Adattarsi La pesca del futuro in un Mediterraneo sempre più caldo

La gestione delle aree protette deve considerare la nuova mappa della migrazione ittica. Inoltre, è necessario abbandonare le attività che producono scarti e CO2. I pesci cambiano e le acque si scaldano: l’essere umano non può fare altro che adeguarsi, mettendo in primo piano la protezione dell’habitat marino e correggendo tutta la filiera

AP Photo/LaPresse

I mari stanno diventando sempre più caldi e la pesca, inevitabilmente, dovrà provare ad adattarsi alla nuova realtà prodotta dalla crisi climatica. Proprio come accade alle temperature medie globali, già cresciute di oltre un grado dal periodo preindustriale, anche le temperature delle acque oceaniche stanno aumentando in risposta all’effetto serra provocato dall’uso dei combustibili fossili.

«L’effetto sui mari è stato leggermente posticipato, perché per scaldare una massa d’acqua così estesa serve più tempo», spiega Simone Libralato, ricercatore all’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale. «Ora però osserviamo che le temperature si stanno alzando anche in acqua, oltre che in aria: secondi alcuni scenari, da qui al 2100 si prevede un aumento anche di due o tre gradi rispetto ad oggi, e dipende da quali misure adotteremo per contrastare il cambiamento climatico».

Secondo un recente studio condotto da un team internazionale, che ha coinvolto anche Enea e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, nel 2023 abbiamo segnato un nuovo record nel riscaldamento delle acque, con in più un aumento della stratificazione e della salinità. Rispetto al 2022, l’anno scorso la temperatura delle acque oceaniche nello strato compreso tra zero e duemila metri di profondità è cresciuta di nove-quindici ZettaJoule (Zj), che è l’unità di misura dell’energia. 

Per avere un’idea della portata di questo aumento, spiegano gli autori, basti sapere che uno ZettaJoule equivale al doppio della quantità di energia che alimenta ogni anno l’economia mondiale. Tra i bacini presi in esame dallo studio, il Mediterraneo si è confermato quello che si scalda più velocemente. Secondo Copernicus, la temperatura media della superficie oceanica – escludendo le aree vicine ai poli – ha toccato un nuovo record a febbraio 2024: 21,06 gradi centigradi. 

Cosa succede quando i mari si scaldano
Il problema non è “solo” l’aumento della temperatura dei mari, ma il fatto che a cascata si produce tutta una serie di importanti cambiamenti nelle masse oceaniche, che a loro volta hanno un impatto significativo sulla vita marina e, dunque, anche sulla pesca. Come accennato, dal 2022 al 2023, di pari passo con l’aumento delle temperature, è cresciuta anche la stratificazione. In condizioni normali, nei climi temperati, le acque sono sempre stratificate: in estate in superficie si formano delle masse più calde separate dalle masse profonde più fredde, mentre in inverno il vento o le correnti fresche spezzano la stratificazione e rimescolano le acque, oltre che i nutrienti che contengono. 

L’aumento delle temperature globali e le recenti fluttuazioni termiche nel Pacifico dovute a La Niña ed El Niño hanno però reso le acque superficiali molto più calde e più leggere, accentuando e prolungando il fenomeno della stratificazione che sta così deragliando dai binari di un normale ciclo stagionale. Con quali conseguenze? Le acque più calde e leggere che tendono a rimanere in superficie non sono in grado di trasportare calore, anidride carbonica e ossigeno alle acque più profonde, e a risentirne è proprio la vita marina animale e vegetale.

Un altro tema è l’aumento della salinità. Le acque complessivamente più calde possono influenzare l’andamento meteorologico a livello mondiale, variando le precipitazioni atmosferiche. Questo cambiamento, unito all’evaporazione delle acque superficiali, altera la normale salinità: alcune aree diventano sempre più salate, altre sempre meno. Altri importanti fattori di cambiamento, che si osservano anche nel Mediterraneo, riguardano la riduzione dalle correnti di circolazione e l’aumento dell’acidità dei mari, quest’ultimo dovuto al fatto che la maggiore presenza di anidride carbonica in atmosfera ha accresciuto lo scambio di questo gas serra tra aria e acqua.

Come cambiano i pesci nel Mediterraneo
Sono diverse le variabili in gioco che, influenzate dalla crisi climatica, stanno cambiando l’ecosistema marino. La prima conseguenza di questa situazione è che alcune specie, per lo meno quelle che possono farlo, si stanno spostando per trovare condizioni più favorevoli. È un fenomeno documentato nell’oceano Atlantico, ma che interesserà e in parte sta già interessando anche diverse specie del Mediterraneo, tra cui alcune comunemente presenti sui banchi del pesce al mercato. C’è però un’importante differenza rispetto all’Atlantico: il Mediterraneo è un bacino chiuso e ciò renderà il cambiamento climatico, qui più che altrove, un gioco in cui alcune specie marine vincono e altre perdono. 

