Riflessione incessanteLa docu-mostra dedicata a Adrian Piper e alla “patologia visiva” del razzismo

Fino al 9 giugno, al PAC di Milano, “Race Traitor” ripercorre oltre sessant’anni di carriera dell’artista nota per la lotta radicale contro ogni forma di ingiustizia sociale. A legare l’eterogeneità delle opere è il continuo porre domande – sempre scomode, anche esagerate ed estenuanti – sulla politica, l’identità razziale e di genere

Courtesy of PAC Milano

Fino al 9 giugno, Limonta presenta al PAC | Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano Race Traitor, una vasta mostra dedicata all’artista e filosofa Adrian Piper, tra le massime figure della cultura contemporanea, presente nelle collezioni Musei del mondo: dal MoMA e il Guggenheim di New York al Moca di Los Angeles, passando dalla Tate Modern di Londra. 

Nata a New York nel 1948, Piper comincia a utilizzare la performance come mezzo espressivo già dagli anni Settanta e Ottanta, inserendo nel suo linguaggio concettuale contenuti di impegno sociale e politico, prediligendo temi come xenofobia, discriminazione razziale e di genere. Dalla fine degli anni Sessanta si dedica anche allo studio della filosofia e diventa, nel 1987, presso la Georgetown University, la prima donna americana di discendenza africana a ottenere una cattedra accademica nel campo della filosofia. In rotta con la cultura americana, si trasferisce a Berlino nel 2005.

Più che una retrospettiva, Race Traitor ha i tratti di una sorta di documentario in grado di andare oltre i temi classici dell’impegno sociale, che hanno portato l’artista newyorkese a ricevere il Leone d’Oro come miglior artista alla Biennale di Venezia 2015. Così, lo spettatore può scoprire, al fianco delle opere più iconiche e riconoscibili, anche i primi e gli ultimi lavori che contribuiscono a costruire una narrazione – articolata per non dire complessa – su una persona senz’altro non facile, affermatasi sulla scena internazionale quale artista “contro”. 

Courtesy of PAC Milano

Alle opere più note ci si arriva dopo una vasta, forse troppo, sezione dedicata ai primi LSD paintings, disegni e opere pittoriche figurative realizzate in giovane età, ancor prima di arrivare alla School of Visual Arts – SVA di New York. Non solo, il percorso si completa con Das Ding-an-sich bin ich del 2018, un’installazione che, riprendendo il più riuscito Art for the Art World Surface Pattern del 1976, fonde la filosofia kantiana con la riflessione concettuale, l’estetica minimalista, e il discorso della mancata integrazione sociale. Nell’iconica installazione degli anni Settanta un ambiente bianco era interamente tappezzato di immagini tratte dai giornali che riportano vari tipi di atrocità avvenute nel mondo. 

Su queste foto l’artista aveva scritto provocatoriamente “Not a Performance”. Il tutto era accompagnato da un audio che trasmetteva un suono simile al tipico brusio indifferente degli spettatori a rimarcare la generale indifferenza verso questi tragici accadimenti. Invece, in Das Ding-an-sich bin ich, otto parallelepipedi a base quadrata con le pareti a specchio sono oggi la fonte da cui fuoriesce una babele di voci: farsi, arabo, islandese, ebraico, turco, gaelico, ma anche hindi e somalo.

Per capire questa esposizione-documentario, così vasta nel numero di opere e contenuti affrontati, è utile concentrarsi su uno dei lavori più interessanti in mostra, Concrete Infinity 6-Inch Square (1968), in cui l’artista scrive: “Questo quadrato dovrebbe essere letto come un tutto; oppure, questi due rettangoli verticali dovrebbero essere letti da sinistra a destra o da destra a sinistra”. 

Courtesy of PAC Milano

Ciò che lega l’immensa eterogeneità delle opere in mostra è il continuo porre domande – sempre scomode, anche esagerate ed estenuanti – sulla politica, sull’identità razziale e di genere. In pratica, si chiede alle persone di confrontarsi con verità su loro stesse e sulla società in cui vivono. Il risultato è così un’attenta analisi della “patologia visiva” del razzismo: attraverso installazioni, video, fotografie, dipinti e disegni, l’artista conduce una ricerca sull’immagine delle persone afroamericane determinata dalla società e dai tanti stereotipi diffusi.

In conclusione, Race Traitor merita di essere visitata attentamente perché, anche se non arriva sempre chiara e limpida allo spettatore, è una fonte continua di riflessione. Non stupisce perciò che Limonta, tra le aziende leader nel panorama tessile, abbia scelto proprio questo progetto culturale quale prima mostra da promuovere. L’amministratore delegato Paolo Limonta, per concludere, ci ha spiegato questa scelta: «Non mi definirei un vero collezionista, bensì un appassionato che ha acquistato alcune opere d’arte contemporanea negli ultimi anni. Per questo mi è venuto spontaneo sostenere la mostra di Adrian Piper, artista che ha saputo anticipare tematiche di grande attualità, dalla promozione dell’inclusione sociale alla condanna del razzismo e della xenofobia, valori che condividiamo pienamente». 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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