Sculture viveLa storia dei Frankenstein floreali di Jennifer Latour

Truccatrice ed esperta di effetti speciali per l’industria cinematografica, l’artista canadese ha iniziato a dedicarsi alla fotografia durante la pandemia. Ora le sue creazioni handmade sono conosciute in tutto il mondo: «Combino ciò che è naturale e lo trasformo in qualcos’altro», racconta a Linkiesta Etc

photo by Jennifer Latour

Jennifer Latour è un’artista canadese, fotografa autodidatta, che si è imposta sulla scena internazionale dopo il lockdown grazie alle sue fotografie di “Frankenstein” floreali. Latour era prima del 2020 nota a livello internazionale per la sua infinita carriera nel mondo del cinema quale truccatrice e specialista di effetti speciali. L’isolamento forzato le ha dato il tempo e la possibilità di dare forma alla sua creatività anche nella fotografia, realizzando la sua serie Bound Species che le è valsa l’attenzione della critica e del pubblico, tanto da farla entrare nella scuderia della prestigiosa galleria londinese The Open Doors.

In un’era di intelligenza artificiale e strumenti digitali sofisticati, uno degli elementi più impressionanti della pratica di Jennifer è che ogni nuova “specie” ritratta è creata a mano. Bound Species richiama, cita e reinterpreta in un modo originalissimo maestri del passato del calibro di Karl Blossfeldt e Joan Fontcuberta. Nella lunga intervista che ci ha concesso abbiamo indagato il suo lavoro, al di là dell’impatto estetico, cercando di esplorare il legame tra natura, realtà e finzione e il ruolo della fotografia e dell’immagine al giorno d’oggi.

Wild Flower, photo by Jennifer Latour

Cosa hai studiato, e in che senso sei autodidatta? In fotografia?
Ho sempre avuto un’immaginazione ipercreativa, quindi imparare a usare la macchina fotografica è stato molto naturale. In realtà, ho studiato Scienze sociali al college ed è stato solo quando vivevo e lavoravo in Europa nel 2006 che ho iniziato a sperimentare la fotografia. Lavoravo infatti nell’industria cinematografica come truccatrice per effetti speciali e l’esperienza di trovarmi in incredibili set cinematografici, oltre a viaggiare in diversi paesi, mi ha ispirato a iniziare a utilizzare la fotografia come mezzo per testare le mie idee e creazioni.

Prima delle tue foto sulle sculture di verdure (2020), ho letto che eri già una fotografa. Che soggetti fotografavi?
Prima del 2020, facevo fotografia per gli amici e un po‘ di fotografia di moda. Non era nulla che potesse pagare le bollette all’epoca, ma mi divertiva conciliare la fotografia con il mio lavoro nell’industria cinematografica. Ancora oggi il cinema è il mio lavoro principale. Forse un giorno potrò concentrarmi solo sulla fotografia, ma attualmente mi diverto molto a fare entrambi i lavori: tiene la mente attiva ed è stimolante!

Come hai avuto l’idea per queste sculture floreali che sono al centro del tuo successo come fotografa?
Durante il primo lockdown nel 2020, trovandomi bloccata a casa per la prima volta nella mia vita, ho avuto il tempo di iniziare a sperimentare tutte le idee e i progetti che avevo accumulato negli anni, senza mai trovare il tempo per svilupparli. Per mesi e anni avevo sognato giganteschi fiori che crescevano dal suolo e dal pavimento intorno a me; ho perciò iniziato a pensare a un modo per dar loro vita. Una volta che ho realizzati i primi due, sono rimasta coinvolta e quasi sconvolta: sono così frustranti e, allo stesso tempo, divertenti da realizzare. Il mio impegno è diventato proprio quello di creare un equilibrio impossibile tra parti vegetali provenienti da molte piante e fiori diversi. Questo equilibrio a volte riesce immediatamente, quasi in modo naturale. Altre volte, invece, ci vogliono ore prima che sia soddisfatta di una composizione anche perché, come puoi immaginare, le mie sculture si sgretolano facilmente. A volte ciò accade proprio prima di scattare la foto: è un’esperienza di concentrazione e pazienza infinite!

Bound Species, photo by Jennifer Latour

Quindi, l’imprevedibilità è un aspetto importante ed essenziale del tuo lavoro. Come la accetti, dato che il tuo lavoro è molto focalizzato sulla creazione di un nuovo “ordine” tuo?
Molte cose mi guidano nella creazione delle forme; a volte è una scultura che ho visto, un sogno che ho fatto, una creatura che ho osservato in un film o anche un semplice insetto. Quindi è vero che parto dal mondo che mi circonda e che mi ispira per creare il mio “ordine”, o meglio la mia immaginazione. Tuttavia, ogni volta che inizio con un disegno o ho un’idea chiara su cosa voglio creare, accade sempre che il lavoro prenda una propria strada, quasi autonomamente. Ma in fondo anche questo è creatività e fa parte dell’ispirazione del lavoro. A pensarci bene mi piace non prevedere mai completamente come si bilancerà un’opera fino a quando non la inizio e quel brivido di quel qualcosa che deve sempre essere aggiustato per farla funzionare, ovvero restare in piedi. Se tutto ciò è bello da dirsi, ci tengo però a tornare sull’idea che questa intrinseca imprevedibilità è proprio la causa della frustrazione della mia arte.  Non sai quante volte capita che il risultato non mi piaccia e che quindi semplicemente non voglia fotografarlo. Altre volte, invece, non riesco a fotografare le mie “creature” perché, anche se bellissime, hanno una vita molto breve prima di crollare su se stesse.

