa libera. Ogni volta che c’è stato bisogno di distrarre l’opinione pubblica dai problemi del Paese, attaccava uno degli antagonisti prescelti e buttava la palla in tribuna. Questa è sempre stata la ricetta dell’autocrazia elettorale ungherese. E lo si è visto soprattutto negli ultimi dodici mesi, quando Budapest ha registrato il tasso d’inflazione più alto d’Europa, con picchi vicini al venticinque percento. La colpa in questo caso è stata attribuita a Bruxelles che bloccava i fondi a causa del mancato rispetto dello stato di diritto.

Con i nemici di sempre Orbán sa come comportarsi: si difende attaccando, provoca, la butta in caciara. Deve invece essersi trovato spiazzato quando pochi giorni fa Péter Magyar, un uomo di Fidesz, un suo uomo, ha diffuso una registrazione che proverebbe la corruzione – e il relativo tentativo di insabbiamento – di alcuni alti funzionari del Governo. Avvocato, diplomatico a Bruxelles per l’Ungheria, dirigente di alcune importanti aziende statali, Magyar un tempo faceva parte del cerchio magico di Fidesz.

Il matrimonio con Judit Varga, ex ministra della Giustizia, nasce in seno al partito di Governo: i due sono stati presentati da Gergely Gulyás, il capo di gabinetto di Orbán. Parliamo quindi della cerchia più ristretta intorno ai centri di potere di Budapest. L’audio diffuso da Magyar coinvolge proprio l’ex moglie, che ha raccontato come alcuni alti funzionari governativi avrebbero tentato di insabbiare delle prove per coprire il loro ruolo in alcuni affari illeciti. Viene chiamato in causa Antal Rogán, responsabile delle comunicazioni del Governo e dei servizi segreti del Paese. La registrazione dimostrerebbe che alcune persone vicine a Rogán avrebbero manipolato le prove.

Una vicenda che ha dato una certa popolarità all’ex diplomatico ungherese e che potrebbe far nascere un nuovo progetto politico. Il 15 marzo, nel giorno della festa nazionale, Magyar ha tenuto un discorso contro il Governo e a favore dell’Europa, dimostrando una certa determinazione di fronte alle migliaia di persone che si erano radunate per le strade di Budapest. Un’anomalia nel panorama politico ungherese.

Lo scandalo legato alla corruzione non è però la prima grossa seccatura che Orbán ha dovuto affrontare negli ultimi mesi. A febbraio sono state costrette alle dimissioni due figure del suo Governo a lui molto vicine: l’ex Presidente Katalin Novák e l’ex Ministra della giustizia Judit Varga. La vicenda in questo caso è ancora più delicata: nel 2023 Novák ha concesso la grazia a un uomo implicato in uno scandalo di abusi sessuali sui bambini e Varga ha firmato quell’atto. Le dimissioni sono arrivate dopo le crescenti pressioni da parte di cittadini e opposizioni.

Anche se alcuni uomini vicini al leader potrebbero finire nei guai, è improbabile che questi episodi possano minacciare la stabilità del Governo. Però le crepe che si stanno aprendo all’interno di Fidesz iniziano a diventare sempre più evidenti. L’Ungheria di Orbán non è mai stato un modello di integrità ma la permeabilità alla corruzione nei ruoli di potere apicali del sistema ungherese sta diventando difficile da gestire. Il tutto mentre Budapest non vive un momento brillantissimo nemmeno in politica estera.

Il tentativo di ricatto messo in atto nei confronti di Bruxelles, con il quale sperava di vincolare il via libera sugli aiuti in Ucraina allo sblocco di ulteriori fondi per l’Ungheria, non è andato a buon fine. Orbán ha perso lo scontro con la Commissione e ad oggi, dopo l’elezione di Tusk in Polonia, è sempre più isolato. La Slovacchia del filorusso Fico ha posizioni molto vicine a quelle ungheresi ma il peso politico è differente e se il 6 aprile dovesse essere eletto Presidente l’europeista Korčok, l’alleanza verrebbe ulteriormente depotenziata.

Ci sarebbe Meloni, ma con la leader italiana ultimamente i rapporti si sono un po’ raffreddati per vari motivi. Ultimo in ordine cronologico è il caso di Ilaria Salis, l’attivista accusata di avere aggredito due militanti di estrema destra trattenuta da tredici mesi a Budapest in condizioni disumane, che sta mostrando la debolezza del Governo guidato dai patrioti di Fratelli d’Italia nei confronti dell’Ungheria. La premier italiana, co-Presidente di Ecr, non ha inoltre ancora sciolto le riserve sull’ingresso di Fidesz nel gruppo.

Meloni si è costruita un’immagine di leader affidabile e atlantista ed è in ottimi rapporti con von der Leyen. Accogliere Orbán nei Conservatori creerebbe più di qualche imbarazzo in virtù delle posizioni filorusse dell’Ungheria, unico Paese europeo ad essersi complimentato con Putin per la vittoria nelle elezioni farsa di due settimane fa. Con le elezioni europee alle porte Fidesz si trova quindi ancora senza una famiglia politica.

C’è poi la questione Stati Uniti. Già da un po’ di tempo il leader ungherese ha deciso di schierarsi apertamente con Donald Trump e recentemente è volato a Mar-a-Lago dal tycoon. Una visita che ha irritato Biden, che non ha esitato a definirlo un «aspirante dittatore». Budapest ha scommesso tutto su Trump e se dovesse vincere Biden rischierebbe di non avere rapporti con gli Stati Uniti anche per i prossimi quattro anni. Rimangono Pechino e la storica alleata Russia.

Non un gran periodo per Orbán quindi, anche se la sua leadership non sembra in discussione e il sistema autocratico che ha costruito in Ungheria gli permette ancora di controllare saldamente la stampa e i principali centri di potere di Budapest. Qualche crepa in questo sistema inizia però a vedersi e la sensazione è che il leader abbia sottovalutato i problemi all’interno del suo partito e del suo Governo. Un errore che non potrà più permettersi o le crepe rischieranno di diventare strutturali.

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