Bari, UngheriaIl governo Meloni usa il metodo Orbán contro il sindaco Decaro

Il ministro dell’Interno Piantedosi ha inviato nel capoluogo pugliese una commissione per verificare presunte infiltrazioni mafiose nel Consiglio comunale. Un gesto inusuale, che segna la novità di una maggioranza politica che aziona meccanismi giudiziari contro l’opposizione

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Questa volta non è la giustizia che si mette contro la politica, facendo tintinnare manette e sventolando avvisi di garanzia. Questa volta è una parte politica che aziona meccanismi giudiziari contro un’altra parte politica: l’iniziativa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, avamposto dell’offensiva della destra contro il sindaco di Bari Antonio Decaro, segnala questo cambio di passo nel rapporto tra giustizia e politica. Non si tratta qui di un paesino e nemmeno di un piccolo comune, ma di una grande città, capoluogo di Regione che va al voto tra tre mesi, il cui sindaco è presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani nonché personalità di primo piano del primo partito dell’opposizione, il Partito democratico, nelle cui liste sarà candidato alle elezioni europee di giugno. 

Al di là della comprensibile emozione di Decaro mostrata in conferenza stampa, fa riflettere il suo j’accuse: «È un atto di guerra nei confronti della città di Bari». Ovviamente bisognerà vedere cosa succederà dopo la nomina della commissione di accesso finalizzata a verificare una ipotesi di scioglimento del comune di Bari per accertare le presunte infiltrazioni mafiose nel Consiglio comunale e in altre aziende municipalizzate. Un caso importante che ha portato all’arresto di centotrenta persone. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia barese ha denunciato un presunto intreccio mafia-politica con scambio di voto alle Comunali del 2019. 

Probabilmente non succederà niente. Ma intanto Decaro è finito nel tritacarne mediatico. Ci risiamo. Con i soliti sospetti, gli schizzi di fango. La novità, lo ripetiamo, è che a dirigere l’offensiva mediatico-giudiziaria c’è un pezzo della politica, segnatamente la maggioranza, ancor più precisamente il ministro dell’Interno (che tra l’altro in tv è parso un po’ contrito, forse mezzo pentito, anche perché adesso il titolare del Viminale ha mezzo mondo dei sindaci contro), dunque il governo Meloni. Che incautamente si è mosso su un terreno sbagliato, quello della legalità. Un terreno sul quale Decaro e la giunta barese possono dare lezioni. Tutto questo a tre mesi dal voto. 

L’onorevole Francesco Paolo Sisto, dotto avvocato pugliese, in un’altra situazione avrebbe parlato di «giustizia a orologeria». E anche il ministro pugliese Raffaele Fitto. Per non parlare di Maurizio Gasparri che si è gasato al grido di «prenderemo Bari». Non parla invece un altro illustre pugliese, Giuseppe Conte, che evidentemente se la gode. Colpisce invece la compattezza delle altre opposizioni, dal Pd a Italia viva passando per Carlo Calenda: «A Bari il governo di destra vuole commissariare un Sindaco che vive scortato perché ha difeso la legalità, a causa di due consiglieri di destra che hanno praticato voto di scambio. Il tutto a pochi mesi dal voto. Ma siete impazziti completamente?». 

Probabilmente non sono impazziti. Hanno solo lanciato un boomerang che gli ripiomberà addosso. Ma se la lotta politica in questo Paese comincia a usare metodi ungheresi con il governo che fa giustizia contro l’opposizione c’è da essere preoccupati.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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