Rivoluzione industriale verdeI circoli viziosi della crisi climatica e il rapporto tra Pil ed emissioni

La siccità che sta mettendo in crisi l’idroelettrico è tra le principali cause dell’aumento globale delle emissioni legate all’energia. Ma Ue e Stati Uniti generano meno CO2 e continuano a crescere economicamente, confermando che la decarbonizzazione può far bene ai bilanci statali

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Il report sulle emissioni nel 2023 dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), al netto di ogni dato e grafico, ha sottolineato quanto l’emergenza climatica sia ricca di circoli viziosi che stanno accorciando sempre di più la coperta delle soluzioni. L’esempio più lampante riguarda la crisi dell’idroelettrico, dovuta alle scarse precipitazioni connesse alla siccità: dietro questo fenomeno, spiega l’ente diretto dall’economista turco Fatih Birol, c’è una crescita delle emissioni del settore elettrico pari a 170 Mt (milioni di tonnellate) nel 2023. L’unico continente che si salva è l’Europa, dove l’energia ottenuta dal movimento dell’acqua ha vissuto una lieve ripresa dopo un tragico 2022 (+45 terawattora di elettricità prodotta in più nel 2023). 

A livello globale, però, notiamo che una diretta conseguenza del riscaldamento globale (la siccità e l’aumento delle temperature) sta soffocando una delle rinnovabili più antiche e, al tempo stesso, più redditizie (l’idroelettrico). Senza questo effetto, spiega l’Iea, le emissioni del settore elettrico sarebbero diminuite rispetto al 2022. Invece, ancora una volta, siamo qui a commentare un peggioramento generale, nonostante le differenze tra le economie più sviluppate e Stati considerati ancora in via di sviluppo come India e Cina. In Europa e negli Stati Uniti le emissioni stanno calando, mentre le grandi economie asiatiche continuano a crescere (+4,7 per cento in Cina, +7 per cento in India). 

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Il dato che sta facendo più rumore è questo: nel 2023 la produzione globale di gas a effetto serra del settore elettrico è cresciuta dell’1,1 per cento sul 2022 (+410 Mt), raggiungendo quota 37,4 miliardi di tonnellate (Gt). Si tratta di un record. È andata un po’ meglio rispetto al 2022, quando le emissioni globali legate all’energia erano aumentate dell’1,3 per cento (490 Mt in più) sul 2021. 

Tra il 2019 e il 2023, scrive l’Agenzia internazionale dell’energia, le emissioni totali dovute alla produzione di energia sono cresciute di 900 milioni di tonnellate, ma «senza la diffusione di solare, eolico, nucleare, pompe di calore e auto elettriche l’aumento sarebbe stato ancora più consistente». Significa che il ritmo del peggioramento è ancora nelle nostre mani: possiamo adattarci a questa crisi e mitigarne gli effetti, ma ogni investimento in più nei combustibili fossili è una battuta d’arresto verso un mondo più vivibile.

L’Agenzia internazionale dell’energia propone poi un interessante confronto: facendo una media tra tutti i Paesi del mondo, le emissioni (+1,1 per cento nel 2023) stanno salendo a un ritmo inferiore rispetto a quello del Pil (+3 per cento circa nel 2023). Il picco globale di emissioni di CO2 legate all’uso dei combustibili fossili dovrebbe verificarsi entro il 2030: da lì in poi, in teoria, cominceremo a scendere. Nel frattempo il sistema produttivo, seppur lentamente e in ritardo, si sta adattando alle esigenze del Pianeta. I dati emersi dallo studio dell’Iea testimoniano che la decarbonizzazione può sposarsi con la crescita economica, e che l’abbandono di gas, carbone e petrolio – a differenza di quanto sostenuto da Sultan Al Jaber, presidente della Cop28 – non ci riporterà «all’età della pietra». 

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In quelle che l’Iea definisce «economie avanzate», nel 2023 le emissioni sono calate del 4,5 per cento rispetto all’anno precedente, mentre il Pil è cresciuto dell’1,7 per cento. Il merito è soprattutto delle fonti rinnovabili, che hanno prodotto il 34 per cento dell’elettricità (50 per cento se consideriamo anche il nucleare); la quota del carbone, invece, è scesa al 17 per cento, il minimo storico.

Nello specifico, sempre nel 2023, nell’Unione europea le emissioni totali di CO2 del settore energetico sono diminuite di quasi il 9 per cento rispetto al 2022, a fronte di una crescita economica del +0,7 per cento. Negli Stati Uniti, invece, sono scese del 4,1 per cento, mentre l’economia è cresciuta del +2,5 per cento. Secondo l’Iea, negli Stati Uniti la riduzione delle emissioni è stata meno marcata rispetto all’Unione europea per due principali ragioni, connesse alla sovrapposizione tra il fenomeno climatico El Niño e il riscaldamento globale di origine antropica: idroelettrico in crisi e vento meno favorevole (un brutto colpo per l’eolico). Con queste due rinnovabili annaspanti, il ricorso ai combustibili fossili è stato più massiccio.

Come anticipato prima, l’aumento globale delle emissioni nel 2023 è dovuto soprattutto alle attività dell’India e della Cina, che si sono industrializzate più in ritardo rispetto all’Occidente. Il report dell’Iea, infatti, le considera «mercati emergenti ed economie in via di sviluppo» (Emde). «In entrambi i Paesi – ma soprattutto la Cina – la ripresa economica dopo il Covid è risultata ad alta intensità energetica», si legge sul documento.

La Cina, che ha il monopolio delle terre rare (fondamentali per tutte le tecnologie alla base della transizione verde), continua intanto ad accumulare vantaggio nella corsa globale all’energia pulita. Pechino, nel 2023, ha «contribuito per circa il sessanta per cento all’acquisto globale di energia solare, energia eolica e veicoli elettrici». Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, però, la crescita delle rinnovabili cinesi non tiene il passo dell’aumento della domanda di energia. Quest’ultima, che in Europa si è ridotta, in Cina è cresciuta del 6,1 per cento rispetto al 2023.

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