Anche i vinti vinconoLa guerra tra nazioni come guerra civile internazionale

In una lezione del 1973 al Collège de France, il filosofo e storico liberalista, Raymond Aron, discuteva strategie e tecniche della gestione del potere e studiava capisaldi del pensiero politico che si sarebbero rivelati universali. Le sue lezioni sono raccolte e pubblicate in “Teoria dell’azione politica” (Marsilio)

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In termini politici, potremmo dire che la guerra tra le nazioni è diventata parte integrante di una guerra di classe internazionale. Quanto meno, questa era la situazione nella quale abbiamo vissuto fino a una data recente. È possibile che ne siamo usciti. Se per buona fortuna siamo davvero usciti dal tempo in cui le guerre internazionali sono parte integrante di una guerra civile internazionale, saremmo allora alla fine di un periodo storico e sarebbe venuto il momento di scrivere un libro. Supponiamo di essere veramente in questa situazione favorevole: sarebbe allora giunto il momento di comprendere – come Clausewitz aveva tentato di fare dopo le guerre della Rivoluzione francese e dell’impero – ciò che abbiamo vissuto nel corso degli ultimi cinquanta o sessant’anni, ossia il movimento dialettico combinato della guerra tra le nazioni e di una guerra civile internazionale.

Clausewitz aveva intravisto il legame tra la rivoluzione e la guerra, ma non attraverso la guerra partigiana: era infatti troppo conservatore per auspicare che la guerra partigiana divenisse una guerra rivoluzionaria. Aveva sì constatato che i controrivoluzionari vandeani e i contadini spagnoli facevano la guerra gli uni contro i repubblicani, gli altri contro le truppe francesi, ma, dato che voleva servire il proprio re, non smise mai di insistere sul conservatorismo delle masse prussiane per tentare di convincere i dirigenti della Prussia che era possibile armare i contadini senza correre il rischio di una rivoluzione. Clausewitz stesso aveva tentato di respingere le obiezioni che i militari professionisti avevano avanzato immediatamente nei confronti della concezione della piccola guerra fatta da civili, nei confronti dunque della sua concezione, dicendo al re di Prussia: «Sire, non temete: vedete quanto sono soddisfatti i vostri contadini, quanto sono tranquilli i borghesi. Bisogna essere irragionevoli come i vostri consiglieri per immaginare che il popolo prussiano possa diventare rivoluzionario». Ma la prospettiva attraverso la quale aveva intravisto il legame tra la rivoluzione e la guerra era diversa.

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Nella nostra epoca, il processo in atto è diverso da quello di cui Clausewitz è stato osservatore e testimone. Ridotto ai suoi elementi essenziali, è press’a poco il seguente. Innanzitutto, la grande guerra del 1914 è iniziata come una guerra tradizionale del sistema interstatale europeo. Quando si rileggono i testi dell’epoca, è sorprendente constatare che la maggioranza degli Stati maggiori delle rispettive parti pensava che la guerra non sarebbe durata a lungo. C’era unanimità su questa previsione. Alcuni fini e informati esperti di economia affermavano che la guerra sarebbe stata necessariamente breve perché l’economia moderna non avrebbe potuto sopportare delle guerre prolungate. Nessuna delle due parti aveva pensato, né tanto meno preparato, una guerra di lunga durata ed entrambe improvvisarono un’economia di guerra dopo lo scoppio delle ostilità. Solo pochi osservatori perspicaci avevano intuito che un’economia industriale, in tempo di guerra, avrebbe permesso una mobilitazione considerevole delle risorse e che di conseguenza, in assenza di un’immediata vittoria decisiva da una parte o dall’altra, avrebbe reso possibile il protrarsi delle ostilità.

È stato proprio il protrarsi delle ostilità a creare il terreno per la rivoluzione russa, con l’arrivo al potere di un partito destinato a cambiare radicalmente la situazione europea. Infatti il Partito bolscevico, una volta giunto al potere, denunciò tutti i belligeranti, tanto gli imperi centrali quanto le potenze alleate dell’Occidente, considerati espressione di uno stesso sistema imperialista. La rivoluzione venne pertanto a combinarsi con le rivalità tra gli Stati europei. Esisteva ora uno Stato che si avvaleva di un’ideologia, rivendicando di essere un sistema politico profondamente diverso, e che dava alla sua rivalità con gli altri Stati un significato di classe. Per riprendere il vocabolario hegeliano di cui ho parlato, il Partito bolscevico volle essere l’incarnazione dell’universale, dell’idea rivoluzionaria, del proletariato, e si impose in quanto tale all’insieme degli altri Stati europei, tutti considerati come Stati imperialisti, tutti ugualmente colpevoli di una guerra in cui l’Europa ingoiava i suoi figli e le sue migliori risorse.

