Enfant terribleL’inquietante sovrapposizione tra El Niño e il riscaldamento globale di origine antropica

Tanti anni fa, questo fenomeno risultava meno violento perché incontrava temperature più basse e un Pianeta non ancora deteriorato dalla crisi climatica. Ora la storia è diversa: ci attendono nuovi caldi record, anche se è difficile prevedere cosa accadrà davvero nel bacino del Mediterraneo

LaPresse

«Il clima sotto la minaccia del ritorno di El Niño». È il titolo con cui il quotidiano francese Le Monde – a differenza di qualsiasi giornale italiano – ha aperto la sua prima pagina di mercoledì 3 maggio, quando le previsioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) hanno confermato il (probabilissimo) ritorno di questo fenomeno climatico dopo circa sette anni. È anche colpa di El Niño se il 2016 indossa la spilletta di anno più caldo da quando abbiamo gli strumenti per misurare le temperature di ogni angolo del Pianeta. 

Un record che potrebbe essere sbriciolato nel 2023 o nel 2024, considerando le differenze rispetto al 2016 in termini di riscaldamento globale. Ed è proprio qui il tema cardine: l’effetto combinato tra El Niño (frutto della variabilità naturale del clima) e gli eventi estremi dovuti alla crisi climatica di origine antropica. I due ingredienti potrebbero comporre un cocktail amarissimo soprattutto per le popolazioni più fragili e prive delle tecnologie necessarie per prevedere fenomeni le ondate di calore, le alluvioni o gli uragani. 

Fonte: @lemondefr / Twitter

El Niño significa letteralmente “ragazzino”, ma evoca in realtà la figura di Gesù bambino. Il fenomeno climatico si verifica una volta ogni tre-sette anni, dura tra i nove e i dodici mesi e si può prevedere con sei-nove mesi d’anticipo. È stato ribattezzato in questo modo centinaia d’anni fa da un pescatore peruviano, perché l’evento è solito a mostrare il peggio di sé sotto Natale, con piogge intense nell’America del Sud, negli Usa meridionali e in alcune zone del Corno d’Africa. Senza dimenticare le ondate di calore in Australia, in Indonesia e nell’Asia meridionale. 

Sono tutte conseguenze visibili per tutta la durata del fenomeno climatico, ma di solito si intensificano tra dicembre e gennaio. «El Niño potrebbe portare sollievo dalla siccità nel Corno d’Africa, ma potrebbe anche scatenare più eventi meteorologici estremi», spiega il meteorologo finlandese Petteri Taalas, segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni unite

Le zone del mondo più colpite e l’impatto sulle temperature globali
Ma che cos’è, nello specifico, El Niño? È una fase di un ciclo di oscillazione che si verifica nell’Oceano Pacifico tropicale. Il clima, infatti, dipende anche da cicli nell’interazione tra oceano e atmosfera, che si influenzano a vicenda: «Il risultato è che, periodicamente, le acque superficiali dell’Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale diventano più calde o più fredde», spiega a Linkiesta Antonello Pasini, fisico del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e professore di Fisica del clima all’università di Roma Tre. Con El Niño le acque si riscaldano, mentre con La Niña – la controparte di El Niño che si è concretizzata negli ultimi tre anni – si raffreddano. D’estate, El Niño alimenta gli uragani nel Oceano Pacifico Centro-Orientale, mentre li ostacola sull’Atlantico. 

Secondo quanto annunciato a Ginevra dall’Organizzazione meteorologica mondiale, le probabilità dell’arrivo di El Niño nel 2023 sono molto alte: sessanta per cento tra maggio e luglio, settanta per cento tra giugno e agosto, ottanta per cento tra luglio e settembre. La National oceanic and atmospheric administration degli Stati Uniti, addirittura, ha fornito una stima del novanta per cento entro la fine dell’anno. Insomma, l’enfant terrible del Pacifico potrebbe bussare alla porta a breve, e le conseguenze non si limiteranno alle zone nominate in precedenza.

«L’area del Pacifico Centro-Meridionale e Orientale è già di per sé ampia perché rappresenta una percentuale importante della superficie terrestre. È chiaro che ciò che accade lì ha un impatto sulla temperatura globale. El Niño ha delle influenze a distanza (le cosiddette teleconnessioni) con quello che succede in altre parti del mondo. E le sue conseguenze indirette possono toccare molti angoli del Pianeta», sottolinea Pasini. 

Ciò significa che potrebbe avere un impatto (non per forza negativo) anche in Europa, ma è molto difficile comprenderne anticipatamente la portata: «Sappiamo che El Niño influenza la cosiddetta Nao (North atlantic oscillation), che ha anch’essa due fasi: in una fase il clima mediterraneo risulta più secco, mentre nell’altra fase è più umido e soggetto a perturbazioni. Quello che possiamo dire è che, forse, possiamo aspettarci qualche anticiclone africano in meno, ma è difficile fare una previsione accurata a distanza di tempo. Non è una correlazione precisa come può essere quella che si evidenzia in Australia o in Sudamerica». 