«La Squilla mantis, cioè la cicala di mare, è una specie molto adattabile e troverà comunque un habitat», commenta Simone Libralato. «Anche i tonnidi saranno favoriti, perché si sanno adattare meglio alle temperature più alte: ci aspettiamo quindi un loro aumento. Altre specie, invece, non troveranno altrettanto facilmente un ambiente idoneo al loro ciclo vitale». Ne è un esempio lo scampo: il suo nome scientifico, Nephrops norvegicus, suggerisce che si tratta di un crostaceo che predilige le acque fredde e in futuro nel Mediterraneo sarà sicuramente in sofferenza. 

Le specie marine che riusciranno a spostarsi probabilmente continueranno a essere pescate in modo simile a quanto accade oggi, solo in luoghi diversi. «Ad esempio, il pesce serra (Pomatomus saltatrix) veniva pescato soprattutto nelle aree più calde del Mediterraneo, ma a causa del cambiamento climatico si sta spostando e da alcuni anni si trova più facilmente nei mercati del nord Adriatico», dice Libralato. Altre specie, invece, potrebbero sparire dal mercato perché si adatteranno ad ambienti inaccessibili alla pesca, ad esempio i fondali rocciosi, oppure perché saranno numericamente troppo ridotte.

Specie aliene: una nuova risorsa il mercato?
L’aumento delle temperature marine, con tutti i già citati cambiamenti che si porta dietro, può inoltre favorire l’arrivo delle cosiddette specie aliene, che in certi casi possono diventare una potenziale risorsa per la pesca. La sfida è non farsi cogliere impreparati, come accaduto con il granchio blu. «Era già stata una specie invasiva in Tunisia, dove in dieci anni è stato sviluppato un mercato impressionante. Sapevamo sarebbe arrivata in Italia, sapevamo che sarebbe stata una risorsa sfruttabile, eppure siamo stati lenti nell’adattarci». 

Il granchio blu non sarà un caso isolato. Sappiamo che prima o poi arriverà in Adriatico anche il pesce coniglio (Siganus luridus), che si è già stabilizzato nella parte orientale del Mediterraneo e adesso da quelle parti si trova nei menù dei ristoranti. Sappiamo che arriverà anche il pesce scorpione (Pterois sp.), che può essere portato in tavola come lo scorfano: anche questo pesce altrove è già presente nel mercato ittico, opportunamente privato delle spine velenose. La difficoltà principale del farsi trovare preparati di fronte all’inevitabile venuta delle specie aliene sfruttabili è sostanzialmente il fatto che bisogna agire in modo coordinato lungo tutta la filiera: gli enti scientifici devono indicare quali specie sono sfruttabili, i pescatori devono sapere come catturarle nel modo più sicuro e sostenibile, il mercato deve poterle ricevere e i consumatori devono poterle riconoscere.

La pesca del futuro: piccola e adattabile
In futuro, sintetizza Libralato, sarà più che mai necessario un grande adattamento da parte delle attività di pesca. Il Mediterraneo potrebbe essere avvantaggiato su questo fronte: la piccola pesca, che è ben diffusa nel bacino, è più facilmente adattabile e ha a disposizione un più ampio ventaglio di prede. «Il sistema naturale è fatto per adattarsi e troverà il suo equilibrio. Il problema siamo noi: con la pressione esercitata da una pesca poco adattabile, possiamo fare molti danni», prosegue Libralato. 

«Bisognerà inoltre essere più efficienti, ovvero abbandonare le attività di pesca ad alto impatto, ad esempio quelle che producono molta CO2 o che prevedono molti scarti. Sarà fondamentale anche affinare lo strumento delle aree marine protette e delle aree di gestione in generale per renderle adattabili ai cambiamenti. Se le specie si spostano e gli habitat cambiano, è evidente che anche le aree marine protette devono essere mobili: un’area che oggi è perfetta per la protezione di una specie fra dieci anni potrebbe doversi spostare venti chilometri più a nord».

Oggi purtroppo gli strumenti di gestione delle aree marine non hanno ancora questa flessibilità e in genere non considerano affatto la crisi climatica come uno dei fattori che incide sulla disponibilità delle risorse marine. Le problematiche conseguenze di questa rigidità del sistema si stanno già osservando a livello globale: le acque oceaniche sono divise in aree amministrative e le valutazioni a breve e a lungo termine sullo stato di salute delle risorse vengono fatte raccogliendo i dati in ciascuna di queste zone. Sulla base di questi dati e delle successive valutazioni si stabilisce anche, ad esempio, quante tonnellate di pesce è possibile produrre da una determinata area. Ma il meccanismo evidentemente si inceppa se i grandi stock di tonni o sgombri, ignari degli invisibili confini che abbiamo tracciato, si spostano altrove. 

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