Il Partito bolscevico, una volta impadronitosi dello Stato, fu costretto a riconoscere la specificità delle relazioni interstatali. È questa la ragione per cui esso ristabilì molto rapidamente la discriminazione nelle relazioni tra Stato e Stato in base al principio della loro sovranità assoluta, da un lato, e nelle relazioni tra partito e partito, dall’altro: il Partito bolscevico, padrone dell’Unione Sovietica, da una parte, e il resto del mondo, considerato come imperialista, dall’altra. Questa distinzione, checché se ne dica, continua a esistere anche oggi nel modo più netto e talvolta anche spettacolare. Per esempio, Brežnev, segretario del Comitato centrale del Partito bolscevico dell’Urss, ha ricevuto Marchais, segretario generale del Partito comunista francese, due o tre settimane prima di ricevere Pompidou, il presidente della repubblica francese, paese capitalista e imperialista. Prima Brežnev ha firmato un comunicato assieme a Marchais, che comportava il linguaggio ordinario della denuncia, poi ha ricevuto Pompidou, con il quale ha firmato un comunicato nel linguaggio ordinario delle relazioni diplomatiche e civili tipiche dei rapporti fra Stati. Brežnev non vi vede probabilmente nessuna malizia. In ogni caso, questa discriminazione fa parte degli obblighi inevitabili del segretario generale di un partito che da un lato, continua a pretendere di compiere, almeno verbalmente, una missione universale e, dall’altro, governa uno Stato tra gli altri. A rigore, si potrebbe concepire che il presidente della repubblica francese vi veda un atto di malizia, ma egli ha preferito non darvi importanza e ciascuno è libero di pensare, a seconda delle sue preferenze o intuizioni, che il ritualismo sia nella firma apposta da Brežnev al comunicato con Marchais, oppure in quella apposta al documento firmato con Pompidou. Se si vuole essere ancora più sottili, si è liberi di dire che in entrambi i casi si tratta di un ritualismo che acquista significato solo in determinate circostanze.

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Come mostrano tutte le esperienze storiche, i periodi di guerre civili sono anche periodi di guerre tra gli Stati. Chi tra voi conosce l’opera di Sorokin sa che gli studi statistici da lui condotti confermano con delle cifre quella lezione storica, che cioè i grandi periodi di conflitti tra Stati sono contemporaneamente grandi periodi di conflitti interni. Ora, a me sembra che a partire dal 1914 noi abbiamo vissuto, con una rapidità straordinaria, un intreccio di guerre civili e guerre internazionali con alla fine un rovesciamento delle relazioni delle forze rispettive degli Stati. In questo senso, il periodo 1914-1917 comprende simultaneamente la scomparsa degli imperi coloniali francese, inglese, olandese e belga, l’ascesa dell’Unione Sovietica a uno dei primi posti nell’equilibrio mondiale e la trasformazione degli Stati Uniti in potenza dominante: in breve, la sopravvivenza dei grandi imperi terrestri e la scomparsa di tutti gli imperi creati al di là dei mari. Questa storia tumultuosa della politica presenta comunque, rispetto agli altri periodi di grandi crisi storiche, un’originalità. Essa consiste nel fatto che, pur attraverso catastrofi belliche e rivoluzionarie, l’economia si è sviluppata con una velocità senza precedenti, a un punto tale che mi è capitato di opporre, in un saggio, la storia intesa come dramma alla storia intesa come processo, cioè come sviluppo progressivo dell’industrializzazione del pianeta.

Il contrasto tra questi due aspetti simultanei della storia – il dramma politico e il processo economico – si è rivelato in un noto fenomeno: la capacità dei vinti di ottenere la vittoria. In un’altra epoca, la vittoria economica del Giappone e, in misura minore, della Germania occidentale, sarebbe stata inconcepibile. Ne risulta che, nella nostra epoca, ci sono tre tipi di strategia che dovrebbero trovare posto in una teoria d’insieme: li chiamerò rispettivamente strategia economica, strategia militare e, al di sopra dell’una e dell’altra, strategia politica.

Tratto da “Teoria dell’azione politica” (Marsilio), di Raymond Aron, traduzione di Alberto Folin, a cura di Giulio De Ligio e Alessandro Campi, pp. 320, 22€

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