Taalas dell’Omm ritiene che El Niño porterà «molto probabilmente» a un nuovo picco del riscaldamento globale, incrementando la possibilità di battere i record negativi di temperatura. «Tutti gli anni più caldi sono stati registrati durante la fase di El Niño», aggiunge Antonello Pasini, che ci tiene a sottolineare un fatto ancora più allarmante.

«Gli ultimi anni, nonostante La Niña, sono stati comunque molto caldi (il 2022 è stato il secondo più caldo nella storia europea, ndr). C’è una febbre del Pianeta galoppante dovuta agli influssi umani che fanno aumentare i trend di riscaldamento. A tutto ciò si sovrappone un ciclo più caldo e più freddo che quando è nella fase positiva (El Niño, ndr) evidenzia ancora di più il riscaldamento. Ecco spiegati gli anni record». 

El Niño + riscaldamento globale 
Il punto più spinoso riguarda proprio la “convivenza” tra El Niño e gli effetti del riscaldamento globale di origine antropica. Su questo tema la comunità scientifica non ha ancora trovato una opinione comune: «L’impatto del riscaldamento globale su questo fenomeno climatico è oggetto di studio. Sembra che possa portare a maggiori fasi di El Niño rispetto a La Niña. E sicuramente c’è un influsso alla rovescia: El Niño produce anni più caldi», dice Pasini. 

Uno studio, pubblicato nel dicembre 2018 su Nature, ha notato un aumento sia della frequenza, sia dell’intensità di eventi come El Niño in un regime di riscaldamento globale. Il risultato potrebbe concretizzarsi in un’amplificazione del global warming e dei suoi innumerevoli impatti. «Tanti anni fa – dice Antonello Pasini del Cnr – El Niño era meno violento perché andava a sovrapporsi a temperature più basse, con meno ondate di calore e meno eventi climatici estremi. Adesso amplifica una tendenza che è già in atto per via dell’influenza umana». 

Una ricerca più recente, pubblicata nel 2021 su Nature Climate Change e coordinato dal dottor Christian Wengel dell’Ibs Center for Climate Physics, ipotizza che l’aumento delle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera indebolirà l’intensità del ciclo di temperatura di El Niño. Secondo le simulazioni, si verificherà un «forte indebolimento della futura variabilità della temperature superficiale degli oceani» dovuta al passaggio di El Niño. In più, la differenza più sottile tra le future temperature del Pacifico Tropicale orientale e occidentale potrebbe ridurre il caldo estremo causato da questo fenomeno climatico.

L’importanza dei sistemi di allerta precoce 
In ogni caso, il mondo deve prepararsi. E dovrebbe farlo indipendentemente da El Niño, perché gli eventi climatici estremi connessi al riscaldamento globale sono già realtà: nel 2022, secondo Legambiente, in Italia sono cresciuti del cinquantacinque per cento rispetto a 2021. A volte, però, i disastri ambientali si possono prevedere grazie ai sistemi di allerta precoce (early warning), fondati su tecnologie di monitoraggio estremamente avanzate. 

In sostanza, servono ad avvertire in anticipo la popolazione dell’insorgenza di uragani, alluvioni, ondate di caldo e tempeste di freddo, così da limitare i danni sull’agricoltura, l’edilizia e le persone. Gli strumenti di early warning, sfruttando la velocità di propagazione delle onde sismiche, possono anche segnalare l’imminente arrivo di una violenta scossa di terremoto. Il problema, però, è che queste tecnologie sono a disposizione quasi esclusiva delle economie più avanzate: un terzo della popolazione globale ne è totalmente priva.

L’Executive action plan for the early warnings for all initiative, presentato a Sharm el-Sheikh durante la Cop27, proverà a tappare il buco con un investimento da 3,1 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2027, nella speranza di donare ai Paesi più poveri (e più esposti alle conseguenze della crisi climatica e a eventi come El Niño) strumenti adeguati di allerta preventiva. Ventiquattro ore di preavviso possono ridurre i danni di un fenomeno climatico estremo del trenta per cento. 

«Un uragano come Katrina in Bangladesh significherebbe la fine di tutto. I Paesi occidentali dovranno promuovere l’esportazione di tecnologie che permettano ai Paesi in via di sviluppo di fronteggiare queste situazioni», dice Pasini. In vista dell’arrivo di El Niño, l’Onu ha ribadito l’importanza della sua iniziativa “Primo allarme per tutti”, che ricalca il piano presentato in Egitto per favorire una (al momento utopica) copertura universale di allerta precoce. 

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