Qual è il rapporto tra gli effetti speciali e il tuo lavoro?
Il mio lavoro nel cinema riguarda principalmente il trucco per effetti speciali, il che significa in sostanza “attaccare” pezzi di silicone o lattice di schiuma ai corpi degli attori (principalmente visi). È tutto un lavoro trasformativo e di trasformazione: ai miei occhi sia il trucco per gli effetti speciali che le sculture floreali non sono cose così differenti. Faccio la truccatrice nel cinema da molti anni, quindi quando ho iniziato a giocare con i fiori, farli bilanciare insieme è sembrato così naturale, e credo davvero che sia stato il mio lavoro negli effetti speciali a condurmi a questa nuova forma di espressione artistica.

Backyard, photo by Jennifer Latour

Per questo finzione e natura sono due elementi che coesistono nel tuo lavoro e dai quali non ti stacchi mai?
Non posso fare a meno di guardare la natura, la vita e ogni cosa con il desiderio di unire insieme più elementi, solo apparentemente eterogenei e divergenti. Io sono il mio lavoro o meglio la mia creatività è il mio lavoro: in me questa pulsione di unire i pezzi si trasforma proprio in un gesto fisico: il mio è un lavoro concreto, reale, che si tocca, anche se alla fine ciò che rimane è solo un’immagine, ma è un’immagine di una realtà “complessa” a cui ho dato vita. Dal reale al reale. Dalla natura alla mia immaginazione che prende forma e vive per brevi istanti davanti a me.

Usi solo piante native del luogo in cui realizzi l’opera?
Sì, uso tutto ciò che posso trovare disponibile nella città e nel paese e in quella stagione particolare. Io combino ciò che è naturale e lo trasformo in qualcos’altro.

C’è un messaggio ambientale nel tuo lavoro, o sono le tue opere una sorta di Frankenstein, un’ode al genio e alla creatività umana?
Nel mio lavoro cerco di riflettere l’interconnessione della natura, ricordandoci che tutte le specie su questa terra sono contemporaneamente legate dalle loro somiglianze e dalle loro differenze, e perciò lo siamo anche noi.

Shapeshifter, photo by Jennifer Latour

Fotografia digitale e post-produzione che ruolo hanno nel lavoro finito?
Il mio lavoro è principalmente fotografato con la mia macchina fotografica digitale, ma ho opere create anche con pellicola. Ogni foto, sia su pellicola che digitale, passa attraverso photoshop per regolare l’illuminazione e pulire l’immagine, rimuovendo elementi a terra o nel cielo che tolgono importanza alla scultura, perché, alla fine, ciò che veramente mi interessa è fermare e forse documentare la scultura da me creata con tanta fatica.

Recentemente hai realizzato degli scatti in bianco e nero, dopo anni di colori: ci spieghi questo passaggio?
Ho sempre pensato al mio lavoro a colori, solo recentemente ho provato per curiosità nel post-produzione a realizzare scatti in bianco e nero, anche perché erano scatti non ambientati nella natura, ma con uno sfondo di velluto color senape e, quando trasformate in bianco e nero, hanno assunto un’atmosfera completamente diversa rispetto alla composizione a colori. Le immagini in bianco e nero hanno evidenziato davvero le forme e hanno conferito alle foto nel complesso un aspetto più classico e scultoreo. Perciò posso dire che è stato un progetto a sé, che mi ha dato grandi spunti di riflessione.

Shapeshifter, photo by Jennifer Latour

Il tuo lavoro ha una forte componente di land-art, sbaglio?
Domanda sfidante. Ho lasciato alcune specie all’aperto e in questo senso sì è vero vado inconsapevolmente a creare una forma minimale di land-art. Vorrei che le mie sculture durassero di più nella natura, ma sfortunatamente hanno una breve durata. Tuttavia, mi piace pensare che qualche persona possa averle viste e scoperte. Perciò, nel 2024, ho in programma di realizzare opere più grandi nella natura che dureranno molto di più.

Cosa pensi delle immagini generate dall’intelligenza artificiale?
Non posso negare che l’immaginazione necessaria per mettere insieme i comandi sia notevole. Alcune delle immagini mi lasciano senza parole quando penso a quanto sarebbe difficile crearle praticamente… e io ne so qualcosa! È incredibile cosa si possa creare in così poco tempo. Ne vedo il potere, ma non posso fare a meno di pensare al danno che potrebbe causare agli artisti e ai tecnici in futuro. Voglio dire, ha già iniziato a togliere lavoro, quindi spero solo che ci sia abbastanza spazio per tutti noi per continuare a creare e che non finisca paradossalmente per appiattire tutto e ridurre la creatività umana!

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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